“E certe parti del suo corpo scorrevano e si dilatavano in prospettive simili a quelle che il fotografo Brandt sa ossessivamente svolgere”. Così Sciascia, in A ciascuno il suo, desta curiosità nel lettore molto probabilmente ignaro di come questo fantomatico Brandt ritragga i corpi all’interno dei suoi scatti. Il soddisfacimento di questa curiosità permetterà al lettore, divenuto osservatore, di assaporare con gli occhi uno spettacolo inconsueto, di forme sinuose che, catturate da prospettive inusuali, permettono di restare piacevolmente colpiti e affascinati. L’occhio dell’osservatore proverà a catturare le forme, rese dagli scatti in modo quasi pittoresco.

Brandt iniziò a sperimentare la fotografia di nudo intorno alla metà degli anni ’40, e racconta egli stesso di aver potuto mettere a fuoco i corpi da rappresentare attraverso “gli occhi di un topo, di un pesce o di una mosca” quando, nel 1944, acquistò una macchina fotografica Kodak equipaggiata con un grandangolo, che appunto gli permetteva di osservare la realtà in maniera tale da distorcerla, aprendo scenari nuovi e inconsueti, ma ugualmente affascinanti.

La raccolta in questione, dal titolo Perspectives of Nudes, datata 1961, mette insieme scatti appartenenti alla fase in cui primeggiano i contrasti, primo fra tutti il bianco e nero. Brandt conferisce ai corpi fotografati degli effetti grafici interessanti e particolari, servendosi appunto del grandangolo della sua nuova Kodak. L’uso di prospettive deformanti si concentra soprattutto sui nudi femminili, mettendo al centro dell’obiettivo un frammento di essi e “cambiandogli forma”, contribuendo, in tal modo, alla creazione di un’atmosfera avvolta da un alone di mistero e di suggestione. I corpi e le forme vengono infatti molto spesso inseriti in un ambiente che contrasta o accompagna la visione dei corpi stessi, come a voler continuare a giocare ancora con lo sguardo dell’osservatore, come a voler ridisegnare la realtà attraverso l’occhio della fotocamera. Si può far riferimento, ad esempio, all’orecchio sulla spiaggia o alle mani intrecciate sui sassi.

Bill Brandt (Amburgo, 2 maggio 1904 – Londra, 20 dicembre 1983) fu uno tra i fotografi inglesi più apprezzati e influenti del XX secolo. Recatosi a Parigi per farsi curare dalla tubercolosi, vi scoprì la passione per la fotografia, mediante l’aiuto di un dottore che gli trovò un lavoro come assistente in uno studio fotografico, ed entrò in contatto con Ezra Pound e col fotografo Man Ray (da cui sembra aver ereditato, almeno in parte, il modo tutto particolare di ritrarre i corpi), del quale divenne assistente. I suoi primi scatti sono ispirati ai lavori del fotografo francese Atget, grazie ai quali sperimentò la fotografia notturna e quella di tipo modernista, ma si deve, per l’appunto, all’influenza di Man Ray lo stampo surrealista delle sue opere successive.

Prerogativa fondamentale e ben riconoscibile di Brandt è la sua straordinaria capacità di riuscire a indirizzare lo sguardo dell’osservatore esattamente laddove egli desidera che sia rivolto, utilizzando spesso un bianco e nero caratterizzato da forti contrasti, sempre teso a voler sperimentare una fotografia senza regole, o a volerne scrivere di nuove, per esprimere al meglio e “senza filtri” il proprio estro creativo.

Chiara Pirani