Può un’ape che ronza intorno all’orecchio di una donna durante il sonno generare un sogno inspiegabile che rasenta l’assurdo? E, soprattutto, può un artista riuscire a riprodurre fedelmente e magistralmente il tutto in un dipinto? La risposta a entrambe le domande è sì: Salvador Dalì mette olio su tela il racconto della compagna Gala, ricostruendone il sogno e rendendola essa stessa parte essenziale della rappresentazione. L’uso di colori intensi, la luce fredda e la riproduzione di ogni parte con la massima messa a fuoco e la cura estrema per il dettaglio rendono vivido il ricordo e fanno sì che l’osservatore possa sentirsi parte del quadro.

Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio, emblema del Surrealismo e dell’Iperrealismo, è un dipinto olio su tela conservato al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, datato 1944, che accosta arditamente il corpo nudo di una donna sdraiata e sospesa su uno scoglio che sembra levitare nel vuoto; un’ape; due tigri affamate e feroci che sembra stiano per aggredirla; una melagrana spaccata; un grande pesce che esce fuori dal frutto; un fucile puntato sul braccio della donna; un elefante dalle bizzarre fattezze sullo sfondo: è un insieme di contrasti, intrecciati gli uni negli altri, i quali si ripercuotono anche sulle sensazioni provate dall’osservatore intento a interrogarsi a proposito del dipinto stesso e del significato da esso celato.

Il titolo dell’opera risulta già di per sé particolarmente indicativo: la lunghezza inconsueta e la presenza di numerosi elementi diversi riflette l’eterogeneità del dipinto, costituito da una molteplicità di oggetti e creature impossibili da contenere tutti in un unico titolo esaustivo ed esplicativo. E, in effetti, la particolarità di Dalì sta proprio in questo: avvicinare elementi apparentemente distanti tra loro e armonizzarli in un unico spazio condiviso, fino a farli diventare parte di una scena che arriva a risultare paradossalmente credibile ed equilibrata, pur nella sua totale assurdità. Il tutto è avvalorato dallo stile iperrealista utilizzato dall’artista, che definisce visivamente nel dettaglio le forme e i personaggi rappresentati.

Salvador Dalì (Figueres, 11 maggio 1904 – Figueres, 23 gennaio 1989), artista a trecentosessanta gradi dalla fervida immaginazione, trascorse gran parte della sua infanzia a Figueres, nel villaggio costiero di Cadaqués, luogo in cui i genitori costruirono il suo primo studio, stimolandolo, in tal modo, già da piccolo a mettere in pratica la propria arte. Proseguì i suoi studi presso un’accademia a Madrid, per poi trasferirsi a Parigi nel 1920, entrando in contatto con numerosi artisti di spessore, tra cui Picasso e Magritte, e dedicandosi al suo primo periodo surrealista. Mantenne, però, sempre un viscerale attaccamento alla Spagna, elemento che traspare in molti dei suoi dipinti.

Ricorrente, nelle opere di Dalì, è quindi il tema del sogno, che persiste e diventa la chiave di lettura anche del quadro in questione: tale tema, infatti, è spesso ravvisabile all’interno delle opere appartenenti al movimento surrealista, probabilmente anche perché consente di dare una spiegazione in parte plausibile alla rappresentazione di un’accozzaglia di elementi diversi, che arrivano a farsi paradigma di una realtà altra, che l’accostamento di determinati colori, creature e oggetti rende vivida e credibile. L’osservatore intento ad ammirare la creazione di Dalì, però, probabilmente non vorrà più destarsi da quell’assurdo sogno creato così abilmente.

Chiara Pirani

Leggi gli altri articoli della nostra rubrica