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Ven. Nov 22nd, 2019

Jean-Jacques Annuad racconta il suo cinema al Ravenna Nightmare Film Fest

La diciassettesima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest ha preso il via nella giornata del 30 ottobre presso il palazzo dei congressi della città. Ospite d’onore per il lancio del Festival è stato il regista francese premio Oscar Jean Jacques Annaud, il quale è stato presente per introdurre la proiezione del suo film L’ultimo lupo (2015).

Nel pomeriggio Annaud ha avuto modo di incontrare i giornalisti durante una conferenza stampa che si è rivelata essere un denso incontro riguardante lo spirito e la poetica del regista, nonché un’ampia panoramica sulla sua visione del cinema e sugli aspetti pratici che regolano il suo lavoro.

Il regista è noto, oltre che per il film d’esordio Bianco e nero a colori (1977), valsogli appunto il massimo riconoscimento da parte dell’Academy, anche per i suoi kolossal all’europea come La guerra del fuoco (1981), L’orso (1988) ed il più celebre Il nome della rosa (1986), adattato dall’omonimo romanzo storico di Umberto Eco. Interpellato proprio su questo film, Annaud ha avuto modo di parlare del suo rapporto con la trasposizione per immagini di classici letterari ed in particolare con l’opera del semiologo italiano. In questo senso, dichiara di godere di una certa libertà nell’accostarsi a romanzi celebri, ritenendo che il pubblico che vedrà i suoi film sarà, nella maggior parte dei casi, diverso rispetto a quello dei lettori del libro. “Il film è il modo in cui io mi sono immaginato la storia mentre la leggevo” racconta, e il suo obiettivo pertanto è quello di far arrivare allo spettatore la sua personale visione, senza per forza realizzare una fedele trasposizione dell’opera originale. Motivo per cui non si pone problemi nel cambiare anche radicalmente il finale delle opere originali.

Il rapporto con Eco viene descritto invece attraverso una serie di interessanti aneddoti che mettono in mostra il sentimento di profonda amicizia ed ammirazione reciproca che li legava. Il regista rivela che lo scrittore era dubbioso riguardo al successo del suo romanzo. Questo lo portò a cedere i diritti di sfruttamento ad un prezzo modestissimo: “appena sufficiente a comprarsi metà di una Volvo arancione”. Come noto, in seguito il romanzo divenne una delle opere letterarie più vendute di sempre ed anche l’adattamento cinematografico riscontrò un notevole apprezzamento da parte del pubblico, nonostante un’accoglienza tiepida da parte della critica: “quando il mio film è uscito nelle sale italiane ho ricevuto una sola recensione che lo definiva mediocre, secondo tutte le altre si trattava di un lavoro disastroso”. Uno degli elementi più forti per il successo cinematografico de Il nome della Rosa è stato la presenza di Sean Connery nelle vesti del protagonista. Una scelta che inizialmente provocò degli attriti fra lo stesso Annaud ed Umberto Eco, essendo quest’ultimo preoccupato dall’idea di “portare 007 in un monastero del Quattordicesimo secolo”. Dubbi che inizialmente erano parzialmente condivisi anche dal regista, il quale però cambiò radicalmente idea dopo aver assistito all’audizione del celebre attore americano. “Sentirlo leggere il copione è stato come rivivere la mia esperienza di lettura”, ammette Annaud; entusiasmo che in seguito venne affiancato dalla soddisfazione di aver fatto ricredere anche l’autore del romanzo, rimasto piacevolmente impressionato dall’interpretazione finale di Connery.  

Il discorso riguardo al lavoro con il cast si è poi esteso anche alla gestione degli animali, spesso investiti di ruoli cruciali nelle pellicole del cineasta francese. “Lavorare con un animale ha lo stesso principio di lavorare con un bambino, con la differenza che un bambino non rischia di ammazzarti. Le star di Hollywood però possono ucciderti anche più velocemente degli animali.” Non c’è una grande differenza tra l’assistere ad un’audizione di un essere umano o a quella di un orso o di una tigre, l’importante è creare in entrambi i casi le condizioni favorevoli all’espressione dei sentimenti ricercati. A questo proposito, Annaud racconta che per ottenere un’adeguata reazione di sorpresa nelle tigri protagoniste di Due fratelli (2004) ha dovuto mostrare loro qualcosa di realmente inatteso e sconvolgente: un elefante appositamente portato sul set.

L’espressività è quindi un tratto fondamentale dell’operato di un regista che rivendica il primato dell’immagine sulla parola. Primato che va salvaguardato adattando il linguaggio visivo alle nuove tecnologie ed alle recenti modalità di fruizione: “oggi non si può girare come un tempo. Bisogna tener conto del cambiamento delle modalità attraverso cui gli spettatori guardano un film. Molti di essi lo vedranno su un cellulare e quindi bisognerà, ad esempio, privilegiare i primi piani ai campi lunghi. Si tratta di uno stile differente.”  

THE BEAR, (aka L’OURS), director Jean-Jacques Annaud, 1988, ©Tri-Star Pictures

La poetica di Annaud è ancora fervida ed orientata al futuro, uno sguardo che non si concede di rimpiangere un tempo ormai superato, ma che al contrario si mostra pronto ad accogliere le sfide contemporanee: “io non giudico l’evoluzione della società. Sono parte di essa e mi adatto agli inevitabili cambiamenti. Trovo molto stimolante l’idea di confrontarmi con le esigenze del pubblico odierno, rimanendo comunque fedele a me stesso.”

Tra i vari argomenti toccati in questo piacevole dialogo con il regista non poteva mancare un accenno alle influenze esercitate su di lui dai grandi maestri del cinema italiano. Tra le sue ispirazioni cita grandi nomi della nostra cinematografia nazionale come Dino Risi, Mario Monicelli, Ettore Scola, Franco Zeffirelli e soprattutto Michelangelo Antonioni e Federico Fellini. Quest’ultimo è protagonista di un curioso aneddoto riguardante un incontro avvenuto sul set de La guerra del fuoco. In quell’occasione il celeberrimo regista riminese ebbe modo di confidare al giovane Annaud i risvolti negativi della propria fama: “Da quando sono un regista conosciuto, la maggior parte delle persone è più interessata a vedere me che non i miei film”. Quello fu l’inizio di un solido rapporto che in seguito portò il cineasta transalpino a contribuire finanziariamente alla realizzazione di Intervista (1987).

Oggi è lo stesso Annaud che, forte di una carriera ricca di opere di rilievo, si presenta nelle vesti di autore conosciuto e stimato a livello internazionale. Desideroso di mettere la propria esperienza al servizio dei giovani autori che ora si accostano al mondo del cinema, il regista invita a confidare nelle proprie capacità e rimarca l’importanza di mantenere una passione incondizionata, unita ad uno spirito indipendente: “Per tutta la mia vita mi sono confrontato con gli altri, cercando di capire e comprendere i loro punti di vista senza mai smarrire il mio gusto e la libertà delle mie scelte. Il consiglio che sento di dare è quindi di avere fiducia nelle proprie idee e di seguire sempre il proprio istinto.”

Andrea Pedrazzi
Diana Napolitano

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