Le nostre impressioni su Venezia 77

A neanche una settimana dalla consegna del Leone d’Oro torniamo a occuparci di Venezia 77 con qualche “impressione di settembre” (per citare una delle canzoni-simbolo di questa edizione) sul festival che per primo ha rialzato la testa dalla pandemia e riportato in sala i cinefili dopo troppi mesi di astinenza forzata; mesi talmente funesti per l’industria cinematografica che Christopher Nolan e il suo blockbuster spionistico Tenet, uscito in Italia poco prima dell’inizio della Mostra, si sono addirittura ritrovati depositari di speranze messianiche nel loro ruolo di salvatori del “cinema in presenza”, il cui delicato equilibrio con le infinite vie dell’online ha subito durante il lockdown un improvviso e vertiginoso sbilanciamento in negativo che perdura ancora oggi.

Iniziamo allora con la nota più felice, e cioè quella sulla ritrovata salute della Mostra di Venezia in quanto organizzazione a tutti i livelli. Per quanto non si sia lodato abbastanza il lavoro di maschere e addetti alla sicurezza, e in generale lo spettacolo di grande serietà offerto dallo spiegamento di misure di prevenzione e contenimento da parte della Biennale, è ovvio che per noi appassionati questo significhi soprattutto il sollievo, la gioia nel vedere smentiti i dubbi che circondavano il lavoro dei selezionatori, costretti a confrontarsi con la forzata defezione di quasi tutti i potenziali grandi ospiti internazionali e quindi con l’impossibilità di costruire una programmazione scandibile in termini di grandi eventi, come invece tra ovvie differenze e fluttuazioni era sempre accaduto negli ultimi anni.

Niente Roma Joker quindi, ma chi temeva un’edizione in sordina si è dovuto ricredere davanti a una selezione che – se non all’altezza di quella da hall of fame di due anni fa – potrebbe persino aver segnato un passo avanti rispetto a quanto visto a Venezia 76, soprattutto per quanto riguarda la tenuta a lungo termine e gli ultimi giorni di proiezioni (in NBA si direbbe: panchina più “profonda”). All’assenza di grandi blasoni, e forse in definitiva di un’opera capace di porsi testa e spalle su tutte le altre, fa da contraltare una rosa solida e interessante, che sorprende per varietà, pur mantenendo una fortissima unità tematica di fondo.

In questo senso le costanti sono tre, a partire dalla donna, entrata di prepotenza nei radar della Mostra già coi Cuaròn, Lanthimos e Guadagnino di Venezia 75, edizione immediatamente successiva al big bang di #metoo. La presenza femminile si intensifica da ambo i lati della macchina da presa – 8 registe su 18 film in concorso – e sul fronte interpreti addirittura spodesta l’elemento maschile, col nostro Pierfrancesco Favino vincitore della Coppa Volpi più facile di sempre per manifesta assenza di competizione (oltre a lui forse solo lo Shia LaBeouf di Pieces of a Woman aveva l’intensità e la materia prima drammaturgica per dire la sua). Il taglio continua a essere quello battagliero degli ultimi anni, con uno spettro di variazioni sul tema davvero notevole: ai grandi ritratti moderni (Pieces of a Woman appunto, ma anche la McDormand di Nomadland la cui sola presenza ormai vale da indicazione in tal senso) si alternano racconti che iniettano una sensibilità moderna nelle trame di una Storia matrigna (The World to Come, Miss Marx) o dove il femminile si fa soggetto esplorativo, più verosimile che utopico, dello sfondo storico che attraversa (Cari compagni, Wife of a Spy e soprattutto Quo vadis, Aida?, la cui magistrale interprete Jasna Djuricic ci sembra la grande esclusa di questo palmarès).

Gli altri due grandi blocchi tematici, trasversali un po’ a tutte le sezioni e variamente intrecciati fra loro, sono quelli che riguardano da una parte il confronto tra generazioni, spesso all’insegna del conflitto e della cesura violenta, e dall’altra un senso generalizzato di fallimento, rovina, catastrofe. In perfetto accordo con la fase storica in cui si colloca, questa è di gran lunga l’edizione più “negativa” degli ultimi anni, fra sogni interrotti (Assandira, The World to Come), vite tarpate da un destino beffardo (Miss Marx, Le sorelle Macaluso), bambini “figli della violenza” (PADRENOSTRO, Sun Children) echi minacciosi da mondi remoti (Cari compagni, Quo vadis Aida?) o fin troppo vicini (Nuevo Orden). Ancor più interessante si fa allora la posizione di Nomadland, il film di Cloé Zhao che ha vinto un Leone d’Oro fra i più discussi negli ultimi anni, grido liberatorio pur nella grande malinconia e principale eccezione al nichilismo dilagante fra i titoli del programma. Si può aggiungere questo aspetto ai vari già messi in campo per difendere o avversare la scelta della giuria, parlando di volontà positiva di riscatto o al contrario di un’incapacità di cogliere il clima generale premiando un film più rappresentativo.

Infine qualche parola sul cinema italiano presente alla Mostra, che fra sorprese, grandi ritorni e delusioni sempre però dibattute e dibattibili, ha mostrato personalità forte e sfaccettata con un pugno di film quasi tutti spigolosi, in qualche modo respingenti, affilando le unghie anche nei momenti più convenzionali come l’ottimo Lacci di Luchetti, e per il resto squadernando un campionario di proposte stilistiche e tematiche che non possono non lasciare con una piacevole impressione di vitalità. Dovevamo fare da tappabuchi nell’edizione triste e senza Big. Ce ne andiamo a testa alta da veri padroni di casa.

Lorenzo Meloni

Autore: Cabiriams

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