Marty Mauser è più che un semplice giocatore di quello sport che è considerato un tennis minore, è un eclettico artista dai mille talenti, inclusa l’arte di essere un imbroglione. Ha una tale dote per la negoziazione che potrebbe addirittura fare il politico se volesse, persino convincere la Danimarca a cedergli la Groenlandia, per poi rivenderla al doppio del prezzo. Solo apparentemente, può sembrare un rivoluzionario antisistema. È uno di quei personaggi larger than life, un uomo di spettacolo per natura. Come se fosse nato per ogni prova attoriale che la vita gli propone: dal convincere i clienti del Lower East Side a comprare un paio di scarpe, a fare acrobazie mentre straccia gli avversari a ping pong; dal negoziare con un miliardario, a dar prova del suo fascino seduttivo con il genere femminile. 

È sorprendente che dopo una tale campagna promozionale e nove candidature, il primo film di Josh Safdie senza il fratello Benny, non si sia aggiudicato alcun premio all’edizione degli Academy Awards appena passata. Un altro dei favoriti, rimasto del tutto a bocca asciutta.

Marty/Chalamet, la frenesia della vittoria

Marty Mauser è il personaggio perfetto per Timothée Chalamet, che mostra la stessa straripante sfacciataggine del gabbamondo-giramondo interpertato da Leonardo Di Caprio in Catch Me If You Can (2002) di Steven Spielberg. Neppure Di Caprio quest’anno è riuscito a scalzare Michael B. Jordan nella categoria di miglior attore protagonista per I Peccatori, record di candidature in 16 categorie, di cui 4 vinte.

Chalamet ha sognato troppo in grande, finalmente con un’interpretazione brillante che fa riconsiderare le passate interpretazioni come ruoli che forse ne limitavano le potenzialità. Prende la sua maschera di eterno ragazzino con la faccia da schiaffi e la porta all’ennesima potenza, riuscendo a tenere insieme tutte le due ore e mezza di film, che filano a ritmo accelerato. Ha dato tutto se stesso per il ruolo, proprio come il personaggio che interpreta, tanto da iniziare ad imparare a giocare a ping pong con anni di anticipo, ancor prima di avere conferma di essere scritturato. Questi sei anni sono valsi per rinunciare a controfigure di atleti per le riprese delle frenetiche partite. Fa mostra della sua adattabilità, dopo aver imparato da capo la tecnica per adattare i movimenti allo stile di gioco in voga all’epoca. Ma per l’Academy tutto questo non è stato abbastanza. Pare di assistere a un finale alternativo del film. Marty costretto alla resa umiliante: baciare il porco offerto dai giapponesi vittoriosi.

Il dolly attraverso le strade di New York cattura la frenesia di voler arrivare in Giappone per conquistare il titolo di campione mondiale di ping pong.

Film-flusso inarrestabile

L’incessante frenesia di un presente continuo, emanato da un Io centrale da cui tutto si espande, riprende il flusso ininterrotto di Uncut Gems. Ora appare evidente avere la mano di Josh piuttosto che quella di Benny. Viaggiano assieme all’epica psichedelica dei Tangerine Dream che riecheggia nelle melodie in crescendo di Daniel Lopatin aka Oneothrix Point Never.

Curioso come, pur essendo ispirato a un prodigio del ping pong realmente esistito, Marty Reisman, che ha avuto successo tra anni ’40 e ’50, Safdie non voglia limitarsi a creare l’atmosfera di quegli anni, per quanto comparti costumi e scenografie siano stati ineccepibili. La sequela di hit anni ’80 – tra cui spiccano in apertura e chiusura Forever Young degli Alphaville ed Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears – richiama altri immaginari. Marty, money player dedito alle scommesse come Paul Newman in The Hustler, sembra uno di quei broker dell’epoca reaganiana sempre sull’orlo di fare un sacco di soldi o perdere tutti i risparmi. Al posto della compravendita di titoli azionari, è in gioco la reputazione di essere il migliore. 

