Quando, nel 1963, Einaudi pubblica Lessico famigliare, il memoir ottiene subito un gran successo di pubblico e critica. Nello stesso anno, infatti, Ginzburg vince il Premio Strega proprio con quest’opera che rielabora alcune vicende della storia della sua famiglia, e che a loro volta si intrecciano con gli eventi della Storia in senso più ampio.

 Allo stesso tempo, la sua non è un’autobiografia nel significato classico del termine; infatti, l’autrice decide intenzionalmente di non parlare di sé stessa, e il lettore riesce a cogliere quasi nulla della sua storia personale. Ginzburg si descrive, invece, sempre in relazione ai suoi genitori e ai suoi fratelli, e ad altre figure che accerchiano e arricchiscono la sua vita. L’essenza del messaggio che vuole comunicare è racchiusa già nel titolo: Lessico famigliare. “Famigliare” perché l’opera prende forma grazie alla presenza della famiglia Levi (Ginzburg è il cognome del suo primo marito), i cui componenti crescono, si sposano, litigano, lottano e semplicemente esistono; e “lessico” perché ciò non avviene solo con la descrizione di un susseguirsi di fatti ed eventi, ma l’essenza del loro ricordo si cristallizza nella mente dell’autrice attraverso le abitudini lessicali e le espressioni gergali della famiglia stessa.

Per raccontare l’inizio del legame tra i suoi nonni, l’autrice fa riferimento proprio al modo distinto in cui il nonno pronunciava la parola “lettere”, da cui deriva poi la scelta della nonna di sposarlo:

Ci sono lètere per me? – Mio nonno diceva lètere, con un t solo e con le e strette;  e questo modo di pronunciare quella parola sembrava a mia nonna un gran segno di distinzione. Lei lo sposò per questo; e anche perché desiderava farsi, per l’inverno, un cappottino di velluto nero.

Mentre, parlando della nonna, Ginzburg non fa altro che riportare alcune delle frasi che la donna ripeteva sempre e che, nell’immaginario della nipote, contraddistinguevano la sua persona:

Salvo “dis no che son i dent”, “quela tosa lì la sposerà un gasista” e “non posso continuare a dipingere”, io di questa mia nonna non so nulla, e non mi sono pervenute altre sue parole. Cioè, ricordo ancora che si ripeteva, in casa nostra, questa sua frase: – Tuti i dì ghe ghe n’è una, tuti i dì ghe ghe n’è una, la Drusilla ancuei l’a rompù gli ociai.

Aveva avuto tre figli, il Silvio, mia madre e la Drusilla, che era miope e rompeva sempre gli occhiali.

La figura paterna è molto presente nel romanzo. Introdotta come una figura altezzosa e autoritaria, il padre dell’autrice era un professore universitario, uomo di scienza, che tollerava ben poche persone intorno a sé, e tendeva a giudicare chiunque facesse delle “negrigure”, nome che lui dava ad atteggiamenti poco consoni. L’uomo si mostra spesso anche con atteggiamenti aggressivi nei confronti della sua famiglia, come si evince dalle parole della figlia: “Vivevamo sempre, in casa, nell’incubo delle sfuriate di mio padre, che esplodevano improvvise, sovente per motivi minimi, per un paio di scarpe che non si trovava, per un libro fuori posto, per una lampadina fulminata, per un lieve ritardo nel pranzo, o per una pietanza troppo cotta.” La madre, invece, si presenta come una persona dolce e gentile, dall’animo ottimista: “- Come vorrei essere un re fanciullo, – diceva mia madre con un sospiro e un sorriso, perché le cose che più la seducevano al mondo erano la potenza e l’infanzia, ma le amava combinate insieme, così che la seconda mitigasse la prima con la sua grazia, e la prima arricchisse la seconda di autonomia e di prestigio.”

In comune, i due, avevano solo l’amore per il socialismo e l’odio per il fascismo; la famiglia Levi, infatti, era ebrea ed antifascista. Alle vicende familiari fanno da sfondo l’ascesa di Mussolini, le leggi razziali a causa delle quali tutti gli uomini Levi furono arrestati e mandati al confino, l’uccisione in carcere del primo marito Leone Ginzburg, e la continua lotta antifascista che caratterizzò la famiglia tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50 del Novecento.

Vita e morte, dunque, si intrecciano nei ricordi dell’autrice, che descrive il primo incontro con la morte stessa, ancora bambina, come un’esperienza particolarmente segnante:

Galeotti era sempre allegro […] Le parole “è morto Galeotti” rimasero per sempre in me. Non era, fin allora, da quando io esistevo al mondo, morto nessuno che noi conoscessimo tanto bene. La morte si sposò indissolubilmente, nel mio pensiero, a quella forma vestita di lana grigia, allegra, e che spesso veniva a trovarci in montagna d’estate. […] Mio padre, appena moriva una persona, immediatamente aggiungeva al suo nome la parola “povero”; e si arrabbiava con mia madre, che non faceva così. Era, questa del “povero”, un’abitudine molto rispettata nella famiglia di mio padre.

In mezzo alla sofferenza e alla rabbia, la famiglia Levi si circondava però di amici fidati, che l’autrice ricorda con affetto nel romanzo, e che sono, al tempo stesso, una parte importante della storia familiare e della Storia italiana. Tra loro si ricordano Cesare Pavese, Adriano Olivetti, Leone Ginzburg, Filippo Turati, Felice Balbo, e altri ancora. La stessa Ginzburg è stata una figura di riferimento nel panorama italiano, scrittrice, traduttrice, collaboratrice presso la casa editrice Einaudi, al tempo neonata (di cui parla ampiamente nel memoir).

Attraverso il potente Lessico famigliare la scrittrice riesce a rivivere e a far rivivere la sua storia, senza la pretesa o il desiderio di voler creare un’opera (solo) autobiografica. È lei stessa, infatti, che ammette l’imprecisione e le lacune di parti del racconto, a causa della labilità della memoria. Il messaggio, che arriva forte e chiaro, però, è la forza delle parole, soprattutto quelle condivise tra amici e familiari, che permettono di riconoscersi e di ritrovarsi anche a distanza di tempo.

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una di quelle frasi sentite e ripetute infinite volte nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido cloridrico”, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.

Matilde Alvino