Ieri è apparso Cosmo in persona e oggi ce ne ritroviamo un altro, un Kosmo con la K, protagonista di Rave On, catapultato in un’odissea notturna in un club berlinese con la missione di consegnare un vinile al suo idolo DJ Troy Porter. Aaron Altaras, l’ attore che lo interpreta, si mostra al pubblico in sala come fosse uno dei clubber usciti dallo schermo: occhiali da sole, catena al collo e bicipiti sul punto di strappare la magliettina ristretta in lavatrice. Ecco perché fa così caldo in Sala 3. O forse sarà perché è andata subito in sold out ed è così strapiena che l’impianto di ventilazione non regge. Si suda ancora prima di andare a ballare alla serata collaterale Post Funk From Screen To Dancefloor – Catu Diosis Lavalamp.

La regia a quattro mani di Nikias Chryssos e Viktor Jakovleski segna il ritorno al filone del film musicale psichedelico? O è l’ultimo testimone della club culture, ora in crisi? A Berlino i locali stanno chiudendo: non ricevono più le sovvenzioni del Covid e la città avverte i segni della gentrificazione. L’eredità di Gaspar Noè è palese. Il film assimila l’esperienza di rinascita catartica di Enter The Void e riprende lo spirito collettivo d’improvvisazione degli attori non professionisti di Climax. A tratti sembra di essere nel Rectum infernale di Irréversible. Il confine tra autodistruzione e trascendenza è sottile. L’esperienza sensoriale non è portata all’estremo quanto in Noè, ma è comunque trascinante: trascinata dal ritmo incessante dei beat, deformata da effetti ottici caleidoscopici, a rischio di convulsione epilettica per la prepotenza delle luci intermittenti (per caso quasi tutti i light designer coinvolti sono italiani, molti da Torino). Non si può restare sobri in questo club labirintico. L’unico costretto a fingere di non essere sotto l’effetto di droghe è proprio l’attore Altaras. Un club ricostruito al montaggio mettendo insieme riprese girate in diversi locali durante vere serate techno. Nessuno fa da comparsa: sono tutti lì per godersi la serata, dimenticandosi della presenza della macchina da presa. Sono tutti in qualche modo protagonisti del film, e il film in qualche modo appartiene a tutti. E a tutta la scena techno berlinese. Come dice l’idolo Troy, “il vinile è morto”: una volta suonato, appartiene a tutti.

“I’m not good in the dark” dice Pauline Black mentre entra in sala per il q&a, riassumendo involontariamente quanto abbiamo appena visto nel documentario che la vede protagonista. Pauline Black: A 2-Tone Story parte dalla sua infanzia travagliata, dal peso di essere l’unica donna nera in una famiglia di bianchi, per di più nella provincia inglese degli anni ‘60, infestata dal razzismo del National Front, per arrivare agli anni della popolarità come lead singer della band The Selecter, dove continua a sfidare le norme sociali, sia come unica donna in una band di uomini che come cantante nera in una scena musicale che predilige le cantanti bianche. A questo proposito, parla della famosa foto (studiata a tavolino) che la ritrae in compagnia di Debbie Harry, Chrissy Hinde, Viv Albertine, Siouxsie Sioux e Poly Styrene, in cui Pauline e Poly si sentono decisamente fuori posto, perché si confrontano con delle artiste che hanno potuto godere di molti più privilegi. E “Kate Bush non si è presentata perché era troppo fatta”, scherza Pauline. Il ritratto che ne esce è quello di un’artista che, dopo aver combattuto tutta la vita con una società che avrebbe voluto tenerla nell’oscurità, ha fatto pace coi riflettori ed è diventata un faro per tutte le persone che si confrontano, ancora oggi, con le stesse sfide.A livello filmico, la parte più interessante del documentario sono i numerosi filmati d’archivio, che la regista Jane Mingay spiega di aver recuperato da una varietà di fonti, come i film Dance Craze e Rude Boy (quest’ultimo diretto dal padre della regista), la docu-serie della BBC Arena, e un archivio filmico Belga. Non ci rimane che attendere il prossimo documentario di Mingay, che, come rivela durante il q&a, avrà per protagonista Billy Bragg, nome che suscita un’esclamazione di piacevole stupore nel pubblico in sala.

Le ospitate arrivano dopo una lunga odissea di cortometraggi che hanno dominato la giornata. Tra questi The Singers, candidato all’Oscar, cui segue lo slot programmato in collaborazione con il Disability Film Festival. Paesaggi sonori e corpi non conformi si intersecano in questi quattro corti: ognuno mette in scena una disabilità diversa, ricordandoci quanto queste impongano di non potersi abbandonare agli automatismi, in uno stato di continua attivazione e adattabilità verso la realtà. Il flamenco queer di In My Skin mostra come per chi non può muoversi ogni piccolo e lento movimento diventi danza, e come chi non può vedere trovi espressione nel canto. Il biopic Some Kind of Blue affronta la perdita dell’udito e immerge lo spettatore nella soggettiva sonora dei rumori fantasma prodotti da neuroni uditivi iperattivi, improvvise incursioni sonore che fanno deragliare la vita di una cantante e pianista. In Hardcore la perdita è quella dell’autonomia di movimento di Rafa, un producer di hardcore tekno. Al di là di ogni stereotipo sulla disabilità (anche rompendo il tabù sulla sessualità), Rafa trascende il corpo attraverso la tecnologia del puntatore oculare per continuare a remixare musica. Diventa corpo cyborg, con il cuore di un inguaribile tamarro aggrappandosi alla sua passione come a un’ancora. O come a una via di fuga dal dolore? In Beyond Words, invece, l’armonia vocale regredisce a vagiti e lallazioni infantili che risuonano nelle sessioni di musicoterapia per anziani con malattie degenerative.

Simili segni vocali minimali si intrecciano all’ambizioso progetto di performance corporea e canora sulla migrazione: una serie di otto corti di videodanza della regista canadese Marlene Miller, con la coreografia di Sandy Silva. L’ultimo, Landed, prodotto dall’associazione italiana COORPI, ha coinvolto non solo artisti professionisti canadesi ma anche comuni cittadini che per tre anni hanno partecipato a una scrittura collettiva e itinerante. Insieme hanno inscenato una camminata coreografata con movimenti sincroni, musicata da quattro fiati, partendo dal porto di Genova verso le Alpi fino al Parco Doxa di Torino. Qualche viso apparso nel corto lo abbiamo anche riconosciuto tra il pubblico. Il coro “Move along, get along” che chiude il corto sarebbe bastato a trasmettere il concetto di armonia dei popoli: la voce off che si aggiunge risulta stucchevole e ridondante. Interessante, invece, come i titoli di coda sfumino nell’esibizione live di Giorgio Li Calzi e Stefano Risso, che fanno riecheggiare frasi e vocalizzi del film in un crescendo di noise con campionamenti di rumori d’oggetti come macchinine giocattolo, apparecchi radio e tastiere di pc presi dal palco. Dall’ ambient alla samba, con voci sintetiche stile Daft Punk e apparizioni di trombe con sordina, sono proprio eventi multidisciplinari come questo a rendere unico il festival.

J.D.

Camilla Di Nardo