Tutti noi appartenenti alla generazione degli anni ’90 o orbitanti intorno ad essi non avremmo mai potuto immaginare, neanche lontanamente, che questo giorno arrivasse. Ci sembrava già incredibile vedere su una pellicola centinaia di eroi riuniti per combattere una minaccia comune, una speranza che ci trascinavamo dietro fin dal primo Avengers, toccando il suo apice con quei giganti di Infinity War ed End Game.

Nel lontano 2002, usciva nelle sale il primo grande Cinecomic della Casa delle idee, e chi poteva farsi portavoce di questa grande epoca se non l’amichevole Spider-Man di quartiere? La trilogia di Raimi ha segnato una generazione, con il suo Spider-Man a tratti sopra le righe, ma non da meno iconico. Altrettanto fu la dilogia della “seconda generazione” di Spidey di Webb, forse meno iconica ma altrettanto efficace. Chi mai avrebbe pensato che un giorno, a vent’anni di distanza, ci saremmo ritrovati in un cinema, più vecchi ma con un animo ancora da bambino a rivedere i grandi eroi della nostra infanzia. È un ponte che collega la nostalgia al presente.
Ed è in questo modo che Spider-Man: No Way Home, terzo capitolo della saga con il Parker di Tom Holland, voleva essere un omaggio alla storia cinematografica di uno degli eroi più iconici. Quale occasione migliore dell’ufficializzazione del Multiverso, per mettere “l’attuale” Spider-Man contro i nemici del passato?


No Way Home inizia dal finale del precedente capitolo, con l’identità di Peter resa pubblica all’intero mondo da un video montato ad arte da Mysterio. Ora che tutti sanno chi è Spider-Man, la vita è diventata impossibile per Peter e le persone a lui care. Non trovando una via d’uscita, la magia del Dottor Strange diventa l’unica soluzione al problema (apprendiamo, inoltre, che egli non è più lo stregone supremo, a seguito del “Blip” di Thanos, lasciando di fatto quel posto vuoto). Grande richiamo ai fumetti, soprattutto alla saga “Soltanto un altro giorno”, il piano è quello di far scordare a tutti la sua doppia identità. Come c’era da aspettarselo da un infantile Peter, il rituale viene rovinato, con effetti del tutto negativi. Di fatto iniziano ad arrivare dal multiverso tutti coloro che conoscevano l’identità di Spiderman e che sono morti nell’affrontarlo.
Doc Ock, Goblin, Electro, Sandman, Lizard, tutti villain provenienti da pellicole dei precedenti film. Nonostante il cast decisamente stellare, a torreggiare su tutti sono di certo l’Otto Octavius di Molina e l’iconico Norman Osborn di Dafoe, che approfondiscono il loro rapporto, rimarcando come i due si conoscessero già in precedenza pur non essendosi mai incontrati in pellicole precedenti.  Ed è proprio Goblin a portare la situazione, apparentemente risolta, nel caos più totale.
Lo Spider-Man di Tom Holland aveva bisogno di un film come questo per emanciparsi da quegli accordi commerciali che aveva portato il personaggio a intrufolarsi nel MCU come se egli stesso provenisse da un altro universo. La mancanza di una origin story indipendente, lo aveva reso servo dei grandi titoli e di personalità ben più carismatiche, come il Tony Stark di Downey Jr., a cui resta legato anche in Homecoming e Far from Home. Era un Peter adolescente che non portava nessun peso sulle spalle, in quanto diluito dall’aiuto degli adulti, che fosse IronMan o May. Di fatto è questo il vero film delle origini di Peter, è qui che a seguito della morte di zia May apprende che sulle sue spalle poggia un enorme peso, e che a volte le persone muoio a causa di azioni non calcolate. È qui che apprende che “da un grande potere derivano grandi responsabilità”, frase che di fatto trasforma May in quel nodo focale nell’etica di Peter che fino ad allora era stato zio Ben.
La situazione viene alleggerita ed esaltata ai massimi livelli con la realizzazione dei nostri sogni, ovvero la comparsa dei due Spider-Man, rispettivamente di Maguire e Garfield, che scatenano un boato in sala.
Decisi a cooperare tra loro per salvare le vite dei villain, altrimenti condannati a morte certa, i tre Spider-Man riescono finalmente nel loro intento, con scene al tempo stesso spettacolari e colme di drammaticità, ma che in certi momenti sanno smorzare con toni leggeri. In particolare, colpisce la maturità del primo Spider-Man di Maguire, e la tragica depressione di quello di Garfield che stenta ancora ad accettare la morte di Gwen (pur redimendosi dal suo fallimento).
Tuttavia, il danno si è ingigantito a tal punto da spezzare il Multiverso, con il rischio di far arrivare nuovi nemici. Peter, conscio del fatto che il suo sacrificio salverà tutti, chiede al Dottor Strange di praticare un nuovo incantesimo, su tutti senza eccezioni, in modo tale che la sua identità torni segreta. Rinuncia così all’amore e all’amicizia, pur promettendo che tornerà a cercarli.
Spider-Man: No Way Home punta quindi a occupare una posizione nel podio tra i cinecomic migliori del MCU, con un Spidey nella sua versione migliore e più responsabile, capace di sacrificare la sua felicità per un bene superiore.

Tommaso Amato