The white hunter sits on his porch

With his elephant gun and his tears

He’ll shoot you for free if you come around here

A protester kneels on the neck of a statue

The statue says “I can’t breathe”..

Nick Cave, White Elephant, 2021

Che missione difficile quella intrapresa da Lapo Gresleri col suo Body and Souls (Bietti, 2021): da una parte raccontare il presente della tormentata esperienza afroamericana, inteso in senso largo come commistione decennale di due periodi opposti ma, ognuno a suo modo, non risolutivi, come le presidenze Obama e Trump, e in senso puntiforme come l’ennesimo feroce risveglio delle coscienze all’indomani di quegli otto minuti di omicidio in diretta che hanno fatto esplodere in tutto il mondo le proteste del movimento #BlackLivesMatter; dall’altra parte, se non fosse abbastanza dover imporre le mani su una realtà così magmatica e in divenire, fare il punto di tematiche che affondano radici molto più remote nella storia dei neri americani, e spiegare perché proprio oggi le si ritrovi condensate nel cinema ad altissima temperatura politica di giovani registi black come Jordan Peele e Boots Riley.

È una lezione appresa già dal Blues, prima che il ‘900 irrompesse con le sue tragedie e conquiste identitarie a parlare di “riappropriazione”: se raccontare la prospettiva afroamericana significa dar voce a una sofferenza, allora è proprio di quella sofferenza che si può e si deve fare la propria arma espressiva. A questo rimanda, nella poetica della nuova ondata descritta dall’autore, il tema ricorrente del corpo, storico teatro di un controllo sistemico che dalle forme esplicite della segregazione e della violenza legalizzata o taciuta si è man mano evoluto verso quelle insinuanti di una spettacolarizzazione di stampo pornografico e comunque non meno razzista. Nella stessa direzione va l’aderire di Peele e Riley alle istanze dell’afrosurrealismo, movimento artistico e culturale che a partire dagli anni ‘70 ha usato il fantastico come chiave per dischiudere l’assurdo e il mostruoso della società americana, “per parlare del presente presupponendo che la natura, compresa quella umana, generi di per sé esperienze surreali”.

Fra i pericoli del suprematismo bianco di stampo trumpiano e quelli ancor peggiori di una color blindness di facciata, questi nuovi autori raccontano un vecchio dramma: l’eterna scissione dell’anima del nero americano, costretto secondo il sociologo William Du Bois a lacerare in due la propria prospettiva per fare i conti con lo sguardo giudicante dell’Altro; lo fanno in modi diversi, accomunati da uno spirito satirico di fondo, che in un caso prende le forme romeriane di un cinema horror d’assalto, nell’altro quelle metamorfiche e tragicomiche di uno Swift del ventunesimo secolo. Modi che denunciano un apprendistato illustre: proprio le parole di Du Bois gettano, infatti, un ponte tra Body and Souls e l’opera prima di Gresleri, Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana (Bietti, 2018), da recuperare per capire come molti temi del nuovo filone afrosurrealista  possano essere ricondotti all’influenza del regista di Brooklyn, in quanto principale cantore di quel senso di schizofrenia identitaria, che impregna fino alle ossa opere potenti e dolorose come School Daze, Malcolm X o Bamboozled.

Body and Souls arriva al momento giusto – cioè prima possibile, subito – per raccontare al pubblico italiano una pagina di cinema e di società americani, la cui fragorosa eco mediatica non basta a rimpiazzare un solido percorso di contestualizzazione storica. La sua stessa brevità da pamphlet, 46 pagine, ne testimonia l’urgenza, il suo calare con prontezza su una situazione in corso di svolgimento, e unita alla straordinaria densità di temi e rimandi aumenta a dismisura il peso specifico di ogni passaggio. Si esce dalla lettura con l’impressione di padroneggiare un po’ meglio questa materia difficilissima, con la testa piena di nomi da investigare, domande da porsi, e su tutto il suono di un mantra, sempre lo stesso, ancora necessario: Wake Up!

Lorenzo Meloni