L’argentino Lucio Castro debutta con un lungometraggio ambizioso ma non avventato, orientato all’enigma narrativo, per raccontare una storia d’amore tra due uomini senza scadere nel romanticismo melenso. Lascia aperta la porta all’interpretazione, rivolgendosi a uno spettatore che si trovi disposto a dedicare la stessa pazienza e dedizione che riserva all’amato in una relazione.

La collocazione temporale è solamente suggerita da spunti di conversazione, anzi, proprio a partire da questi le inquadrature si sganciano per riposizionare la vicenda in altre epoche. Ci troviamo sempre a Barcellona alla fine del secolo scorso, poi ai giorni nostri. I momenti chiave sono riproposti come deja vù di un’esistenza immaginata con la consistenza del vissuto reale.

Lo stile di regia non fa sospettare intenti surrealisti ma, con l’andamento diacronico della narrazione che si fa sempre più evidente con il proseguimento della visione, risulta chiaro come la trama sia slegata dalla consequenzialità logica e dalla linearità temporale.

Ci si orienta con difficoltà all’inizio, perché Castro chiede allo spettatore l’immersione totale nel fluire di una storia d’amore forse durata un incontro fugace, sotto il pelo dell’acqua, forse evolutasi in decenni a partire da uno sguardo.

I protagonisti mutano come individui, come coppia, affrontano aspirazioni, lutti e successi. Eppure tutto rimane sospeso, come bloccato in un “puro presente perfetto”, mentre il tempo scorre attorno a Ocho e Javi. Si proiettano in avanti, poi defluiscono nel passato, guardando a quello che è stato o sarebbe potuto essere, descrivendo l’esperienza paradossale di sentire la nostalgia per un futuro ancora da vivere. O l’intesa improvvisa di un colpo di fulmine tra estranei che si conoscono da un secolo.

Giulia Silano