Quella di sabato è stata una giornata di programmazione attraversata, più delle altre, dall’attenzione per icone LGBT+ che hanno plasmato la storia e l’immaginario di diversi generi musicali, dal pop di Boy George, all’house della comunità gay afroamericana di Chicago.


Tra i primi della giornata, il corto Tessitura dà voce alle donne trans nell’opera lirica contemporanea. Non un’eccezione d’oggi in questo ambiente ritenuto elitario, bensì coerentemente in linea con la lunga storia di fluidità di genere che ha sempre caratterizzato questo genere musicale e teatrale, dalla voce dei castrati ai ruoli en travesti.




Contemporaneamente nell’altra sala si raccoglie il pubblico di Boy George & Culture Club. Un pubblico che è evidentemente cresciuto con la band: le luci illuminano i giovani degli anni ‘80 che riempiono la sala e cantano ancora Karma Chameleon con la stessa spensieratezza. Il documentario, presentato in collaborazione con il festival queer Lovers Film Festival, ripercorre la carriera della band tramite le testimonianze dei suoi membri. Tuttavia, la narrazione si concentra inevitabilmente su George, che ha portato il gender bending nel pop in tempi non sospetti, da una parte spianando la strada a una generazione di persone queer che raramente potevano vedersi rappresentate, dall’altra scontrandosi con un pubblico omofobo, soprattutto negli Stati Uniti. A un certo punto, la gente amava la musica dei Culture Club, ma odiava l’aspetto di George. Jon Moss, il batterista della band che è stato per anni in una relazione romantica con George, ricorda la volta in cui dei ragazzi gli chiesero una foto dicendo di essere suoi fan, reggendo allo stesso tempo dei picchetti con slogan omofobi: “Sì, ci piace la tua musica, ma Gesù odia gli omosessuali”.



Il menestrello texano Mica P. Hinson sorprende il pubblico presentando alcuni pezzi del suo ultimo album, The Tomorrow Man, che dà il titolo al mediometraggio diretto dall’artista colombiana Lina Sanabria. Lei lo accompagna sul palco senza dire una parola, supportandolo come un pilastro emotivo. Hinson le si aggrappa e durante il live acustico la invita ad alzarsi e a condividere il microfono: la sua voce si sente flebile nei versi di One Day I Will Get My Revenge. Sono così vicini al microfono che si uniscono in un tenero bacio accolto dal pubblico con l’entusiasmo.



Questa pubblica dimostrazione di eterosessualità assume addirittura qualcosa di eccezionale nel contesto della serata. Torniamo subito dopo a ballare alla Warehouse di Chicago, storico locale della comunità gay nera protagonista del documentario Move Ya Body – The Birth of House, il club underground, “società segreta” dove la disco è diventata house music.

Il film ricorda come la marginalizzazione delle minoranze – soprattutto quando le discriminazioni si intersecano – possa assumere forme surrettizie, e che la vera uguaglianza non è ancora stata pienamente raggiunta. Non manca un necessario umorismo sassy nei confronti di Rachel Cain, che continua a celebrarsi come “Regina della House” mentre è ancora in causa per decenni di mancato pagamento delle royalties agli artisti gay e neri che hanno davvero fondato il movimento, pubblicando dischi con l’iconica etichetta Trax Records, da cui è germogliato il sottogenere acid house. Alla rivendicazione che “a good party knows no sexual orientation, no race and no socio-economic class” parte un sentito applauso del pubblico, consapevole delle politiche di whitewashing dell’industria musicale.



Il regista Elegance Bratton insiste sul discorso sociopolitico e identitario del contesto musicale, arricchendo il racconto con testimonianze d’archivio – impressionante, in particolare, il materiale sull’armata di Steve Dahl, comandante supremo del movimento della Disco Demolition, che cela un sottotesto razzista. Di interesse anche gli spunti sull’urbanistica del redlining a Chicago, che ha generato segregazione etnica, e su come l’architettura stessa dei locali abbia influenzato le pratiche performative: la “runway” della Warehouse così centrale nella scena ballroom. Il film rende chiaro come siano stati gli sforzi collettivi e personali della comunità – fatta di relazioni, passaparola, amicizie – a plasmare interi generi musicali. Meno approfondito il lato tecnico-creativo. È citato come la Disco-Madre abbia dato alla luce i due figli, la gay house e il teppista hip hop – ambienti culturali che prendono strade diametralmente opposte -, ma restano vaghe le innovazioni che hanno reso possibili queste correnti, così come quali siano state le sperimentazioni tecniche con cui la house ha poi generato un’altra figlia nera, la techno di Detroit.



A concludere la rassegna LP feature è Ebony & Ivory e anche se molti sapranno riconoscere nel titolo il meraviglioso brano di Steve Wonder e Paul McCartney, troveranno più difficile conciliare l’immagine dei due musicisti con quella offerta dal film, che, come ci tiene a sottolineare il regista Jim Hosking, non è un biopic. Ed è proprio per questo che funziona. Ci sono due uomini, anzi, due music legends, in un cottage sperduto nel punto più estremo della penisola del Kintyre, in Scozia, che fumano un doobie woobie e cercano di creare qualcosa insieme, perché è ciò che due music legends devono fare. Hosking prende gli aspetti più cartooneschi delle personalità di Wonder e McCartney e ne fa una caricatura estrema, immaginando un dialogo tra i due che è a tratti sconcertante e sempre incredibilmente comico. Non resta che augurare buona fortuna a Paul Mescal, che interpreterà McCartney nel biopic diretto da San Mendes, perché, anche se Ebony & Ivory non è un biopic, l’interpretazione di Sky Elobar come McCartney è estremamente fedele al personaggio e mette in risalto il lato più ironico dell’artista, che i suoi fan conoscono bene. Notevoli anche i costumi e gli oggetti di scena, surreali come le situazioni in cui vengono mostrati (chi non vorrebbe un nugget slide a casa?).



Dopo questa trafila di film, la soglia dell’attenzione vacilla. Meno male che la chiusura di serata è pienamente ADHDcore. ABADIR e Nicolò Cervello decostruiscono la club music in un contesto che impone una postura d’ascolto radicalmente diversa da quella di una serata in un locale. Il Cinema Massimo si sospende in una dimensione con Kitbashing – titolo preso dalla pratica di assemblare insieme diversi kit di modellismo. Qui i visual cessano di essere sfondo per diventare una performance di videoarte sonorizzata.



Spazi virtuali tridimensionali che piegano le leggi della fisica, campiture magnetiche, texture metalliche organiche e industriali, cattedrali dell’attenzione erette nel deserto urbano. Paesaggi virtuali abitati da compressioni e decompressioni di frammenti audio estratti dai contenuti social suggeriti dall’algoritmo. Detriti effimeri di internet che generano un glitch, a ricordare che il feed non è neutro. È l’infrastruttura invisibile che organizza, filtra e impone l’attenzione dell’esemplare umano contemporaneo.



J.D.

Camilla Di Nardo