Da qualche mese impazza in rete il trend “dimmi che… senza dirmi che…”, ormai declinato sotto qualsiasi profilo. Se volessimo quindi seguire l’ultima moda – forse già in fase calante – e ci divertissimo a cucirla addosso all’ultimo film di Nanni Moretti, il risultato dell’intreccio lascerebbe spiazzati, o quanto meno perplessi. Difficilmente qualcuno che non avesse avuto notizia del suo ritorno in sala dopo sei anni sosterrebbe che il titolo sia da attribuire a lui.


In Tre Piani, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Eshkol Nevo, una palazzina romana diventa il centro nevralgico di tutti i mali del mondo borghese, che assume qui i corpi, le voci e le nevrosi di tre famiglie: la vita di Vittorio e Dora – coppia di magistrati sempre fedeli ai valori della verità e della giustizia – si sgretola quando il figlio, ubriaco, investe e uccide una donna; con il marito lontano per lavoro, Monica deve gestire da sola la bimba appena nata, sprofondando però pian piano in allucinazioni e paure; infine, il ritrovamento della piccola Francesca, scomparsa una notte con l’anziano vicino di casa-babysitter, non basta a calmare gli animi dei genitori, Lucio e Sara.


Alla prima esperienza con un soggetto non scritto direttamente di suo pugno, il regista che si è fatto conoscere (e amare) nei circuiti festivalieri e tra schiere di cinefili a suon di frasi ormai cult, come “Le parole sono importanti!” e “Te lo meriti Alberto Sordi!”, si mette dietro alla macchina da presa per inquadrare una storia classica, classicissima. Per quanto vengano tracciate nuove coordinate spaziali (da Tel Aviv alla capitale italiana) e temporali (lo schermo sfuma più volte sul nero, ripartendo “cinque anni dopo”), a essere messa in scena è una vera e propria tragedia greca – scomodando in qualità di esempi i maestri Sofocle, Eschilo ed Euripide -, comunque aggiornata ai tempi grazie al filtro delle istanze freudiane.


Ecco allora donne abbandonate dai propri compagni girovaghi, o lacerate da un aut aut imposto attorno a quale amore sacrificare, o ancora offese, umiliate e tradite da chi le dovrebbe sostenere. Uomini perseguitati dai fantasmi del sospetto, della vergogna, accecati dalla loro ossessione, demenza oppure da una glaciale fermezza. Figli e figlie, prede fragili su cui incombono le colpe dei padri. Ma la resa cinematografica di quest’ultimo tema, sicuramente il più sentito all’interno del lungometraggio, coincide anche con il punto in cui si avverte chiaramente la pesantezza di un impianto così simbolico sulla sceneggiatura: se lo spettatore vorrà cogliere i motivi dietro al comportamento bestiale del personaggio di Alessandro Sperduti nei confronti dei genitori per finzione Moretti-Buy, avrà a disposizione un aneddoto d’infanzia risolto in due battute.
In linea generale, gli abitanti di questo microcosmo infelice su tre piani condominiali paiono molto più simili a un campionario di maschere, perché sfruttati al puro scopo di comunicare concetti, anzi “recitarli”. Verbo perfetto per la circostanza, laddove gli attori di punta della commedia italiana dolce amara (Giannini, Rohrwacher, Scamarcio) si impegnano strenuamente a esaudire la richiesta che Margherita – variante femminile dell’alter ego Michele Apicella – esponeva talvolta al cast in Mia Madre (2015): “Accanto al personaggio, vorrei vedere l’attore/attrice che lo interpreta”. La frase in sé rende magnificamente l’idea dello stile recitativo che caratterizza l’intera filmografia del Nostro: un modello impostato, flemmatico, spezzato all’improvviso da scatti d’ira, schegge di follia saccente e acida, ben armonizzato entro scenari in bilico tra assurdo, esistenzialismo e politica.

Lontana anni luce dalla piscina di Palombella rossa (1989), dalle pagine autobiografiche di Caro Diario (1993) e dagli incubi di Sogni d’oro (1981), la formula morettiana non trova un terreno altrettanto fertile in una pellicola che aspira a definirsi dramma puro, preparando teoricamente il pubblico a una nuova cifra d’autore, forse ancora acerba, ma sicuramente, per il momento, più straniante del solito.

Sara Masini