Per la prima volta Cabiriams è al festival SeeYouSound, l’unico festival in Italia dedicato al cinema a tema musicale, ormai storico alla 12esima edizione. In pochi se ne accorsero, ma fece tappa anche al Cinema Medica di Bologna nel 2019, dopo aver toccato anche Pisa, Lecce e Palermo. Non abbiamo avuto la pazienza di aspettare che tornasse sotto le Due Torri per un’altra edizione straordinaria, allora ci siamo noi diretti a casa sua, il Cinema Massimo di Torino ombreggiato dalla Mole Antonelliana.

Dopo l’inaugurazione della terza giornata con un videoflusso di clip musicali – tra i quali spicca la regia pittorica del duo Light in the Tower per Trenches, singolo dei Maruja, “i Rage Against The Machine di Manchester” – alla fine ci ritroviamo comunque sempre a Bologna. È l’aprile 2022 e all’Arena Parco Nord hanno montato un enorme tendone da circo. Dentro ci accoglie Cosmo, Marco. Che è anche davanti allo schermo in carne ed ossa per presentare La prima festa di Pietro Fuccio nella sezione contenitore Into The Groove. Quanto sarebbe stato galvanizzante se questo film (questo film che “poteva essere un’email”!) fosse stato invece un cineconcerto dedicato alle esibizioni del festival che si è creato attorno alla sua figura, La prima festa dell’amore. “Prima” in quanto prima esibizione live del “ritorno alla normalità”, dopo il periodo di decreti che con la pandemia di covid hanno bloccato il settore dei concerti in Italia. Una “festa dell’amore” che richiama solo nominalmente lo spirito di Woodstock e della rave culture inglese anni 90’ (da cui si prende almeno il look), ma in realtà organizzata in videocall da impegnatissimi uomini col Mac, intenti a fare telefonate con Ministri della Cultura, leggere lettere a Bonaccini, decifrare burocratese istituzionale. Non un film musicale, certamente, altrimenti non si sarebbero sprecati così i brani di Bjork, buttati come sottofondo di ripetitive videocall aziendali. Insomma, la presenza al festival di questo titolo è giustificata solo dall’ospitata di Cosmo presente in sala. Ciò non può nascondere il fatto che si tratta in sostanza di un contenuto intento a autocelebrare uno sforzo economico e organizzativo e a storicizzare una pandemia di cui abbiamo già sentito parlare fino allo sfinimento. Allora speriamo sia stata solo una gag quella di dare come gadget di questa anteprima il kit che fa tanto annata vintage 2020: gel igienizzante e mascherina chirurgica. Una FFP2 fluo invece sì che sarebbe stato un buon accessorio per completare il look.

Come fare invece un documentario musicale a intervista che sappia tracciare un profilo biografico ricco? La sezione Long Play Doc, curata da Paolo Campana, meno male ci fa riprendere da questa brutta influenza con l’anteprima del primo documentario su Herbie Hancock che si confessa all’amico Patrick Savey – un francese che si scusa di essere francese. Infatti rivolge lo sguardo a Ovest, ai grandi della musica jazz afroamericana: finito Markus (su Markus Miller) è ora all’opera anche su un film dedicato a Miles Davis. A proposito di jam session jazz: precede con una saggia giustapposizione un videoclip che fa da anticipazione al lungometraggio dedicato al processo creativo del collettivo di improvvisazione Pietra Tonale per la regia di Silvia Papa e Ialmar De Stefanis. Sarà prossimamente al Torino Film Festival e poi in streaming su Streen.

Ma non basta neanche che un doc sia ricco di contenuto per intrattenere. A volte certe opere piacciono solo ai grandi fan. Sono rari i documentari musicali davvero divertenti, dal ritmo dinamico, per non dire esplosivo, che fanno calare non solo nel mood di un’epoca (di eccessi), ma che sono in grado di catturare anche l’attenzione dello spettatore casuale. Quello che entra in sala chiedendosi se sia stato preso in giro da un titolo come BUTTHOLE SURFERS: THE HOLE TRUTH AND NOTHING BUTT. Titolo burlone che solo uno come Tom Stern poteva dedicare a quegli eccentrici scapestrati dei suoi amici Butthole Surfers, protagonisti di una caotica biografia semi-animata, sorprendentemente in qualche modo anche queer e che non nasconde anche dei tragici risvolti. Non è un caso che la band, Johnny Depp, Kurt Cobain e River Phoenix condividessero lo stesso giro. Sappiamo tutti che giro. Stern ha ancora il tipico umorismo weird della sua produzione anni ‘90 in coregia con Alex Winter. Quest’ultimo, ora messosi in riga dedicandosi ai suoi documentari di attivismo politico e tornato al tema musicale solo per Zappa (un ottimo doc passato in sordina proprio perché uscito nel 2020). Stern e i Butthole Surfers, Gabby in particolare, sono dei papà ormai, e ricordano gli eccessi di gioventù in una sequela di aneddoti davvero assurdi. Cose che possono accadere solo in America, nel bene o nel male. Però è ancora viva in loro la fiamma di gioventù che ha segnato una generazione: sembrano in fondo vivere ancora con la stessa attitudine punk do it yourself dallo spirito dadaista.

In controprogrammazione troviamo altri scapestrati americani, protagonisti di una rivalità montata ad arte dalla stampa di vent’anni fa: si contrappongono i Dandy Warhols, la “band più equilibrata d’America” contro la grande famiglia disfunzionale dei Brian Jonestown Massacre in una versione espansa del cult del 2004 DIG! di Ondi Timoner. Questo rimaneggiamento a distanza d’anni gli è valso il Grand Jury Prize al Sundance ed sicuramente da recuperare. Non lasciatevi intimidire dalle pettinature improbabili che sembravano delle pessime idee già all’epoca.

Quiete prima di questi due film-tempesta è l’ermetico psicosomatico They Come Out Of Margo di Alexander Voulgaris che culla con il cantautorato malinconico della compositrice greca Miss Trichromi. Da ascoltare se siete fan di Joni Mitchell e Grouper, e anche se avete qualche intenso intreccio di emozioni irrisolte e incomprensibili da sbrogliare. La cantautrice infonde calma quando in sala parla pacatamente di questo film come ultima parte della loro “trilogia sulla perdita”. Definito un “tender horror film” o un “fragmented melodrama”, ma anche come un “film sulla Storia delle case di Atene”, sicuramente è difficile da classificare in un genere. È un’opera emotiva che può lasciare perplessi, ma anche affascinati dal montaggio: sottopone la pellicola analogica a una giocosità tecnica che crea un’atmosfera sospesa e irreale. Tra camminate fluttuanti in stop motion alla Norman McLaren, jump cut, focus e out of focus, Voulgaris frammenta lo spazio-tempo del reale per portarlo alla dimensione del sogno e della psiche.

Visioni allucinate, ma di tutt’altra consistenza musicale, che ci aspettano anche domani sera con Rave On, girato in club e rave della scena berlinese.

J.D.