“In che cosa consiste questa Bizona: Voi sapete che le norme generali di tutti gli allenatori del mondo più o meno usano le stesse formazioni, c'è 4-5-1 o 4-4-2, io invece uso una cosa diversa: il 5-5-5.” (Oronzo Canà-Lino Banfi)

A volte, guardando le partite di calcio dal divano di casa, ci si sbilancia con commenti spesso sgradevoli verso gli allenatori, ritenuti, nella maggior parte dei casi,  responsabili del cattivo rendimento di una squadra. Tuttavia, non sempre i tifosi sanno cosa c’è realmente dietro quell’andamento negativo. È qui che entra in gioco un film che oserei definire un cult della televisione italiana degli anni ’80: L’allenatore nel pallone, uscito nelle sale il 26 Ottobre 1984.

38 anni fa, Oronzo Canà (Lino Banfi) siede per la prima volta sulla panchina della Società Sportiva Longobarda, con una missione: salvare la squadra appena approdata nella massima Serie. Per farlo, ha bisogno di nuovi giocatori, e dunque vola in Brasile insieme a presidente ed osservatore per ammirare con i suoi occhi ciò che il Sud-America offriva. L’acquisto della Longobarda è degno della massima serie: Aristoteles, attaccante fisico e imponente, capace di miscelare la sua generosa struttura corporea all’eleganza del tocco palla, dote tipica dei brasiliani. L’arrivo di Aristoteles, però, è duro da accettare per gli altri giocatori, che rifiutano la presenza di un ‘non italiano’ in squadra. Il lavoro di Canà è ostacolato, non solo dal gruppo poco unito, ma anche dagli intrighi della dirigenza: il piano del presidente, infatti, era far retrocedere la squadra, poiché rimanere ai vertici del calcio era troppo costoso, e dunque la scelta di Canà era dipesa dalla sua ‘scarsa competenza’. Dopo i primi fallimenti della squadra, la tifoseria inizia a protestare, accusando Canà di non essere in grado di allenare. In realtà, il tecnico si dimostrerà capace di salvare la sua Longobarda, anche grazie ai goal di Aristoteles, diventato l’idolo dei tifosi.

Il film, seppur con ironia, tratta di eventi molto frequenti nel calcio di quei tempi: intrighi, brogli fiscali, accordi sottobanco. L’illegalità della maggior parte delle azioni era dovuta alla condizione economica spiacevole in cui si trovavano i componenti di famose società, che si sono resi protagonisti di scandali che hanno sfregiato l’immagine del calcio italiano. Inoltre, altra situazione ripresa puntualmente nella pellicola, il panorama del football si stava espandendo al di fuori dai confini nazionali e continentali, regalando all’Italia personaggi illustri come Maradona. Si andava a guardare soprattutto nel Sud America, precisamente in Brasile e Argentina, paesi ritenuti veri e propri oceani di talenti in cui pescare. Nonostante ciò, erano frequenti, per non dire all’ordine del giorno, gli atti discriminatori verso i giocatori stranieri, che erano visti come degli approfittatori e degli estranei. Ancora oggi, purtroppo, il calcio è luogo di razzismo, ma a differenza degli anni ’80, chiunque si renda artefice di atti discriminatori viene – come dovrebbe essere – punito severamente. Perché vedere l’Allenatore nel pallone? Per conoscere il calcio di quei tempi, ridere, soffrire e gioire insieme ai tifosi della Longobarda e, perché no, per passare 96 minuti sul divano senza pensare a niente. 

Giulia Galante