Ho avuto il piacere di intervistare la giovane scrittrice Ilaria Spadaccini, autrice di Il volto della fenice, romanzo d’esordio uscito nel 2017, e Papavero bianco. Storia di una consolazione, raccolta di pensieri nelle librerie da novembre 2020. La ringrazio di cuore per la disponibilità e per la bella conversazione che abbiamo avuto a proposito di questo suo ultimo libro così puro, intenso, carico di emozioni e luogo in cui tutti possiamo rispecchiarci. Ilaria, con un linguaggio essenziale e diretto, riesce facilmente a coinvolgere il lettore in un mondo fatto di tante sfumature, creando un “dialogo” che ci lascia la possibilità di interagire e immedesimarci con una realtà di dolore, rabbia e amore.

Partiamo dal titolo: antiche civiltà, come quella degli Egizi, dei Sumeri, dei Cretesi, facevano ampio uso dei semi di papavero per conciliare il sonno o calmare il dolore, essendo una pianta nota per la sua resistenza agli ambienti più ostili. 

Esiste una relazione tra questo significato e quello del titolo che hai scelto per il tuo libro? Perché proprio il Papavero bianco?

Anzitutto devo dire che la scelta del titolo è stata difficile. Diversamente dal primo romanzo (Il volto della fenice, 2017), il cui titolo mi era uscito “di pancia”, questa volta è stata una scelta più scientifica. Il termine “papavero” è nato dopo che sono entrata in contatto con la grafica: durante la quarantena mi sono messa alla ricerca assidua di disegni che potessero essere degni accompagnatori delle parole, in modo che il lettore avesse un duplice spunto di interpretazione. Così, dopo numerose ricerche, mi è venuta in mente una vecchia compagna di classe del liceo, Giuliet- in arte Giuliet françoismaire – , una giovane stilista e designer che realizza abiti concettuali con tinture naturali unendo arte, moda e sostenibilità. Ho deciso così di contattarla e quando mi ha inviato il primo disegno ho capito che era la persona giusta, mi piace definirla il mio “spirito affine”. Ricordo che le raccontavo le idee che le parole evocavano e lei le metteva su carta con una facilità impressionante. Nei suoi disegni aveva sempre un costante rimando al papavero, come si osserva già dalle prime pagine del libro, così ho iniziato a fare delle ricerche e ho scoperto la straordinaria storia che c’è dietro il papavero. Si dice che sia il fiore della consolazione e una delle storie che più mi ha colpito è questa: la dea della Terra perde la figlia Proserpina perché Ade se ne innamora e la porta agli inferi con sé. Così la dea, disperata per la perdita della figlia, smette di curarsi della Terra, e Zeus per consolarla inonda il terreno del rosso fuoco del papavero con cui lei trovava consolazione nella perdita. Ecco che da qui deriva il sottotitolo “storia di una consolazione”. Mi piaceva molto anche la storia dei semi di papavero che venivano sparpagliati sui campi di battaglia dopo le guerre per ricordare tutti i caduti: il papavero come simbolo di rinascita di una terra che può ancora portare qualcosa di positivo. Il papavero l’ho scelto per questo motivo: da un input grafico ad una ricerca scientifica della storia del papavero, bianco perché nella simbologia è spesso associato alla morte e poiché questo libro è il frutto di un’urgenza espressiva, una necessità, volevo che fosse un faro per qualcuno che è dentro il dolore e ha paura di non uscirne. 

La raccolta è divisa in tre parti connesse tra loro: dolore, ribellione, amore. Più volte hai definito la tua scrittura un qualcosa di terapeutico e una necessità, e sicuramente la sezione “dolore” è profondamente intima e lacerante. È stato difficile mettere su carta queste emozioni così private? 

Questo libro l’ho scritto in seguito a due perdite tragiche della mia vita, nel giro di due anni ho perso mio padre e mia sorella. Dopo un periodo in cui mi sono a lungo chiesta cosa dichiarare o meno, adesso mi sento di dire che Papavero bianco sia il frutto di questi lutti dolorosissimi. Un aforisma di Anna Frank dice: «Io cerco di non concentrarmi sulla miseria, ma su tutta la bellezza che ancora rimane». Ecco, voglio che il messaggio di Papavero bianco sia proprio questo, concentrarsi su quanto di bello la vita può ancora dare, nonostante il dolore provato.

Sulla base di questo, posso dire che ho avuto più difficoltà a scrivere la parte “Amore”, che è stata per me una vera ricerca; “Dolore” ha invece rappresentato un’urgenza. Credo di averci messo non più di quattro ore a scrivere tutta la sezione  che concerne il dolore.

Il tuo primo romanzo Il volto della fenice è un viaggio attraverso la consapevolezza della propria forza e identità, con il raggiungimento finale di un traguardo importante avvenuto dopo tanto dolore. C’è un legame tra l’io narrante del primo libro e quello di Papavero bianco?

Devo dire che anche Il volto della fenice è stato il frutto di un’esigenza espressiva. Il mio sogno era scrivere un libro e l’ho fatto. Avevo creato una bozza del romanzo nel 2011 e nel 2017 era uscito un concorso alla radio dove cercavano nuovi talenti, così mi sono messa all’opera, ho recuperato tutto quello che avevo scritto, l’ho rielaborato e nel giro di pochi mesi ho creato il romanzo. Durante gli anni dell’università ho avuto modo di conoscere in studentato tante persone straordinarie, e proprio le vicende di tutti coloro che le hanno condivise con me mi si sono stampate addosso e ho sentito l’esigenza di restituirle al mondo. La base era sempre il dolore e sono tutte storie vere che hanno l’intento di far accettare il dolore senza renderlo vano, ma anzi in modo da trarne un insegnamento.

