di Camilla Di Nardo
Il film di Jonathan Stiasny Bowie: the Final Act, in anteprima il 9 marzo all’interno del festival SEEYOUSOUND, è l’occasione per rivisitare Blackstar, l’ultimo e trionfale atto della parabola di David Bowie.
Il film parte da un periodo della carriera di Bowie, gli anni ‘90, che viene spesso liquidato come una serie di esperimenti fallimentari, ma senza il quale non avremmo un album come Blackstar. Nelle parole del regista: “Concentrandoci su questi anni selvaggi, sulle sue sfide creative, sulla straordinaria disciplina e immaginazione che hanno portato a Blackstar, volevamo mostrare Bowie come un essere umano che affronta sia la possibilità dell’insuccesso che la sua mortalità con un incredibile coraggio.”
L’8 gennaio 2016, Bowie festeggia il suo 69° compleanno e pubblica l’attesissimo album Blackstar. Il 10 gennaio, il mondo si sveglia con l’annuncio della sua scomparsa.
Probabilmente ogni fan di Bowie si ricorda dove si trovasse e cosa stesse facendo quando ha ricevuto la notizia. Io avrei dovuto essere a scuola, invece ero a casa con l’influenza e avevo fatto la triste scoperta tramite un noto programma di cucina in TV.
Con Bowie era svanita anche la speranza di vederlo in una delle sue rare apparizioni dal vivo, che l’uscita del nuovo album aveva brevemente riacceso. In compenso ci aveva lasciato un ultimo disco che sembrava fatto apposta per accompagnarci nel tentativo di processare questa perdita.
Per quanto mi riguarda, quell’anno riuscii ad ascoltare solo i singoli e guardare i video musicali che li accompagnavano, ma mi ostinavo a rimandare l’ascolto complessivo dell’album, perché trovavo confortante il pensiero che ci fosse ancora qualcosa di Bowie che non avessi mai ascoltato prima.
Mi convinsi ad ascoltare Blackstar per intero solo due anni più tardi e non riuscii a comprendere come mai venisse definito quasi all’unanimità come un grandioso finale. Grandioso lo era eccome, ma non si trattava, a mio avviso, di un finale. Bowie, che non ha voluto neanche una lapide e ha fatto spargere le sue ceneri a Bali, non avrebbe mai scritto il proprio epitaffio.
Da allora, non ho ascoltato Blackstar molte altre volte, forse una volta l’anno o in quelle rare e magiche occasioni in cui viene citato in altri media (come la scena iniziale di Peaky Blinders, stagione 3, episodio 5, in cui Lazarus fa da sottofondo alla tormentata guarigione di Tommy Shelby).
È come se, a ogni ascolto, ci fosse il rischio di consumarlo e, in qualche modo, è proprio così. Perché Blackstar è un’opera stratificata di enigmi e dettagli elusivi, ma, ogni volta che si torna a rivisitarla, uno dei suoi veli si solleva, rendendola più sottile e trasparente. In questo senso, Blackstar è effettivamente un regalo di Bowie ai suoi fan, perché è pensata per durare per sempre, per essere svelata e interpretata all’infinito.
Il titolo stesso è destinato all’eternità, perché, invece di essere scritto in lettere, è sintetizzato in un elemento grafico, la stella nera. Questa scelta è frutto della stretta collaborazione tra Bowie e il designer Jonathan Barnbrook, che ha progettato la confezione del disco in tutti i suoi formati. Barnbrook, tenendo conto del ritorno del linguaggio moderno al simbolo, con l’uso delle emoji, adotta una tipografia che rimarrà leggibile anche in un futuro in cui il linguaggio scritto sarà radicalmente mutato o addirittura scomparso. Crea un font apposito, i cui caratteri non sono altro che parti della stella nera, che utilizza per scrivere il nome di Bowie. I misteri di Blackstar non si fermano ai brani, ma avvolgono letteralmente il disco, poiché la copertina del vinile nasconde un segreto: la stella nera che domina il design, esposta alla luce, rivela al suo interno un cielo fitto di stelle. Questa particolarità non è stata subito rivelata, ma sono stati i fan a scoprirla, circa quattro mesi dopo l’uscita di Blackstar. Si tratta anche dell’unica copertina di Bowie che non contenga in alcun modo la sua figura, ma è difficile pensare che l’artista abbia lasciato una cosa simile al caso. È più probabile, invece, che con la stella nera abbia voluto rappresentare sé stesso, solo non nella sua forma umana.
Così, Blackstar è assurto al ruolo di testamento, ma si tratta di un testamento involontario.
Se è vero che i testi abbondano di allusioni alla morte, pescate da un potpourri di riferimenti filosofici, religiosi e occulti, è altrettanto vero che la scrittura di Bowie è sempre stata deliberatamente ermetica, implementando la tecnica del cut-up, il marchio della poesia beat. Per quale motivo, quindi, ascoltando i brani di Blackstar, dovremmo credere che Bowie stesse annunciando così esplicitamente la sua dipartita?
Nonostante la sua malattia, aveva già in mente nuovi progetti. Blackstar e il musical Lazarus avrebbero dovuto essere seguiti da almeno un altro album, con annesso spettacolo teatrale, per concludere la saga de L’uomo che cadde sulla Terra.
Infatti, è solo 3 mesi prima della sua morte, durante le riprese del video di Lazarus, che Bowie scopre che il cancro al fegato è terminale.
Quindi, se proprio si vuole trovare un’intenzionalità nell’aspetto profetico di quest’ultima opera, questa non va ricercata nei brani di Blackstar, ma nelle scene di Lazarus, nella recitazione di Bowie, che si mostra all’apice della sua fragilità, ma allo stesso tempo suscita reverenza per la compostezza della sua disperazione.
Nell’album ci sono tanti ritorni: al personaggio di Thomas Jerome Newton, protagonista del sopracitato L’uomo che cadde sulla Terra; al sassofono, il primo strumento suonato da Bowie negli anni dell’adolescenza; a quel costume nero con le strisce bianche che indossa nel video di Lazarus, lo stesso del servizio fotografico di Steve Schapiro del 1974.
Ma è anche un album di profondo rinnovamento. In una famosa intervista, Bowie disse: “Se ti trovi a tuo agio nel contesto in cui stai lavorando, vuol dire che non è il contesto giusto. Devi avanzare nell’acqua oltre il livello in cui pensi di poter toccare. Vai oltre la tua profondità ideale. E quando senti che i tuoi piedi toccano a malapena il fondo, allora sei sul punto di fare qualcosa di interessante.” E, in effetti, ha sempre applicato questa filosofia al suo lavoro, cambiando sonorità e mischiando i generi in maniera inaspettata, soprattutto negli anni ‘90, decade in cui produce alcuni dei suoi album più divisivi. In questa fase è ancora possibile trovare un filo conduttore che unisca 1.Outside alla trilogia berlinese, con il ritorno di Brian Eno come produttore, e “hours…” alle ballate di Hunky Dory, ma con Blackstar questo filo viene reciso. Stavolta, Bowie percorre una rotta del tutto nuova e lo fa reclutando un equipaggio con cui non ha mai lavorato prima, un complesso di musicisti jazz guidati da Donny McCaslin.
Ogni film su Bowie uscito dopo Moonage Daydream, il documentario del 2022 diretto da Brett Morgen, fatica a reggere il confronto, ma la sfida di Stiasny lascia ben sperare, poiché punta i riflettori sulla fase artistica più controversa del musicista e ci porta a confrontarci con un materiale meno familiare, in un’operazione provocatoria e proprio per questo fedele allo spirito di Bowie.
