Allontanarsi dalla consueta nozione di “realtà” sembra essere d’obbligo quando si ha a che fare con un quadro dipinto da De Chirico. Ciò che colpisce maggiormente delle opere dell’artista in questione è, infatti, indubbiamente la modalità di lettura di eventi o luoghi noti a tutti: un particolare viene ripreso e completamente stravolto, per portare in luce aspetti nuovi e impensati fino a quel momento, fino a quando l’osservatore, di colpo richiamato a una realtà di stampo onirico e surreale, comincia a tentare di cogliere ciò che nella sua mente dava per scontato o assodato in una rappresentazione che si discosta notevolmente da quelle che sono le sue reminiscenze. È il caso di Ettore e Andromaca, tra i personaggi principali dell’Iliade di Omero, raffigurati dall’artista come due manichini privi di espressione, ma, paradossalmente, non di calore emotivo.

Questo calore, questo senso di umanità conferito ai protagonisti dell’opera, è quasi tangibile, considerando innanzitutto l’intreccio di corpi attuato da De Chirico nella rappresentazione: l’olio su tela, datato 1917 e attualmente conservato alla Galleria d’Arte Moderna a Roma, raffigura il momento che precede la battaglia di Ettore con Achille e, quindi, la morte imminente dell’eroe troiano. I corpi sono intrecciati in una sorta di “abbraccio privo di braccia”: l’artista, infatti, nella  rappresentazione, incastra perfettamente i corpi tra loro, come a voler significare l’intenzione, da parte di Andromaca, di sottrarre l’amato a morte certa, anche se invano. Infatti, la mancata rappresentazione delle braccia è segno dell’impossibilità di trattenere a sé l’amato, dovendo arrendersi a un destino già segnato.

L’opera è un tripudio di colori e di significati celati tra figure geometriche e apparentemente inespressive: il modo in cui l’artista mette in scena l’estremo saluto tra i due amanti, a un primo sguardo, sembrerebbe togliere all’atto in sé tutto il romanticismo messo in luce da Omero all’interno dell’Iliade; invece, quasi inspiegabilmente, la scena rappresentata, seppur priva di vita, senza tempo e senza spazio, si carica di aspetti emozionali, leggibili in chiave mistica e ravvisabili anche in alcuni dettagli che permettono all’attento osservatore di cogliere il disperato tentativo di salvezza, da parte di Andromaca, pur senza l’ausilio delle braccia. È la perfetta rappresentazione di una sorta di “tentativo dell’impossibile”.

Giorgio De Chirico (Volo, 10 luglio 1888Roma, 20 novembre 1978), noto pittore e scrittore italiano, fu tra i massimi esponenti della pittura metafisica. A colpirne significativamente la sensibilità artistica fu in primis la città di Ferrara, in cui l’artista rimase per circa tre anni e mezzo, dopo che vi fu mandato con il fratello allo scoppio della prima guerra mondiale. Partecipò, poi, alla Biennale di Venezia (1924 e 1932) e nel 1935 alla Quadriennale di Roma, città in cui trascorse gran parte della sua vita.

Seppe raffigurare in modo sapiente scene così particolari da avviluppare l’osservatore in un mistero senza fine.

L’artista si sofferma quindi, attraverso la propria opera, su un momento importante del racconto di Omero, ma, come detto più volte in precedenza, gettando l’osservatore nel dubbio, quasi volendo spingerlo a un’interpretazione della scena che vada oltre il visibile, a dare un senso anche a quelle due figure che non sembrano averlo. Rappresentazione e, allo stesso tempo, privazione della vita si intrecciano tra loro come Ettore e Andromaca, in un “abbraccio” ai limiti dell’assurdo, che De Chirico si incarica di mettere in scena, rivelando gli enigmi e i misteri racchiusi dalla realtà che ci circonda.

Chiara Pirani