La corsa spermatica alla fecondazione di un microscopico ovulo visto à l’intérieur è anche il viaggio cosmico verso pianeti di inesplorate galassie. La tutto-sfera si tramuta in una pallina da ping pong che attraversa lo spazio al rallentatore, trasportando lo spettatore direttamente sulla scena: le semifinali del torneo che porterà Marty alla selezione per il campionato mondiale di tennistavolo. La capacità di tenere insieme questa complessità è visibile già in questa spettacolare sequenza di titoli di testa, che unifica il particolare e l’universale in un tutto bio-cosmologico, simboleggiato dalla forma sferica unificante del ciclo di nascita e rinascita sotto le note di Forever Young.

Marty Mauser (Timothée Chalamet) verso il traguardo del successo: il prossimo punto, il prossimo match, la prossima partita, i prossimi soldi.

La struttura del film rispecchia questa continua mutevolezza: sempre in bilico tra l’ascesa e un’imminente caduta, basta un soffio affinché avvenga un cambio di stato. La sceneggiatura fa del punto di tensione – un continuo momento di match point decisivo – la sua costante per tutta la durata del film. L’obiettivo da raggiungere è ottenere il prossimo oggetto di valore: il prossimo punto, il prossimo match, la prossima partita, i prossimi soldi. Il traguardo del successo si sposta continuamente, in una rincorsa alla vita che non è semplicemente sopravvivere arrabattandosi, ma ottenere il riconoscimento della propria identità. Marty è sempre sull’orlo di essere smascherato da chi i suoi trucchi è già abituato a metterli in pratica: un altro “imprenditore di se stesso” ma con ben più capitale, un’attrice professionista con un passato da diva del cinema che sa bene quanto la fama possa essere effimera, e chi altri come Marty si fa strada per sopravvivere ai margini della società. La tensione costante si accompagna a dialoghi costellati di battute destinate a diventare “iconiche”. 

Emblematica di questo ripetuto ciclo tra la grandiosità in ascesa e il disastroso collasso è la scena della vasca da bagno. Sembra segnare la fine di tutto, il collasso definitivo. Fa culminare un intreccio di sfortune, tutto il peggio che possa capitare in una sola sequenza che inizia come un inseguimento, subito diventa rivelazione melodrammatica, e trova il culmine con l’apparizione inaspettata di Abel Ferrara nel contesto più improbabile. Come se già non bastasse il cameo di Tyler the Creator nei panni di un tassista appassionato di ping pong. Uno straripare di situazioni che convergono tutte insieme come un grande, pre-ordinato caos, senza mai mettere alla prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. “Cosa ci fa Abel Ferrara nella mia vasca da bagno?” Marty Mauser è quel tipo che direbbe che dev’essere stato proprio il prodotto delle scelte di vita che lo hanno condotto fino a qui. 

Abel Ferrara interpreta Ėzra Miškin, un inaspettato cameo.

Character study sulle contraddizioni dell’America

Marty Supreme è un film così smisuratamente americano perché è un character study sulla grandiosa arroganza dell’America stessa: quella che spadroneggia, assuefatta alla cultura della competizione e della produttività che ha esportato ovunque, portandola all’estremo. Quella che fa valere la propria supremazia e sulla quale si è basato il precario equilibrio geopolitico mondiale. Un’America fatta delle sue stesse contraddizioni, la patria del neoliberismo sfrenato, dei ricchissimi e degli indigenti, dove tutto ruota attorno al denaro, proprio come già anticipato in Uncut Gems. Questa polarizzazione è incarnata in un protagonista che in qualche modo riesce a far stare insieme la sua straripante e umana moltitudine, per cui le aggettivazioni non si esauriscono. Falso come uno zircone di bigiotteria, ma che brilla di autentica vitalità. Grandioso nelle sue fantasie di ricchezza e fama, eppure piegato dall’accumulo di conseguenze delle sue azioni. Arrogante quando rifiuta l’umiliazione del fallimento, ma umile quando piange di gioia di fronte a un valore che non è monetario o legato alla sua immagine. Vive l’impulso delle passioni e, al contempo, sa essere un arrivista senza scrupoli che si muove calcolando le sue mosse. Povero e pure ebreo nel secondo dopoguerra – insomma una vittima della Storia, un ultimo nell’intersezione di classe – ma allo stesso tempo il primo dei primi, un vero fuoriclasse in tutto quello che fa.

