Disponibile dal 30 dicembre dell’anno appena terminato, Sanpa. Luci e tenebre su San Patrignano  è la nuova docuserie targata Netflix, diretta da  Cosima Spender e ideata da Gianluca Neri e Carlo Gabardini, che sta facendo discutere. Da un comunicato stampa in cui la storica comunità terapeutica per tossicodipendenti prende le distanze dall’intero resoconto della serie, descrivendola – a ben dire – come un “racconto sommario e parziale”, agli inneggiamenti alla realtà finalmente svelata di parte del pubblico. 

Ma di cosa parla Sanpa? 

La storia è quella del fondatore della comunità, Vincenzo Muccioli. Proveniente da una famiglia agiata e possessore di un terreno nel comune di Coriano (RN), nei primi anni ’80 decide di fondare  una delle prime comunità terapeutiche per tossicodipendenti, persone emarginate con un forte disagio dovuto alle sostanze, nello specifico in gran parte alla sostanza in voga ai tempi, l’ eroina. 

Interessante nella serie è la contestualizzazione storica: siamo negli anni dei movimenti giovanili, dei raduni in piazza, delle prime “scimmie”, i primi anni in cui il fenomeno droga è sulla bocca di tutti, dinanzi però ad una classe politica impreparata a gestire il disagio sociale conseguente. 

L’approccio utilizzato nel tentativo di riabilitazione di queste persone all’interno della comunità è deciso da Muccioli, un uomo autoritario, il pater familias intento a educare e trattenere, con mezzi anche cruenti, i ragazzi. 

Il resoconto, arricchito da immagini di repertorio e da interviste a giudici, amici ed ex sostenitori della comunità, tra cui anche il figlio del fondatore, Andrea Muccioli, si concentra sulle vicende giudiziarie che investirono San Patrignano nei primi 15 anni circa dalla sua fondazione. Sequestri di persona, percosse, fino ad arrivare a un omicidio e diverse violenze avvenute al suo interno. Le interviste a ex ospiti della comunità, sei nello specifico – Walter Delogu, Fabio Cantelli, Antonella De Stefani, Fabio Mini, Niccolò Licata e Paolo Negri – e Antonio Boschini, attuale medico dell’ospedale interno alla comunità, si concentrano su esperienze personali avvalorate da prove e testimonianze in tribunale di violenze vissute o semplicemente viste in quegli anni. 

Il grande sostegno ricevuto dalla classe politica, dai più grandi finanziatori – la famiglia Moratti – e dall’opinione pubblica permettono alla comunità di crescere e a Muccioli di divenire un personaggio pubblico. Centinaia di ragazzi e ragazze vogliono entrare. Gli ospiti crescono, la comunità si allarga. 

Il racconto di sofferma sulla sfera personale dello stesso fondatore, appassionato di esoterismo. Ci viene introdotto un discorso cupo, contornato da messe nere e la sua figura da medium. Il personaggio, già di per sé non poco criticabile per i metodi, viene illustrato allo stremo, fino alla causa presunta del suo decesso, che si era deciso dovesse rimanere “segreta” (potremmo semplicemente parlare di privacy). 

La serie è avvolgente, a tratti terrificante ed emozionante. La tematica da affrontare non era facile, né il percorso prevedibile e lineare. Il mondo della tossicodipendenza è estraneo a chi non l’ha vissuto, anche solo tramite gli occhi di un amico o familiare. 

Quello che rimane alla fine della visione però è un grande senso di incompletezza. Su una scala di grandi numeri, in cui questa struttura rappresenta la più grande in Europa, non bastano sei interviste, sette contando Boschini, a rappresentare l’intero ideale e pensiero comune degli ospiti ed ex ospiti. Il racconto, che si conclude con la morte di Muccioli, perde di vista la tematica data dal suo stesso titolo, la comunità tuttora attiva, alla quale sono stati riservati solo un titolo di coda e delle brevi riprese circostanziali. 

Riguardo alla tossicodipendenza, fin troppe volte il resoconto che se ne fa avviene in maniera sommaria, superficiale, non comprensibile dal mondo esterno. Il pezzo mancante è la figura del sostegno, le famiglie che tuttora sostengono la comunità. Le figure che non ne sono uscite e che in questi anni hanno continuato a lavorare per permettere a migliaia di persone di salvarsi da un tunnel ben più cupo e tenebroso di questa serie. Questo lavoro porta alla luce fatti di dominio pubblico, non aggiunge molto altro a episodi pienamente discussi negli anni stessi in cui sono avvenuti. Possibile che non se ne sappia di più? 

Le testimonianze sono molteplici. Basterebbe entrare in una delle sedi territoriali dell’A.N.G.L.A.D,  l’Associazione Nazionale Genitori per la Lotta Alla Droga, per trovarne forse molte di più e intavolare una discussione ben più ampia di quella posta in questo prodotto. La sua efficacia mediatica sta facendo parlare. Da un serie lanciata nella vetrina Netflix, enorme e spesso dispersiva, è nata la discussione. Ma a discapito di chi la osanna, forse servirebbe viaggiare più nel profondo, non solo per condannare ciò che avvenne, ma per prendere visione delle vite degli ospiti e di chi tutt’oggi lotta per entrarvi e salvare la propria vita e non solo, di ciò che quegli anni hanno portato a tutta la nostra società e ciò che i nostri anni porteranno alle generazioni future. 

Sarah Corsi