History decays into images, not into stories.
Walter Benjamin, The Arcades Project

Inaugura in queste prossime ore la XVI° edizione di Archivio Aperto, il Festival di Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna, che per il secondo anno consecutivo, tra i tanti importanti incontri, eventi e proiezioni, presenta anche una nutrita – ben 19 opere – sezione di concorso ufficiale, che Cabiriams ha modo di seguire in collaborazione con il Festival.

Ad aprire il concorso sarà Non-Aligned: Scenes from the Labudović Reels di Mila Turajlić, regista dei già noti Cinema Komunisto – che mostrava come l’utilizzo della settima arte sia stato uno dei mezzi prediletti per definire lo stato jugoslavo – e The Other Side of Everything – uno sguardo della madre attivista per la pace sulle guerre scoppiate oltre l’Adriatico -. Partendo dalla sua filmografia, che tratta dell’inizio e della fine del grande stato balcanico, era dunque chiaro che sarebbe bastato attendere poco per l’arrivo di un film che trattasse del suo momento di pieno regime.

La pellicola verrà proiettata, con a seguire Q&A con la regista, domani alle 21.30 al cinema Odeon di Bologna.

Stevan ha creato tutte le immagini che popolano la mia Jugoslavia della mente. […] Decenni dopo la dissoluzione della Jugoslavia, [le immagini sono] orfani che nessun genitore viene a reclamare.
Mila Turajlić

Per capire bene Non-Aligned, dobbiamo partire dal nome contenuto nel titolo: Stevan Labudović è stato, per dirla in maniera semplice, il cameraman del presidente Josip Broz Tito, che ha potuto riprenderlo nelle occasioni più disparate, sia pubbliche che private. Tutto questo girato è rimasto chiuso nell’archivio della Filmske Novosti di Belgrado fino a che la regista non ci ha messo mano, iniziando un monstre lavoro di visione, catalogazione e scansione. Di tutto il lavoro di Labudović, che vediamo da entusiasta novantenne partecipe della riscoperta, la regista si sofferma principalmente sul girato del settembre del 1961, dove tutti gli Stati appartenenti al cosiddetto (progetto) “Terzo mondo”, i numerosi “Non schierati” nella divisione tra blocco americano e blocco sovietico appunto, si incontrarono per sei giorni a Belgrado con l’intento di far puntare un riflettore sulle proprie ragioni e su un messaggio di pace, forti del capofila e padrone di casa, la Jugoslavia.

Dalla riscoperta di questo materiale parte un viaggio nella vita lavorativa – e politica – di Stevan, che dalla rottura di Tito con l’Unione Sovietica, prende una strada parallela a quella intrapresa dal suo presidente e di conseguenza dal suo Paese. È dunque solo questione di tempo perché dalle bobine arrivino immagini molto precedenti al Summit di Belgrado, in cui tutto sembra essere posto in preparazione a quel grandioso e storico – seppur quasi dimenticato – evento mondiale. Il Presidente Tito sceglie infatti Stevan Labudović come suo cameraman anche durante i viaggi via mare volti a creare legami tra stati politicamente – almeno in via formale – indipendenti o alla ricerca di una propria autonomia. In Non-aligned ci troviamo dunque a bordo della leggendaria nave Galeb in approdo in Indonesia, o in Egitto. O in Algeria, nazione allora ancora sotto il controllo coloniale della Francia, ma che chiese aiuto alla Jugoslavia sia militarmente – lo stesso Labudović a fine film viene accreditato come combattente dell’Esercito di Liberazione dell’Algeria – che dal punto di vista della propaganda, motivo per la quale Tito “prestò” Stevan a tutti coloro che gli chiedevano una mano per imbastire una propria narrazione propagandistica. È grazie a questo che riusciamo a essere presenti a incontri o avvenimenti che, banalmente, senza la telecamera di Stevan non sarebbero con tutta probabilità mai rimasti nella memoria collettiva.

Alla fine è anche di questo che parla nel profondo Non-aligned: la differenza tra propaganda e testimonianza. Anche la propaganda è documento, perché testimonia il tempo in cui è stata creata e le motivazioni politiche intrinseche a tale scelta, ed è memoria, come ricorda in più momenti la regista stessa, cresciuta con quei messaggi, con le immagini di Stevan e con le canzoni su Tito anni dopo la sua morte. Ma tutto il girato di Stevan è muto o doppiato dalle voci dei cinegiornali, siano essi jugoslavi, algerini, francesi o statunitensi (sì, anche gli avversari politici se ne appropriarono, dando una descrizione delle immagini radicalmente opposta alla versione slava, regalandoci così la più classica delle dimostrazioni empiriche) senza però possibilità di comprendere appieno il contesto e il messaggio che le immagini veicolano parzialmente.

Per questo, il momento forse più toccante del film risiede nel ritrovamento delle registrazioni originali del Summit. Attraverso un lavoro ancora più complesso e metodico di sincronizzazione tra immagine e audio, la regista Mila Turajlić ci svela alcuni momenti salienti della sei giorni di Belgrado: frammenti di discorsi pacifisti e autodeterministici dall’alto contenuto morale provenienti da leader politici di nazioni di ogni misura, ricchezza e provenienza, in grado di far oscillare in maniera vertiginosa la nostra personale bussola geografica della storia del ‘900, legata spesso in maniera semplicistica al binomio Urss e mondo occidentale. C’è invece una Storia nel quale si sono creati legami terzi, come dice la stessa Mila Turajlić, tra popoli che nemmeno probabilmente sapevano dell’esistenza dell’altro e che hanno abitato l’immaginario delle generazioni a venire attraverso le opere di Stevan, che anche oggi risvegliano “uno strano senso di familiarità con perfetti sconosciuti” provenienti dall’altra parte del mondo.

Sarebbe cambiato qualcosa se la bilancia della Storia avesse dato un peso maggiore al Terzo Mondo e ai leaders dei paesi che ne facevano parte? Una domanda a cui forse è meglio non tentare di rispondere, per lasciare tutto come gli occhi della regista guardano alle immagini di Stevan della folla in festa all’arrivo dei Capi di Stato, che incorniciano inizio e fine film, per lei l’essenza di quello che vuol dire essere jugoslava: a global kinship, una parentela, un legame, globale.

“Guardando Stevan che guarda le sue immagini, mi rendo conto che non è stato un semplice testimone di questa Storia, ma un protagonista, che ha maneggiato un considerevole potere narrativo. I suoi film non sono documenti di un’era, ma vettori politici di sua creazione.”
Mila Turajlić

https://www.archivioaperto.it/

Federico Benuzzi