Chalamet è quasi sempre presente sullo schermo, con poche eccezioni, e gli avvenimenti sembrano scaturire dall’Io centrale del suo personaggio. Vive in un paradossale e caotico “libero artitrio deterministico”: è del tutto padrone delle scelte intraprese quando ha successo, ma è vittima di circostanze sabotanti in caso di fallimento, circostanze che guarda caso sono le conseguenze della sua mancanza di senso di responsabilità. Allo stesso tempo si definisce un “prescelto” che ha uno scopo nella vita, ovvero il riconoscimento della propria identità attraverso la vittoria. La profezia che ha fatto per se stesso non è una benedizione, ma un obbligo cui non può sottrarsi perché è già scritto nel destino. Insomma, qualunque cosa accada, egli è predestinato, ma anche padrone del suo destino, un vero autarchico americano che non solo si sente al centro del mondo, ma fulcro significativo nelle misteriose dinamiche dell’universo.

I want to tell you something and it’s not intended to be mean. I have a purpose. You don’t. And if you think that’s some kind of blessing it’s not. It puts me at a huge life disadvantage. It means I have an obligation to see a very specific thing through. And with that obligation comes sacrifice. My life is the product of the choices I’ve been forced to make to see this specific thing through. Yours is the result of - what? - just making it up as you go along? That’s how you are. It’s not how I am. (Marty Mauser, dalla sceneggiatura originale resa disponibile da A24)
Marty Mauser è l’America fatta delle sue stesse contraddizioni.

Il self-made man mascherato da rivoluzionario

Non può essere il profilo di un rivoluzionario, anche se viene posto in scontro contro il magnate Milton Rockwell. Il suo diretto antagonista si dichiara essere incarnazione di quel capitalismo immortale che si aggira dal 1601 come un vampiro, nutrendosi del talento altrui per fare profitto: “I was born in 1601. I’m a vampire. I’ve been around forever. I’ve met many Marty Mausers over the centuries.” Marty non è un ribelle, è un opportunista che vive della convinzione che credere in se stesso porterà profitti. Non è l’eroe sovversivo che potrebbe sembrare, ma un antieroe emblema della cultura capitalista, mosso dal raggiungimento di un traguardo che continua ad alzarsi sempre più in alto, senza limiti a questa fantasia di grandiosità. Si colloca, con un proprio “stile” che sembra essere indipendente, all’interno di un sistema economico di rincorsa alla fama e al profitto che non mette mai davvero in discussione. La sua ribellione è solo apparente: infatti mette in atto quella che sembra essere una forma di sovversione solo nel momento di una possibile umiliazione della propria immagine. In sostanza, si tratta dello spirito di competizione di un piccolo imprenditore che sabota un altro grande imprenditore anziché lasciarsi umiliare.

È ciò che è accade anche in Barbie di Greta Gerwig, guarda caso un altro film dalla campagna marketing prepotente che identifica il marchio con una tinta di colore riconoscibile e onnipresente. In questo caso la corporation Mattel depotenzia la critica esterna incorporandola all’interno del film prodotto per rinnovare il marchio Barbie, facendo satira di se stessa per fingere di mettere in discussione il sistema su cui si fonda. È il capitalismo senza alternative di cui parla Mark Fisher quando cita lo slogan “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, intenso non come un semplice sistema economico, ma come un’egemonia culturale che permea individualità e collettività. Neutralizza la critica anticipando una ribellione interna al capitalismo che non fa altro che essere funzionale a riconfermare l’egemonia della cultura capitalista stessa, che tutto ingloba, che si reincarna, cambia forme, si cela, ma non cessa di esistere. 

Josh vs. Benny: 1-0

Ora che i fratelli Safdie hanno deciso di prendere ognuno la propria strada artistica, è inevitabile farne una competizione tra fratelli: a breve distanza hanno fatto uscire entrambi produzioni ambiziose, film sportivi collocati in un orizzonte temporale passato, riappropriandosi del formato analogico. Entrambi guardano attraverso personaggi smaniosi, andando oltre i generi del biopic e del film sportivo, per portare i character study verso una più ampia osservazione del mito americano del self-made man. Benny si difende con un degno The Smashing Machine, ma è l’imbroglione Marty Supreme a saper brillare e a raggiungere l’ambizione di essere un denso film-contenitore sull’America. Ecco rivelato chi possiede la gemma più sfacettata tra i due fratelli Safdie. Almeno una consolazione, dopo lo smacco agli Oscar 2026.

J. D.