Ridley Scott torna da dove era partito. Nel 1977 I duellanti apriva la carriera di uno dei cineasti più importanti ed influenti dell’epoca moderna, autore di opere fondamentali (Alien del 1979 e Blade Runner del 1982, giusto per citare i massimi capolavori) e in grado di ispirare generazioni di registi. In un’annata che lo vede protagonista di diverse nuove uscite, Scott torna all’epopea medievale che caratterizzava il suo film d’esordio. The Last Duel è stato presentato come evento fuori concorso alla Settantottesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in quanto tale non ha mancato di essere principalmente un evento di richiamo. Lo è stato certamente a partire dal cast, che riunisce i due enfants prodiges di Hollywood Matt Demon e Ben Affleck (che qui tornano a collaborare anche in fase di sceneggiatura), ai quali si aggiunge la tutt’altro che irrilevante presenza di Adam Driver. Non ancora affermata quanto le controparti maschili, ma cruciale nel film in questione, il cast dei protagonisti è completato da Jodie Comer, la cui Marguerite De Carrouges disonorata senza onore è il personaggio cardine attorno al quale ruota l’intera vicenda che condurrà all’ultimo duello del titolo.

A differenza della sua opera datata 1977, la nuova fatica registica di Scott non si concentra sugli scontri reiterati di due eterni rivali, bensì sulla resa dei conti finale di due uomini, un tempo legati da un profondo sentimento di amicizia per poi ritrovarsi a serbare nient’antro che un odio reciproco. Questa è la storia reale Jean de Carrouges (Damon) e Jacques Le Gris (Driver). Il primo, infastidito dall’ascesa politica del secondo, favorita dal suo legame con conte Pierre d’Alençon (Affleck), matura un’insofferenza che deflagra quando la moglie Marguerite dichiara di essere stata vittima di violenze sessuali da parte di Jacques. La sua stoica negazione conduce il cavaliere De Carrouges a sfidare Le Gris a duello, in modo da salvaguardare il proprio onore e quello della sua sposa, lasciando che sia la “giustizia divina” a decretare la verità. Il film di Scott si compone dunque di tre capitoli, i quali utilizzano il ben rodato “effetto Rashomon” per illustrare la vicenda secondo il punto di vista delle tre parti coinvolte.

E per quanto venga lasciato intuire come la versione di Marguerite sia quella più attendibile, la scrittura di Damon e Affleck concede a questo personaggio una massiccia dose di ambiguità. Se da un lato non persistono dubbi circa la parte nella quale risiede la colpevolezza, dall’altra la figura di madame De Carrouges presenta una repulsione nei confronti del proprio marito che viene compensata da una palpabile attrazione verso il proprio carnefice, che rende affatto scontato l’esito auspicato dalla donna nel tanto atteso scontro finale. O meglio, sarebbe così se la sconfitta di De Carrouges non comportasse anche una morte terribile alla quale lei stessa andrebbe incontro e di cui il lui l’aveva tenuta all’oscuro. Marguerite è così costretta a parteggiare per un uomo che definitivamente ha dimostrato la propria natura infida, sentendosi in dovere di difendere la propria vita non tanto per sé, quanto invece per il figlio, che nella fase finale della storia ella porta in grembo (e sulla cui concezione rimane una forte ambiguità, dato che il periodo di gestazione lascia presagire che il concepimento sia avvenuto in concomitanza dello stupro subito).

Meno epico e legato ad un canonico concetto di film d’azione, The Last Duel si rivela un’opera disposta a concedere uno spazio sorprendentemente ampio ai suoi personaggi, concentrando lo spettacolo in poche sequenze ben riuscite. Il cinema di Scott si conferma dunque sontuoso ed affascinante, e anche nei risvolti in cui tradisce una certa superficialità non manca di ammantarsi della solidità che ormai da tempo si riconosce a questo straordinario regista.

Andrea Pedrazzi