Era il 2001 quando il primo adattamento della fortunata e già nota saga letteraria ideata da J. K. Rowling (in uscita in questi giorni con il suo nuovo romanzo L’Ickabog) usciva nelle sale di tutto il mondo richiamando immediatamente un massiccio numero di fans, portato poi a consolidarsi grazie al successo folgorante del film diretto da Chris Columbus. Con oltre 90 milioni di dollari incassati su suolo nordamericano nel primo fine settimana di programmazione, Harry Potter e la Pietra Filosofale fece registrare un nuovo record di debutto, destinato poi a riflettersi anche sui mercati esteri, i quali permisero al film di concludere la sua corsa  a ridosso del miliardo di dollari (all’epoca il secondo maggior incasso della storia, dietro Titanic di James Cameron). I dati di incasso esprimono solo in parte l’impatto avuto dalla trasposizione cinematografica di Harry Potter e della portata di questo fenomeno, il quale avrebbe in seguito riscritto i canoni della serialità cinematografica.  

Columbus, reduce da successi come Mamma ho perso l’aereo, L’uomo bicentenario e Mrs. Doubtfire che negli anni Novanta lo affermarono definitivamente come regista di opere popolari, si rivelò non solamente la scelta più adatta a tradurre in immagini i luoghi e i personaggi che avevano ammaliato le menti di milioni di lettori, ma seppe rendere la magia di quel mondo accessibile a coloro che vi si accostavano per la prima volta. Dalla sua esperienza in quanto autore di opere orientate ad un pubblico adolescenziale, se non addirittura infantile, il regista americano ha saputo adottare uno sguardo pregno della dose di magia necessaria alla buona riuscita dell’operazione. Un approccio che si mostra vincente sia nella ricostruzione degli ambienti più accoglienti del cosiddetto “wizarding world” che nei suoi aspetti più cupi, ma che trova il maggiore punto di forza nella scelta dei volti attribuiti ai personaggi di carta e inchiostro.

Un casting che ha saputo affiancare ai giovani protagonisti (Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint, per citare i più noti) una schiera di attori di prim’ordine nella scena britannica, tra i quali ricordiamo i compianti Richard Harris (il primo Albus Silente), John Hurt (Garrick Olivander), Richard Griffiths (Vernon Dursley) e Alan Rickman, immenso caratterista che seppe rendere immortale il suo Severus Piton, villain malinconico e tormentato. Grazie anche a queste figure di rilievo, alle quali aggiungiamo anche Maggie Smith (Minerva McGranitt), Robbie Coltrane (Rubeus Hagrid) e John Cleese (Nick-Quasi-Senza-Testa), Harry Potter e la Pietra Filosofale riuscì ad imporsi all’attenzione di una frangia della critica che fino a quel momento si era dimostrata indifferente ai prodotti di genere fantastico.

Siamo negli anni in cui Peter Jackson con la sua trilogia de Il Signore degli Anelli portava definitivamente alla ribalta il fantasy (avrebbe vinto diciassette premi Oscar e totalizzato quasi tre miliardi di dollari), ampliando l’attenzione e la rispettabilità delle opere di intrattenimento aventi come protagonisti streghe, orchi e maghi. Sfruttando questo terreno fertile e contribuendo alla sua fecondità, Harry Potter e la Pietra Filosofale consolida le basi di quello che sarà il prodotto young-adult  di maggior successo nel decennio a venire. Saghe come Le cronache di Narnia, Twilight, Percy Jackson (dello stesso Columbus) e a seguire Hunger Games e Divergent hanno cavalcato l’onda anomala generata dai film tratti dalla Rowling, senza tuttavia riuscire mai nell’impresa di pareggiarne il successo economico e affettivo.

Ma perché Harry Potter entra nei cuori delle persone e le cambia per sempre? La sua è innanzitutto una storia di maturazione esistenziale, quella di un bambino orfano della middle class inglese che non ha mai potuto avere accesso agli agi della vita borghese a cui appartiene a causa del comportamento dispotico dei suoi tutori. La componente magica che irrompe nella sua vita rappresenta la possibilità di diventare tutto ciò che non sarebbe mai potuto essere nel mondo “babbano”. Anzi, non solo Harry scopre di essere speciale rispetto ai suoi coetanei dei sobborghi londinesi in quanto mago, ma addirittura di possedere una fama che lo precede all’interno di questo nuovo universo a lui sconosciuto. Una celebrità che sfugge al suo controllo, arrivando perfino a sopraffarlo, e che lui riesce gradualmente a domare grazie alle figure dei suoi amici (i primi della sua vita). Conoscendo sé stesso entrerà in contatto con il suo passato e di conseguenza si dovrà confrontare anche con la paura, scoprendo di possedere gli elementi necessari ad affrontarla. Per dirla con Hermione: “amicizia e coraggio”. 

La scoperta di tali risorse a sua disposizione e il sostegno delle persone che lo circondano, tra tutte la figura del celebre e stimato professor Albus Silente, rappresentano il suo riscatto definitivo e implicitamente un dono ad ogni ragazzino che con lui si identifica. Lo stupore di Harry all’ingresso del mondo magico e la sua crescita sono i tesori che, da Rowling prima e da Columbus poi, vengono elargiti a tutti i ragazzi che nel piccolo mago rivedono sè stessi ed in lui acquisiscono la consapevolezza di possedere delle qualità nascoste che permettano loro di raggiungere obiettivi inimmaginabili.

Andrea Pedrazzi
Federico Benuzzi