La prima edizione dei premi Oscar in epoca pandemica si è svolta presso gli spazi del Dolby Theater e dell’Union Station di Los Angeles. Una cerimonia insolitamente sobria e intima, evidentemente ridimensionata dalle limitazioni imposte dalla pandemia.

Una serata che anche dal punto di vista dei premi sembrava dover riservare ben poche sorprese e che invece non ha mancato di improvvisi cambi di direzione rispetto alla narrazione che fino a questo momento aveva segnato la stagione dei premi. Non rientra fra questi il trionfo di Nomadland della regista cinese Cloé Zhao, già vincitore del Leone d’oro alla scorsa Mostra del cinema di Venezia e del Premio del pubblico al Festival di Toronto, nonché dominatore incontrastato della Awards Season d’oltreoceano. Oltre alle quasi scontate statuette come Miglior Film e Miglior regia (in quest’ultima Zhao è stata la seconda donna nella storia a trionfare, dopo Kathryn Bigelow nel 2010), Nomadland è però stato protagonista anche di una delle sopracitate assegnazioni inattese con la vittoria di Frances McDormand come miglior attrice. Un esito tutt’altro che scontato questo, in una categoria che vedeva la vincitrice del Golden Globe Carey Mulligan (Una donna promettente) giocarsi la vittoria con la premiata agli Screen Actor Guild Awards Viola Davis (Ma Rainey’s Black Bottom). Eppure, in un’edizione priva di una dominatrice assoluta, l’Academy ha scelto di attribuire il proprio riconoscimento ad una veterana come McDormand, che vince così il suo terzo Oscar in carriera (solo Katharine Hepburn ha fatto di meglio, con quattro premi come miglior attrice protagonista tra il 1934 e il 1982), a soli tre anni di distanza da quello per Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2018) e a oltre un ventennio dalla vittoria per Fargo (1997).

Dove il film di Zhao non è stato infallibile sono le categorie per la miglior fotografia e la miglior sceneggiatura non originale, in cui, nonostante il ruolo di favorito, la pellicola ha dovuto cedere gli onori rispettivamente a Erik Messerschmidt (Mank, premiato anche per le scenografie di Donald Graham Burt e Jan Pascale) e Christopher Hempton e Florian Zeller (The Father). È proprio il film di Zeller ad aver piazzato il colpo maggiormente inaspettato di questa novantatreesima edizione, con Anthony Hopkins a spuntarla sul compianto Chadwick Boseman (Ma Rainey’s Black Bottom), praticamente dato per certo vincitore alla vigilia. Tutto regolare invece per quanto riguarda le performance attoriali dei non protagonisti, con Daniel Kaluya giustamente premiato per la sua interpretazione di Fred Hempton nell’ottimo Judas and The Black Messiah, così come l’attrice sudcoreana Yoon Yeo-jeong si imposta per la sua “nonna atipica” del garbato Minari. Premiata per la miglior sceneggiatura originale è stata invece Emerald Fennel (Una donna promettente), che ha scalzato il ben più meritevole (ma già premiato in questa categoria nel 2011) Aaron Sorkin, autore del film Il processo ai Chicago 7: probabilmente l’opera hollywoodiana migliore di questa edizione e uscita completamente a bocca asciutta. La specifica della provenienza è d’obbligo, visto che l’opera più meritevole tra quelle candidate quest’anno proviene dalla Danimarca ed è l’incontrastata vincitrice nella categoria Miglior film internazionale: Un altro giro di Thomas Vinterberg, la cui prevalenza sui contendenti era evidente già dalle nomination in cui l’autore compariva anche nella shortlist per la miglior regia.

Frame da “Un altro giro” (Druk) di Thomas Vinterberg

Pochi sussulti nelle altre categorie, con Soul di Pete Docter che, oltre allo scontato riconoscimento per il miglior film d’animazione, si prende anche la statuetta per la colonna sonora originale. Sound of Metal si aggiudica il premio per il miglior sonoro (inevitabile, visto il lavoro incredibile e il ruolo centrale riservato all’audio), oltre a quello per il miglior montaggio. Non la spunta invece l’italiano Pinocchio, che sia per il miglior trucco che per la migliore scenografia viene sconfitto dal ben più quotato Ma Rainey’s Black Bottom. Niente premi anche per Diane Warren, Niccolò Agliardi e Laura Pausini per la loro “Io sì”, canzone originale del film di Edoardo Ponti La vita davanti a sè; nonostante la canzone fosse stata data per favorita dopo i Golden Globes, le quotazioni erano state viste al ribasso nelle ultime settimane. Il premio è andato a H.E.R per la sua Fight For You, da Judas and The Black Messiah. Come da pronostico, invece, è stato My Octopus Teacher ad aggiudicarsi il premio per il migliore documentario, così come Tenet. I cortometraggi hanno invece visto imporsi di Due estranei (fiction), Colette (documentario) e Se succede qualcosa, vi voglio bene (animazione).

Si è chiusa così un’edizione contraddistinta dalla presenza di film poco conosciuti dal pubblico e nella quale hanno trovato spazio molte produzioni indipendenti che in un’annata normale avrebbero faticato ad emergere. D’altronde non poteva essere altrimenti, dato il periodo in corso, con poche uscite e diluite all’interno di un contesto sovrabbondante come quello dello streaming. Gli Oscar 2021 confermano, però, la tendenza alla democratizzazione che ormai da diversi anni contraddistingue i premi più prestigiosi del cinema, i quali vengono distribuiti su diversi titoli, in una vasta rosa di premiati presso la quale si fatica ad individuare un dominatore assoluto.

Andrea Pedrazzi