Venezia 76 | The Perfect Candidate – La recensione

Prima regista donna dell’Arabia Saudita, Haifaa Al-Mansour torna a parlare della condizione femminile come fatto precedentemente in La bicicletta verde (Wadjda, 2012), film che l’ha portata alla notorietà internazionale. Anche in The Perfect Candidate, la protagonista femminile è determinata ad affermarsi in una società radicalmente maschilista: Maryam è una delle poche dottoresse donne ad esercitare in un piccolo ospedale di paese e ha l’ambizione di candidarsi come prima donna consigliera comunale in un contesto in cui vige la sharia.

Eppure non è presentata come donna ribelle, anzi è allineata agli usi e costumi locali. Afferma addirittura che la sua candidatura non è una questione di diritti per le donne, ma “di cose più importanti”, che hanno impatto pratico sul diritto alla salute dei suoi concittadini come la costruzione della strada asfaltata che porta all’ospedale. Inizialmente l’identità di Maryam come personaggio non è basata sul suo genere, ma è piuttosto costruita attorno alla professione di medico e al ruolo sociale di cittadina. Da queste vesti scaturisce il suo grande senso di responsabilità: è interessata prima di tutto alla salute dei pazienti e al bene comune della città, ma non considera più di tanto le implicazioni socio-politiche della sua candidatura in un Paese riferimento del blocco sunnita, corrente radicale e maggioritaria della religione islamica.

La carriera professionale di Maryam, conquistata con dedizione e merito, è continuamente condizionata dall’intervento sabotatore degli uomini. Ad esempio, sebbene abbia la patente di guida, la sua libertà di spostamento è comunque nelle mani del padre di famiglia, il mahram, l’unico che legalmente può firmare il permesso per farla viaggiare all’estero. Non può mostrarsi in volto neppure ai pazienti uomini, che rifiutano la sua autorità di medico e le sue cure nonostante sia l’unica nell’ospedale ad aver concluso la diagnosi corretta. Le sue opinioni non vengono considerate e le è impedito anche solo di essere presente in una stanza insieme a uomini che non siano parte del suo nucleo familiare.

Solo con il proseguimento della campagna elettorale, da medico quale è, Maryam si rende conto che queste piccole grandi difficoltà quotidiane sono sintomi di una malattia sistemica: l’educazione patriarcale ad esercitare il controllo, a partire dall’annullamento dell’identità femminile, per legittimare l’idea che la donna sia subordinata all’uomo.

Haifaa Al-Mansour comunica chiaramente come l’espressione dell’identità femminile non possa esistere se non attraverso l’autodeterminazione del proprio corpo con la semplicità della scena in cui viene realizzato il video amatoriale per promuovere la campagna elettorale. Il corpo, celato velo su velo, viene reso sempre più distante dalla realtà, finché non diventa un’astratta sagoma nera sullo sfondo verde elettrico del green screen, moltiplicata nei monitor e negli schermi dei dispositivi dei suoi concittadini. Il linguaggio non verbale del corpo e soprattutto del volto, interfaccia con ciò che ci circonda, è annullato dalla cortina scura del niqab, il velo integrale che lascia scoperto solo lo sguardo. Nel video virale che attira l’attenzione della comunità, Maryam può provare la propria esistenza come persona e non più come proprietà solo attraverso la forza della voce, che si fa sempre più intensa, più si fanno sfacciati il dileggio e la mancanza di rispetto da parte degli uomini.

Il susseguirsi delle vicende della protagonista è inoltre inframmezzato da momenti dal sapore folkloristico, che hanno lo scopo di valorizzare la tradizione musicale in un Paese che solo negli ultimi anni sta cominciando a riprendere le proprie forme di espressione artistica. Nel suo complesso, il film non brilla per originalità e non riesce a coinvolgere pienamente lo spettatore. Tuttavia, in un contesto in cui fino a pochi anni fa non era presente una vera e propria industria cinematografica perché l’arte era considerata tabù, il valore pedagogico del film è sicuramente prezioso ed è rivolto alle giovani donne saudite che vogliono far ascoltare la propria voce e far valere il diritto di scegliere per sé stesse.

Giulia Silano

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