Autos e Catessi sono le due mostre personali rispettivamente di Serena Gamba ed Eleonora Manca visitabili alla Galleria Moitre di Torino fino al 28 luglio. A causa del coronavirus, la genesi di queste esposizioni è stata travagliata: le due mostre sono state rimandate più volte e nel corso dei mesi si sono evolute e modificate rispetto all’idea originale con cui erano state concepite, combinando opere che sono state realizzate sia prima che durante i vari lockdown. Nonostante ciò, la pandemia non è il tema programmatico su cui sono incardinate tutte le opere, ma piuttosto una condizione che ha incontrovertibilmente marchiato l’evento, influenzando non solo il suo articolarsi nello spazio, ma anche le stesse opere che ne riportano i segni, in modo a volte esplicito a volte implicito.

Nella sala principale della galleria sono esposti i lavori di Serena Gamba appartenenti a due serie di opere. La prima serie è un gruppo di lettere scritte dall’artista tra il 2017 e oggi e rivolte a varie persone della sua vita. La seconda serie si articola in due momenti: il primo è un gruppo di disegni realizzati durante il lockdown di marzo/aprile 2020, il secondo è un insieme di sculture che rappresenta la successiva trasposizione fisica di quei disegni. Le opere di Gamba sono state realizzate dall’artista autonomamente e non appositamente per l’evento.

La saletta della galleria è dedicata invece a Eleonora Manca. Le opere principali sono i video L’ora del coprifuoco e Not now che ritraggono delle performance dell’artista. I due lavori sono accompagnati da due fotografie scattate durante le performance. Originariamente, la mostra di Manca non doveva comprendere i due video, che sono entrati a far parte del progetto espositivo in un momento successivo.

La complessa origine di queste mostre non ne inficia l’esito finale, anzi. L’impressione generale dell’evento è quella di uno spaccato intimo e delicato sul disagio tanto personale, quanto sociale, causato dall’attuale emergenza sanitaria. Spaccato che risulta ancora più vero e vivido perché non sempre volutamente ricercato, ma più spesso trasudato indirettamente, rendendo benissimo quanto il coronavirus sia stato un imprevisto cambio di rotta, a cui artisti, opere e mostre si sono dovute forzatamente adattare.

Serena Gamba, «Che sempre è, senza avere generazione, che sempre diviene, senza mai essere – 2.4.» Marble, wood, brass, charcoal on canvas variable dimensions 2020, marmo, legno, ottone, carboncino su tela, dimensioni variabili, courtesy l’artista e Galleria Moitre

C’è qualcosa di estremamente bello ed elegante nei lavori di Serena Gamba, gli inglesi direbbero “aesthetically pleasing”. Le lettere sono testi neri su fogli bianchi riposti dentro una cornice di legno chiaro; i disegni sono in bianco e nero, tratteggiano forme nitide e pulite a comporre geometrie paradossali che ricordano quelle di Escher; le sculture sono minimaliste e geometriche e i loro colori rimandano a quelli delle lettere, dei disegni e delle relative cornici. L’insieme è innegabilmente armonioso: pochi colori, poche forme che dialogano tra di loro con ordine, pacatezza e lucidità.

Queste forme vengono usate per veicolare un contenuto intimo e personale, cosa che trasforma le opere di Gamba in una sorta di sublimazione estetica del sé. Sembra che le forme controllate ed equilibrate con cui i conflitti e i problemi vengono esternati siano un tentativo di controllare ed equilibrare i conflitti e i problemi stessi, come se ci si asportasse una parte di sé per vederla bene davanti, così da poterla curare.

Il fatto di esporsi così tanto crea un’immediata vicinanza con il visitatore. Leggere le lettere che raccontano del rapporto conflittuale con la madre o di un possibile amore fa l’effetto di leggere o ascoltare le confidenze di un amico. In queste lettere, tuttavia, i riferimenti personali sono ben dosati e intrecciati con considerazioni più generali e complesse sul senso della memoria e dell’oblio. In questo modo, le lettere non sembrano un soliloquio autoreferenziale, ma diventano qualcosa di più universale, in cui anche uno sconosciuto, che non sa nulla della vita di Gamba, possa riconoscersi e da cui chiunque possa trarre uno spunto di riflessione.

Questo aspetto di universalità viene sottolineato anche dalle sculture e dai disegni, dove il riferimento personale risulta meno evidente. Le sculture, per esempio, sembrano rimandare a qualcosa di famigliare: un mattone, una scala, un quadro o una finestra. Tuttavia, il mattone è di pietra e sembra più decorativo che funzionale, alle scale mancano dei pioli e sono appoggiate al muro senza collegare nessun ambiente e il quadro/finestra è un rettangolo nero. Sembrano quasi delle strutture monche, paradossali, sole e isolate, fisicamente vicine, ma in realtà lontane anni luce. Il parallelismo con la condizione che tutti abbiamo vissuto durante la pandemia sembra perfetto: potevamo anche essere vicini, abitare nella stessa città, convivere sotto lo stesso tetto, sentirci tutti i giorni su Skype, ma in realtà eravamo soli, isolati, lontani anni luce. Eravamo monchi perché c’era stato tolto uno degli aspetti fondamentali della vita umana: la socialità, costringendoci in una condizione alienante e quasi paradossale.

Con effetto simile, ma in modo molto diverso, si articolano anche le opere di Eleonora Manca. Pure in questo caso si entra in uno spazio di intimità e confidenza, accentuato dal piccolo tablet nel quale scorrono i due video e dalla piccola stanza in cui è collocato. Anche in questo caso conflitti e problematiche personali vengono esternati in una forma ricercata, ma si tratta di una forma molto diversa da quella di Gamba. Al posto di pulizia, ordine ed equilibrio troviamo la struttura complessa, quasi barocca, de L’ora del coprifuoco e quella più semplice e lineare di Not now.

