Il trono è un’opera del 2001 di un artista mozambicano noto come Kester, attualmente si trova presso il British Museum di Londra. Documento bellico, che non glorifica né la guerra né coloro che l’hanno combattuta, si tratta di un trono costruito con parti di armi da fuoco prodotte in tutto il mondo ed esportate in Africa.

Se una caratteristica importante del XIX secolo è stata la crescita dei mercati e dei consumi di massa, il XX è stato segnato soprattutto dalla guerra: i due conflitti mondiali, le purghe di Stalin, l’Olocausto, Hiroshima, i killing fields in Cambogia, la guerra del Vietnam, e la lista potrebbe di certo continuare. Ovunque nel mondo ci sono monumenti al Milite Ignoto, e il trono d’armi si colloca precisamente in questa tradizione. È un tributo a tutte le vittime della guerra civile in Mozambico, e testimonia i crimini commessi contro un intero paese, un intero continente. È un’opera che parla di morte e sofferenza, ma anche di speranza e di rinascita,  che riguarda in egual misura la tragedia dell’uomo e la sua redenzione.

La fase contemporanea della storia descrive la scomparsa degli imperi che avevano preso forma nel corso del XIX secolo e la nascita di nuove ideologie globali e nuove identità nazionali. In nessun luogo questo processo è stato cruento come nell’Africa postcoloniale. Alla fine dell’800, il risultato della «corsa all’Africa» fu la spartizione del continente tra le maggiori potenze europee: Gran Bretagna, Francia, Portogallo, più altri paesi come Germania, Italia, Spagna e Belgio. La fine della seconda guerra mondiale diede il via ai grandi movimenti per l’indipendenza e, a partire dal 1960, gli Stati africani riuscirono pian piano ad affrancarsi, ma non si trattò quasi mai di un processo indolore. E, spesso, ai problemi endemici di ciascun paese si aggiunsero quelli derivati dalle conseguenze di una guerra civile.

Per avere aiuti, questi governi fragili e inesperti si rivolgevano all’Est comunista e all’Ovest capitalista, entrambi desiderosi di nuovi sostenitori. Le contese territoriali del secolo precedente erano diventate lotte ideologiche, e le conseguenze furono un enorme afflusso di armi nel continente e una lunga serie di feroci guerre civili, tra cui quella, sanguinosa, del Mozambico.
Per quanto interamente composto da pezzi di fucili, il trono si presenta come una sedia di legno. Ma questo è l’unico aspetto convenzionale, perché in realtà i fucili che lo compongono ci aiutano a seguire la storia del Mozambico nel XX secolo. I più vecchi, che formano lo schienale, sono due antiquate Carabine G3 portoghesi, il che non sorprende più di tanto, in quanto il paese rimase una colonia del Portogallo per quasi 500 anni, fino a quando non ottenne l’indipendenza nel 1975. Ad affermarsi, allora, fu un movimento di resistenza marxista, il Frelimo, appoggiato dall’Unione Sovietica e dai propri alleati, e questo spiega perché tutte le altre parti del trono siano componenti di fucili prodotti nel blocco comunista: i braccioli sono Kalashnikov sovietici, la seduta è composta da fucili polacchi e cecoslovacchi, mentre una delle gambe anteriori è la canna di un AKM nordcoreano.

È la Guerra Fredda quella che abbiamo di fronte, il blocco orientale trasformato in mobilio, che combatte per unire i proletari dell’Africa e del mondo.
Quando nel 1975 il Frelimo prese il potere, il nuovo Mozambico divenne uno stato marxista-leninista, che dichiarò subito la sua ostilità ai paesi vicini: Rhodesia (oggi Zimbabwe) e Sudafrica. Questi paesi reagirono sostenendo un gruppo di opposizione denominato Renamo, che tentò di destabilizzare il paese: i primi decenni di indipendenza del Mozambico furono dunque segnati dal collasso economico e da una guerra civile senza quartiere, che lasciò sul terreno milioni di morti e di rifugiati. La pace arrivò solo dopo 15 anni, nel 1992, quando si trovò faticosamente un accordo e i leader cominciarono a ricostruire il paese. Ma sebbene la guerra fosse finita, i fucili c’erano ancora.

La sfida principale era mettere fuori uso milioni di armi da fuoco ancora in circolazione, e dare agli ex soldati e alle loro famiglie strumenti per ricostruirsi una vita. Di questa sfida, l’opera è diventata un elemento ispiratore. In origine faceva parte di un progetto di pace ancora in corso, denominato «Dalle armi agli utensili»: gli ex combattenti delle due fazioni consegnavano le armi e ricevevano in cambio strumenti utili alla vita di tutti i giorni. Dall’inizio del progetto, nel 1995, più di 600.000 armi sono state abbandonate e consegnate agli artisti che le hanno disinnescate e trasformate in sculture.
Sebbene si tratti di una sedia, l’artista ha voluto indicarla come “trono” secondo un motivo ben preciso: a differenza degli sgabelli, le sedie sono infatti rare nelle società tradizionali africane. Le usano solo i capi tribali, i principi e i re; sono quindi troni nel vero senso della parola. Ma questo è un trono dove non siederà mai nessuno; non è destinato ad un governante ma solo all’amaro rimorso del sangue versato e alla promessa di un domani migliore.

Tommaso Amato