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Ven. Dic 6th, 2019

Sulle tracce di Bong Joon-ho: Memories Of Murder

Mentre Parasite macina strada e consenso nelle sale, può essere utile seguirne a ritroso lo zampettio di insetto fino al sotterraneo oscuro dove tutto è cominciato. Memories Of Murder non è il primo film di Bong Joon-Ho, ma quello (terzo assoluto al box-office sudcoreano del 2003) che rivelò al pubblico internazionale il suo cerebrale talento registico, uno stupendo thriller investigativo dai toni blugrigi, con tanti ricordi de Il silenzio degli innocenti (1991) nelle scene di autopsia e tantissime anticipazioni di Zodiac (2007), a cui più di frequente viene accostato sia per la vicenda a cui si ispira (quella di un celebre serial killer che terrorizzò la Corea del Sud dal 1986 al 1991, svanito nell’ombra eludendo gli sforzi degli agenti), che per come rovista nel loro fallimento fino a trarne una parabola di vicolo cieco storico-sociale. 

Bong è già fulminante soprattutto nel raccontare per immagini la dimensione classista: quando alcuni omicidi di studentesse non sembrano trovare un colpevole, gli agenti Cho e Park (Kim Roi- ha e il mattatore di Parasite Song Kang-ho) sono raggiunti nel loro paesino da un detective arrivato volontario dalla grande Seul (Kim Sang-kyung), equilibrato e di sensibilità moderna dove loro sono brutali e comicamente ottusi; l’allora trentaquattrenne regista e co-sceneggiatore affonda il coltello nella provincialità con tutta la ferocia sarcastica che da allora abbiamo imparato a conoscere, in un regime di autoanalisi dove alla consapevolezza non fa eco alcuna riscossa, e il poliziotto a cui “non serve usare la testa” perché”tanto questo è un paese piccolo, prima o poi lo arrestiamo” non è molto diverso dal campionario di derelitti (quasi una white trash alla coreana) che passano di volta in volta nel suo ufficio come sospettati, fra un interrogatorio violento e una confessione estorta a mezza bocca. 

Se l’omicida è quasi un’emanazione diretta di questo sottobosco limaccioso – si parla di un uomo che vive e dorme sottoterra, in anticipo sugli “insetti” proletari di Snowpiercer e Parasite – e quello sulla violenza poliziesca di paese è quindi ben altro, antropologicamente, che non il gioco di insinuazioni dell’ideologo in cerca di facili bersagli, ancor più crudele se possibile è il gioco di aspettative spettatoriali frustrate operato da Bong sul personaggio del detective di città, eroe noir bello e ombroso, sigaretta pendente dalle labbra, sempre a dieci passi da tutto e tutti, che sembra andare come una freccia verso la soluzione inattingibile a quegli animali dei suoi colleghi, e invece non solo perderà la bussola fra campi e stradine monotonamente tutti uguali, ma perderà la presa su sé stesso, il controllo e l’educazione del laureato venuto dalla capitale, fin quasi a prendere per mano il Jimmy “Popeye” Doyle di Il braccio violento della legge nel diluvio di fango e rabbia repressa del finale. 

Come nei film futuri del regista, lo scontro fra classi è infatti solo una parte della storia – quel che conta è anche il fatto di essere rinchiusi insieme: lo stesso treno che viaggia all’unisono verso l’apocalisse (Snowpiercer), la stessa casa d’inferno (Parasite), in ultimo la stessa Terra, come ha gridato sempre più forte l’ambientalismo non solo di Okja (2017), ma di tutte e tre le ultime opere. Non ancora così high-concept, il Bong di Memories Of Murder (assieme a quello pluripremiato del monster movie Host, 2006) rischia paradossalmente di restare il più universale, regista già maturo e maniacale ma non ancora sceneggiatore così programmatico, capace di lasciar “respirare” la sua messa in scena in larghi, morbidi cerchi concentrici che scavano solchi profondi e quasi metafisici di buio e smarrimento. 

Per quanto Bong guardasse dichiaratamente alla tormentata vicenda politica del suo paese, strisciato fuori a fatica dal baratro dell’autocrazia con elezioni democratiche (1987) tenutesi quasi esattamente in corrispondenza dell’inizio degli omicidi, e Memories Of Murder – non diversamente dai referti autoptici di Pablo Larraìn sul Cile di Pinochet – autorizzi quindi in pieno ogni sua lettura politica, l’ambiguità dei continui rispecchiamenti e la forza illeggibile del motivo del “buco nero” (ritorno di un rimosso meno scoperto e inamovibile che in futuro) danno a questo film-rivelazione un potere suggestivo di risonanza esistenziale mai più replicato dal suo autore. 

Lorenzo Meloni

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