L’ora del coprifuoco è un sistema molto articolato di immagini accompagnato dalla voce di Manca che recita un testo sul coprifuoco. Le immagini spaziano da scene che ritraggono l’artista mentre si muove lentamente in una specie di danza, ad altre riferite al mondo della cultura e della religione (è presente un frame con una poesia di Arthur Rimbaud e una di David Foster Wallance, compaiono dei dettagli tratti da opere di Luca Signorelli e Giotto, e all’inizio si vedono i libri della Genesi e dell’Apocalisse) o della natura (a un certo punto si vede un bosco in penombra).

Nonostante l’innegabile fascino dell’insieme, è facile sentirsi persi e disorientati nel sistema complesso di rimandi messo in piedi dall’artista. La commistione di riferimenti artistici, letterari, biblici e naturali richiederebbe un’analisi estremamente lunga e complessa, non solo degli elementi citati, ma anche del percorso artistico di Manca, cosa che mal si accorda con i tempi limitati di fruizione. Leggendo online si scopre che l’audio è stato registrato dall’artista indossando una mascherina ffp2 dopo un attacco d’asma. Con questa informazione sarebbe possibile interpretare il sovraccarico di elementi come un’esplicita volontà di creare un’atmosfera soffocata e soffocante, perfettamente in linea con le modalità con cui è stato registrato l’audio. Tuttavia, fruendo l’opera è quasi praticamente impossibile notare questo dettaglio: la voce di Manca risulta leggermente alterata, ma non al punto da attribuire la cosa né a una mascherina, né a un precedente attacco d’asma. Quel che resta è la sensazione di un video che da un lato sembra voler raccontare il coprifuoco agganciandolo a una condizione più universale dell’uomo, e che dall’altro sembra un tentativo di rimettere insieme i pezzi di un’identità confusa e frammentata in conseguenza al lockdown. Ma potrebbe essere benissimo tutt’altro. L’effetto finale è suggestivo a tratti, ma ostico nell’insieme e con un vago sentore di una ridondanza autoreferenziale che limita il piacere della visione.

Not now sembra funzionare in modo opposto. Questa volta l’opera ritrae i piedi di Manca camminare in un ambiente non meglio identificato. C’è sempre una voce di accompagnamento, ma non è quella dell’artista, bensì le registrazioni audio del disastro dello Space Shuttle Challenger. Il gesto ritratto sembrerebbe suggerire un percorso, un muoversi in una direzione, ma qualcosa non va: la camera inquadra esclusivamente i piedi in movimento, non è quindi possibile vedere dove siano diretti, né se la meta sia stata raggiunta (ammesso che ce ne fosse una). Il movimento ritratto, inoltre, è molto lento (all’inizio vi è pure una lunga pausa) e l’angolo della ripresa è tale che la camera sembra quasi cadere sulle gambe dell’artista. Tutto questo crea un’atmosfera di grande sospensione e instabilità, ulteriormente accentuata dal suono ovattato della registrazione a cui Manca ha accostato, rallentati, i rumori ambientali della performance. La condizione descritta in questo video è vividamente associabile a quella della pandemia, nonostante non vi sia nessun esplicito riferimento all’emergenza sanitaria, diversamente da L’ora del coprifuoco. In Not now, Manca riesce a cogliere con grande delicatezza quel senso di incertezza, di percorso interrotto, che è piombato su tutti noi a partire dallo scorso anno.

Nonostante, L’ora del coprifuoco non abbia convinto appieno, in generale le due mostre sono davvero notevoli, per la loro storia, per la loro complessità, per la grande quantità di stimoli che sanno suggerire e per far emergere le difficoltà di un periodo storico partendo da un racconto personale e non da un compitino didascalico sul tema.

Un’ultima cosa è importante sottolineare: il primissimo impatto di Autos e Catessi può risultare difficile. Come abbiamo visto, le opere sono molto intime e personali e, per quanto curate nella forma, non hanno un aspetto appariscente che attiri subito lo sguardo: richiedono calma e disponibilità, esattamente come sono calme e disponibili le opere stesse. Calma e disponibilità che non sempre si hanno quando si va a vedere una mostra. Inoltre, il foglio di sala è atipico: nelle poche righe che lo compongono sono descritti e spiegati i titoli delle due personali, non le opere esposte. In questo caso, il testo non è un mero supporto didattico alla fruizione, ma un elemento che affianca e potenzia le opere, aggiungendo un ulteriore livello di lettura.

Per avvicinarsi alle mostre è necessario andare oltre questi due potenziali scogli, magari aiutandosi facendo due chiacchiere con il gallerista, Alessio Moitre. Le sue parole sono state, infatti, fondamentali per comprendere e avere una visione più articolata non solo delle opere, ma anche delle scelte espositive.

In un mondo dell’arte sempre più digitalizzato e appiattito sul visuale, l’andare a una mostra non esauribile nell’atto di leggere un foglio di sala, ma che richiede un dialogo e che invita a calma e riflessione,  è stato una sorprendente boccata d’aria fresca. Autos e Catessi sono la prova concreta della volontà di continuare a fare ed esporre arte nonostante le difficoltà imposte dall’attuale pandemia. Sono la prova di come non sia necessario improvvisarsi art-influecer o digital artist, ma di come sia possibile continuare con la propria ricerca, adeguandosi ai cambiamenti avvenuti senza rinunciare a chi si è o si era, nonostante tutte le fatiche e le difficoltà che tale scelta implichi,. nonostante ci si possa trovare a usare una scala senza pioli o camminare avanti senza avere più la certezza di dove si stia andando.

Paolo Radin