Dal 30 ottobre, His House è disponibile sulla grande piattaforma di distribuzione Netflix. Direttamente dal Sundance Film Festival, in anteprima mondiale, il film d’esordio alla regia di Remi Weeks attraversa la vicenda di Bol e Rial, due richiedenti asilo arrivati in Inghilterra da una delle tribù Dinka del Sudan del Sud. Perdono in mare lungo il loro tragitto una bambina, Nyagak, e viene data loro l’opportunità di lasciare il centro di accoglienza nel quale si trovano per trasferirsi in prova in una casa affidatagli. 

Jumpscare e drammi esistenziali, mescolati in una situazione perfettamente occidentale per localizzazione geografica, ma ben lontana dal sentire comune del pubblico alla quale questa visione è indirizzata. Bol e Rial porteranno con loro fantasmi, maledizioni e tradizioni culturali e, da qui, inizierà la caratterizzazione horror. 

I protagonisti, rappresentati visivamente in maniera accurata – a tal punto da non riconoscere subito Wunmi Mosaku (Rial), che gli amanti delle serie tv targate Netflix ricordano in The end of the F***ing World e Black Mirror, che vede anche Sope Dirisu (Bol) recitare, entrambi in ruoli marginali di due diverse puntate  – le scarificazioni ben visibili sui loro corpi, l’abbigliamento e il comportamento vengono resi in maniera tale da rientrare perfettamente in ciò che uno spettatore occidentale può immaginare di vedere in un film riguardante una tematica così discussa e delicata. 

Per la prima volta nella grande distribuzione, il pubblico del cinema contemporaneo si trova di fronte a una vicenda riguardante l’immigrazione in sfumatura horror. E Weeks in questo si muove benissimo, con una regia accurata e una location perfetta. 

Il soprannaturale è la chiave dominante nella prima parte del film ma questo, seppur rimanga sempre presente e in un qualche modo protagonista della vicenda, viene sovrastato da quello che vuole esplicitamente rappresentare: risentimento, paura, rabbia e senso di colpa. Ecco allora che l’horror lascia spazio al dramma, senza scomparire, ma cercando di equilibrare la visione, resa scorrevole dal montaggio asciutto, dalle musiche di Roque Baños e da tutto il sonoro stesso, capace di individuare diversi volti e aspetti spaventosi in situazioni che altrimenti sarebbero state forse ignorate. 

In un contesto politico che talvolta ripudia il senso stesso dell’integrazione – nell’incertezza di ciò che non conosce – o all’inverso si comporta come stendardo di questa, un film come His House non si permette di giudicare, è fuori dagli schemi, oltre ogni senso politico – ma solo umano, prendendosi anche a volte le sue piccole vendette – che non voglia essere interpretato personalmente da ogni spettatore in “sala”. Il racconto, che di per sé per gli amanti dell’horror potrebbe apparire forse banale in entrata, si fa sempre più profondo, fino ad andare a volersi porre al di sopra di ciò che rappresenta o potrebbe rappresentare.

Il finale porta con sé un “voler dire troppo”, un voler spiegare ciò che si è appena visto: l’unica pecca, insieme alla fotografia un po’ troppo luminosa per un film prevalentemente notturno, di un lavoro che senza dubbio potrebbe lasciare a bocca aperta il pubblico. 

His House è disponibile per gli abbonati Netflix, apprezzato o no, è un respiro di  sollievo che ci siano film capaci di trattare una tematica fin troppo spolpata e deformata in una chiave orrorifica. 

E guardando il film, potremmo anche farci una domanda: adesso chi è “l’uomo nero”? 

Sarah Corsi