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Gio. Lug 16th, 2020

La primavera di Botticelli – Il teatro di fiori

La Primavera di Sandro Botticelli è di certo una delle opere che ci fanno pensare immediatamente al pieno Rinascimento fiorentino, quasi fosse portavoce di questo florido periodo artistico, appunto sbocciato come i fiori in primavera.

Il dipinto è stato realizzato con la tecnica della tempera su tavola di pioppo di notevoli dimensioni, 207 x 319 cm, databile tra il 1478-82 circa. Attualmente è conservata presso la Galleria degli Uffizi di Firenze.
Può essere considerato come il capolavoro dell’artista, in origine probabilmente accostato all’altrettanto celebre Nascita di Venere, con cui condivide la provenienza storica, il formato e alcuni riferimenti filosofici.

La particolarità che più affascina di questo dipinto e che riesce tuttora a incantare il pubblico è legata all’aura di mistero che circonda l’opera, il cui significato più profondo non è ancora stato completamente svelato. Eseguito per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano (1465-1503), l’opera si trovava alla fine del XV secolo nella casa in via Larga (oggi via Cavour) dei suoi eredi, appesa sopra un lettuccio, una sorta di cassapanca con schienale, caratteristica dell’arredamento delle residenze signorili rinascimentali. Passò poi nella villa di Castello, dove Giorgio Vasari nel 1550 la descrisse accostata alla Nascita di Venere. Da notare anche che il titolo con cui è conosciuto il dipinto deriva proprio dall’annotazione di Vasari: “Venere che le Grazie fioriscono, dinotando Primavera“, e da ciò derivarono anche le linee cardine su cui si sono mossi tutti i tentativi di interpretazione. Nel 1853 venne trasferita alla Galleria dell’Accademia per lo studio dei giovani artisti; infine, con il riordino delle collezioni fiorentine, venne trasferita agli Uffizi nel 1919.
Se nella critica non vi è alcun dubbio circa la paternità di Botticelli, piuttosto discordanti sono le ipotesi sulla datazione e sull’interpretazione dell’opera.


Lo spettatore si ritrova immerso in un boschetto, piuttosto ombreggiato, la cui forma ricorda una sorta di architettura a semi-cupola decorata con fiori di arancio colmi di frutti e arbusti che si stagliano sullo sfondo di un pallido cielo azzurro. Questa ambientazione, quasi teatrale, ospita nove personaggi, che si dispongono in una composizione ritmicamente bilanciata e simmetrica attorno ad un perno centrale, rappresentato dalla donna drappeggiata di rosso. Anche il suolo, in genere sempre trascurato, è riccamente popolato da una moltitudine di specie floreali, che lo trasformano in un caleidoscopio di colori.
L’iconografia venne identificata nel 1888 da Adolf Gaspary, basandosi sulle indicazioni di Vasari, e fondamentalmente non fu più messa in discussione, sebbene sfugga tuttora il senso complessivo della scena.
L’opera, come già accennato, è ambientata in un boschetto di aranci (probabilmente il giardino delle Esperidi) e va letta da destra verso sinistra, forse perché la collocazione originaria dell’opera imponeva una visione preferenziale da destra. La scena è quanto mai caotica ma congelata allo stesso tempo. Zefiro, il vento di sud-ovest e della primavera, fa la sua comparsa come un attore teatrale imperioso, con una presenza in grado di piegare perfino gli alberi di arancio, e in questo ingresso imponente rapisce per amore la ninfa Clori, che resterà in seguito incinta; da questo atto ella rinasce trasformata in Flora, personificazione della stessa primavera, raffigurata come una donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo. A questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante il suo rapimento. Al centro campeggia Venere, incorniciata da degli arbusti, mentre sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell’amore più elevato. Sopra di lei vola il figlio Cupido, mentre a sinistra si trovano le sue tre tradizionali compagne vestite di veli leggerissimi, le Grazie, occupate in un’armoniosa danza. Chiude il gruppo a sinistra un disinteressato Mercurio, coi tipici calzari alati, che col caduceo scaccia le nubi per preservare un’eterna primavera.

Nell’opera regna innanzitutto l’innegabile ricerca di bellezza ideale e armonia, emblematiche dell’Umanesimo. Ciò genera pose sinuose e sciolte, gesti calibrati, profili idealmente perfetti. L’attenzione dell’artista è tutta focalizzata sulla descrizione dei personaggi, e in secondo luogo delle specie vegetali, che appaiono accuratamente studiate, forse dal vero, sull’esempio di Leonardo da Vinci, che in quell’epoca era già artista affermato. Minore cura è riservata allo sfondo, con gli alberi e gli arbusti che creano una quinta scura e compatta. Le figure spiccano con nitidezza sullo sfondo scuro, con una spazialità semplificata, sostanzialmente piatta o comunque poco accennata, come negli arazzi.
La Primavera, vero fiore dell’arte rinascimentale, colpisce lo spettatore, che resta incantato, rapito dalla sua irresistibile bellezza. Il tempo si ferma, l’attimo diventa eterno.

Tommaso Amato

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