E’ passato solamente un anno dalla folgorante apparizione del giovane Harry su grande schermo. Solo un anno dal nostro primo ingresso come spettatori in quel magico e già familiare mondo nel quale, proprio come il piccolo mago, avevamo trovato una seconda dimora. Harry Potter e la camera dei segreti usciva portandosi fin dal principio un gravoso fardello sulle spalle: quello di confermare l’entusiasmo generato dal suo predecessore. Un obiettivo tutt’altro che facile visto il risultato epocale. A Columbus, ovviamente confermato alla regia dopo il trionfo de La Pietra filosofale, l’arduo compito di misurarsi con sé stesso, con il timore di deludere le aspettative che stavolta sarebbero state giocoforza estremamente elevate. E se da un punto di vista economico il secondo capitolo della saga non riuscì ad eguagliare le vette toccate dall’episodio precedente, possiamo tranquillamente affermare che in termini qualitativi l’asticella è stata ampiamente superata. 

Pur mantenendo l’atmosfera fanciullesca che costituì l’ossatura del primo film, il regista seppe conferire a questa nuova incursione ad Hogwarts e dintorni un tono più maturo. Gli sprazzi di pericolo disseminati in circoscritti frammenti de La Pietra filosofale, vengono qui ampliati fino a coprire con le loro ombre gran parte della durata dell’opera (la più lunga della saga con i suoi 161 minuti).

Abbiamo inoltre qui la possibilità di conoscere zone inesplorate e creature sconosciute di questo universo, a partire dalla inattesa comparsa di un elfo domestico nella casa degli zii, a Little Whinging. La presenza di Dobby porta alla scoperta di uno scenario tragico e ancora recente nella storia magica, ovvero quello di un moderno schiavismo, ormai superato ma ancora da estirpare presso le famiglie più conservatrici. Oltre a richiamare l’attenzione su una condizione inedita, la comparsa del servitore di casa Malfoy introduce quello che sarà il principale pericolo nell’anno scolastico che si appresta ad iniziare. 

Dopo l’incontro diretto con Voldemort, Harry è ben consapevole della minaccia che costantemente lo perseguita e che ora torna a insidiarlo sotto spoglie differenti, portandolo a conoscere meglio sè stesso ed il proprio passato. Affrontando le nuove sfide, Harry nota preoccupanti similitudini tra la sua esperienza e quella del ragazzo destinato a diventare Voldemort. Il tutto passa attraverso l’introduzione del diario di Tom Riddle, nome babbano del Signore Oscuro, il quale ha un influsso nefasto su coloro che vi entrano in contatto. Su tutti la piccola Ginny Weasley (Bonnie Wright), sorella dell’amico Ron: è lei la principale vittima di questo oggetto malvagio, la cui entità verrà svelata solo diversi anni più tardi con la scoperta degli Horcrux. In questa occasione il diario viene descritto semplicemente come un medium tra lo spirito di Voldemort (che ancora non possiede un corpo suo) e il mondo reale, nel tentativo di riappropriarsi di una forma tangibile. 

Ma soprattutto questo è il film in cui Harry scopre una parte nuova della sua personalità e di possedere delle doti alle quali fino a quel momento era stato indifferente: tra queste, quella che richiama maggiormente l’attenzione su di lui è la padronanza della lingua parlata dai serpenti . Capacità che suscita le invidie ed i timori dei compagni, i quali arrivano addirittura a vedere in lui il possibile successore di Salazar Serpeverde. Com’è possibile che un grifondoro, possa essere l’erede del fondatore della principale casa antagonista? Un’eventualità apparentemente assurda, eppure non del tutto insensata alla luce di quanto si si scoprirà in futuro, ovvero che Harry conserva dentro di sé una parte dell’anima di Lord Voldemort (il vero erede di Serpeverde). Un frammento malvagio in grado di attribuirgli poteri incontrollabili e seducenti, ma dal quale non si lascerà corrompere, scegliendo ancora una volta di agire seguendo i propri valori. L’espressione di una volontà che segna un’ulteriore crescita da parte sua, conferendogli la forza di sconfiggere un avversario ben al di fuori della sua portata.

Animatronic del basilisco

Quest’ultimo si presenta con le sembianze di un gigantesco serpente, la cui voce intrisa del desiderio di “uccidere” è percepita solo da Harry. Il basilisco non rappresenta solamente una minaccia per la sopravvivenza di Hogwarts, ma anche un metaforico ostacolo che separa Harry dalla nuova consapevolezza di sé e, infine, in un’ottica esterna e puramente tecnica, uno dei maggiori trionfi raggiunti dagli effetti visivi in ambito cinematografico. La creatura realizzata da Jim Mitchell, Nick Davis, John Richardson, Bill George e Nick Dudman è una meraviglia tecnologica in netto anticipo sui tempi che non sarà più eguagliata né all’interno della saga, né dal resto del cinema Blockbuster degli anni immediatamente successivi. Un risultato che trova conferma anche nell’eccellente messa in scena dello spaventoso ragno Aragog e della sua prole affamata, oltre che nelle virtuosistiche sequenze aree a bordo della Ford Anglia del signor Weasley . E come non menzionare anche quella che senza eccesso di dubbi possiamo definire la migliore partita di Quidditch mai portata su schermo, o ancora la devastante azione del Platano Picchiatore, qui alla sua prima apparizione. Se Harry Potter e la camera dei segreti rappresenta un netto passo avanti rispetto al tassello precedente della saga, è anche (e forse soprattutto) merito di un’evoluzione tecnica sbalorditiva avvenuta nell’arco di pochi mesi. 

Ma in fin dei conti, perché il Basilisco entra nei nostri cuori e cambia le nostre vite per sempre?
Perchè questo apparato tecnico dal valore eccezionale gioca a supporto di una storia tenebrosa, degno e naturale sviluppo delle vicende precedentemente narrate e in grado di adombrare una serie di innegabili difetti (l’acerba recitazione dei giovani protagonisti, l’overacting di alcuni adulti e più di una forzatura narrativa) fino ad imporre La camera dei segreti come un capitolo fondamentale. Uno dei film meglio riusciti dell’intero franchise, ancora connaturato dall’aura sognate del primo anno e al contempo già portatore di quel tono adulto che costituirà il fulcro dell’indimenticabile episodio successivo.

Andrea Pedrazzi
Federico Benuzzi