In ogni testo scolastico di storia contemporanea dovrebbe esserci almeno un paragrafo dedicato a Dino Risi e ai personaggi più memorabili dei suoi film. Pochi hanno infatti saputo descrivere la “piccola Italia” travolta dal boom economico con la stessa pungente ironia del regista milanese.

Una piccola perla nella lunga carriera di Risi è senza dubbio il bellissimo “Straziami, ma di baci saziami” del 1968: un affresco campagnolo e un po’ transumante di un paese minore che vive amori da canzonette e scrive poesie troppo stucchevoli persino per dei cioccolatini di scarsa qualità.

Quella del film è un’Italia che vuole diventare moderna a tutti i costi, e che per farlo si ispira ai testi dei grandi successi musicali del momento, prova a darsi un tono con decine di acconciature accuratamente catalogate, sperimenta un brivido di modernità nella (poca) intimità di un cinema di paese.

Marino (Nino Manfredi) e Marisa (Pamela Tiffin), e con loro un’intera generazione, sono alla ricerca di storie con le quali identificarsi per emanciparsi dal passato, delle parole con le quali descrivere i sentimenti che nascono e sono disposti a qualunque gesto per dare forma a questa aspirazione entusiasta ed ingenuotta.

Ma si sa, bisogna fare attenzione alle storie alle quali ci si ispira e verificare le condizioni per poterle rivivere: non è facile ammazzarsi sotto un treno per amore se ci sono ancora le locomotive a vapore che vanno al massimo a 30 all’ora; non si può mica mettere parole melense a casaccio e aspettarsi che venga fuori una grande poesia (anche se a distanza di anni sembra funzionare, almeno su IG).

L’Italia di quegli anni è un paese a tre, quattro velocità in cui tra la sperduta Sacrofante Marche e Roma sembrano esserci anni luce di distanza e cittadini che appartengono a mondi tra loro scollati, dove il viaggio, o transumanza, verso la capitale rappresenta per migliaia di giovani l’unica speranza per sfuggire all’asfissiante clima del paese natale.

Straziami, ma di baci saziami è una commedia ricca di piccoli colpi di genio linguistici e di scene che brillano per la finezza della critica sociale e per il coraggio di irridere alcune dinamiche che ancora oggi sono presenti nella coscienza degli italiani: il giudizio di un’intera comunità nato da un pettegolezzo infondato, la sfiducia quasi totale in qualsiasi forma di psicologia e analisi delle emozioni, la presenza melliflua e infestante delle istituzioni cattoliche, giusto per citarne un paio.

Roma è inoltre lo scenario perfetto nel quale far incrociare i destini dell’ostinato e romantico Marino, della ribelle e determinata Marisa con quello del sarto sordomuto Umberto, interpretato da Ugo Tognazzi. Senza timore di esagerare, si potrebbe dire che quest’ultimo personaggio basterebbe da solo a giustificare la visione del film: l’irresistibile performance di Tognazzi non dà solamente un ritmo e una presenza che impreziosiscono la storia, ma regala ai fan del grande Ugo un ulteriore motivo di interesse. Infatti è difficile non vedere nella mimica e nella gestualità di Umberto un’anticipazione di quel capolavoro recitativo che sarà l’interpretazione di Tognazzi in Il vizietto (1978). E se il cinema vive anche di prefigurazioni, non sfuggiranno alcuni elementi di critica alla Chiesa cattolica che un paio di anni dopo confluiranno in La moglie del prete (1970) dello stesso Risi.

Anche se non è facile resistere alla prova del tempo, soprattutto per una commedia fedelmente nazional-popolare uscita nel ‘68 (proprio lui!), Straziami, ma di baci saziami dovrebbe trovare quanto prima un posto nella vostra programmazione serale.

Perché non è tutto cringe quello che è vecchio.

Marco Lera