La parte conclusiva di Papavero bianco porta il titolo “Amore”; che tipo di Amore prevale alla fine?

Ho dato un ordine alla raccolta soltanto dopo, e l’idea di dividerla in capitoli è stata finale; ero consapevole che “buttare” i pensieri nel mucchio senza dargli un certo criterio poteva risultare poco chiaro nei confronti del lettore. Volevo dare un’idea di guida, di percorso. Devo dire che, purtroppo, ho un andamento meteoropatico, altalenante, per cui un giorno sono al massimo delle mie potenzialità e un altro tutto all’opposto, a volte addirittura anche nello stesso giorno! Ecco, queste poesie rispecchiavano un po’ questo andamento oscillante tra gli opposti, c’erano giorni in cui il dolore per la perdita di mia sorella era talmente forte da sentirla come una zavorra che mi faceva camminare ricurva, e altre volte in cui mi sentivo talmente leggera, come avessi delle ali ai piedi e riuscissi a innalzarmi grazie al dolore passato. 

È quindi un circolo vizioso di dolore – amore – rabbia, che si alternano in continuazione. Alla fine ho raccolto tutte le poesie, le ho divise e, a seconda di ciò che esprimevano, le ho inserite nelle sezioni corrispondenti. In più volevo che alcune poesie avessero dignità propria, senza interpretazione grafica, e ce n’erano altre che invece volevo arricchire con i disegni. 

In Amore ci ho visto l’amore per mio nipote, l’amore fraterno, l’amore per mio marito, quello per il mio cane, l’amore per me stessa, per quello che ho e per il futuro. 

Che messaggio vorresti lasciare a chi ancora non ha letto il libro?

Papavero bianco vuole essere uno strumento di consolazione. C’è un’espressione inglese, di cui non trovo l’equivalente italiano altrettanto potente, che dice: «I have been there»; quando qualcuno sta male la persona amica usa questa espressione come per dire: «Dove sei stato tu, proprio lì,  in quel baratro, ci sono stato anche io». Il messaggio del libro è proprio questo. Spesso chi soffre tanto ha la sensazione di sentirsi emarginato perché ha la “presunzione” di credere che chi non ha vissuto del dolore non può capire chi invece ci è passato. E se tu non puoi capirmi io sono solo a questo mondo. Anche se chi soffre non può essere completamente capito da chi ai margini della disperazione non c’è stato, voglio dire a tutti i lettori che dal dolore si può uscire, concentrandosi sulle cose belle che rimangono e sperare in un futuro dignitoso.

Il messaggio principale del libro è proprio questo: si può uscire da un dolore così grande, noi esseri umani siamo programmati per sopravvivere, la vera sfida è cercare di trasformare questa lotta alla sopravvivenza nell’apprezzamento.

Si potrebbe definire quindi un libro circolare, si può leggere all’infinito, non c’è un inizio e una fine…

Assolutamente, e a seconda del momento che stai vivendo, delle emozioni che senti, puoi avere un messaggio diverso da un testo, esattamente come succede con le canzoni. 

Come è avvenuto il passaggio dalla prosa alla scrittura in versi? Scrivevi già delle poesie, o meglio – come preferisci definirle – dei “pensieri”?

Mai scritto poesie e, devo dire, non pensavo neanche di amarle così tanto. Definendo degli scritti miei “poesia” mi sembrava un po’ autocelebrazione inutile. Infatti, quando parlo di Papavero bianco dico che è una raccolta di pensieri. Ho letto diversi libri di poesia, ne sono anche appassionata, ma non ritengo i miei scritti delle poesie, nonostante molti utilizzino spesso questo termine a proposito del mio libro. 

Oggi sembra che tutto sia poesia, io non mi sento né una poetessa né una scrittrice arrivata, scrivo per urgenza, per mandare un messaggio di speranza e di amore. 

Per collegarmi alla tua domanda, non è stato un calcolo, non c’è stato in me un passaggio dalla prosa alla poesia. Una mia amica mi ha regalato un libro di poesie di Rupi Kaur, il cui modo di scrivere ritengo essere molto vicino a quello che ho adottato io. Lei ha inaugurato un modo di scrivere che è diventato virale sui social: frasi brevi e illustrazioni che lei compie di suo pugno. Con il tempo sto imparando quanto sia vera l’espressione less is more, quanto sia potente un concetto se espresso con poche parole. Se tu lo adorni troppo con tue parole non dai alla controparte la possibilità di aggiungere qualcosa di suo. Rupi Kaur è stata in questo la mia musa ispiratrice, quando ho letto le sue poesie ho cominciato a pensare a frasi e così ho iniziato a scriverle esattamente come mi venivano nella testa. E da qui è nato Papavero bianco.

Progetti futuri?

Mi ricordo di una mia presentazione in una scuola in cui parlavo dell’esperienza di una persona a me cara che soffriva di bulimia e che poi ha ispirato la prima parte del mio primo libro. Ad un certo punto una ragazzina è scoppiata a piangere ed è uscita dalla sala, tanto che a fine lezione una professoressa è venuta da me e mi ha ringraziata, perché quella ragazza aveva finalmente parlato del suo disturbo alimentare. Lì ho capito che è questo che voglio fare nella vita, non posso parlare di progetti, non posso sapere cosa mi riserverà il futuro, ma se avrò anche solo la possibilità di migliorare di un briciolo la vita di qualcuno, sono in prima fila.


Ilde Sambrotta