Regia di Yorgos Lanthimos
Bella Baxter (Emma Stone) è una ragazza che esteriormente si trova nei suoi trent’anni, ma con la coordinazione, la capacità di analisi e di linguaggio, la coscienza di sé e dell’ambiente che la circonda, di una bambina in età scolare. La giovane avvenente vive con quello che sembra essere il padre, il dottor Godwin “God” Baxter (Willem Dafoe), un uomo dai connotati profondamente deviati da numerose e invasive cicatrici sul volto, in una villa gotica di Londra. A farle compagnia, oltre alla fidata governante e precettrice Mrs. Prim (Vicki Pepperdine), una lunga serie di curiosi animali-collage e gli strumenti del mestiere del Dottor Baxter, chirurgo e professore di prestigio. Con l’arrivo nella casa di Max McCandless (Ramy Youssef), uno degli studenti di Baxter a cui lo scienziato chiede di prendere nota dei progressi nella crescita della ragazza, Bella inizia a sviluppare un maggior interesse verso l’altro e in particolar modo verso la sessualità. È così che Max, che nel frattempo è entrato nelle grazie della peculiare famiglia, diventa promesso sposo di Bella; ma è l’avvocato donnaiolo Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), chiamato a redigere il contratto prematrimoniale tra i due, che susciterà l’interesse animalesco della giovane, convincendola senza troppi sforzi a lasciare la casa dalla quale non era mai uscita e a intraprendere con lui un viaggio alla scoperta del mondo e di sé.
In concorso all’80° edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e tratto dall’omonimo romanzo di Alasdair Gray edito nel ’92, l’ottavo lungometraggio di Yorgos Lanthimos segna il ritorno del regista, dopo la parentesi de La favorita, all’utilizzo di elementi fantastici e fantascientifici. La storia di Bella Baxter, a cui viene impiantato il cervello del proprio feto per poi essere riportata in vita, è un coming of age atipico di un corpo già adulto, con tutti gli istinti che ne derivano, ma che non sa nulla del mondo in cui vive. Attraverso l’utilizzo dell’immaginario frankensteiniano, Lanthimos e lo sceneggiatore Tony McNamara (Crudelia e La favorita) costruiscono un percorso di ricerca di conoscenza e libertà che, dalla scena in cui Bella istintivamente inizia a strusciarsi le parti intime col cibo servitole in tavola, combacia con la scoperta della propria sessualità. La novità del piacere fisico e la sua ricerca sfrenata diventano il combustile grazie al quale la protagonista passa da una condizione di oggetto, un “esperimento” in reclusione forzata e promessa sposa, a umano che pretende di viaggiare e scoprire. Questa spinta inarginabile si scontra con il mondo che, seppur fantastico, è caratterizzato da un’impronta fortemente maschile, impersonificata dal padre adottivo, dall’avvocato Weddeburn e in ultima e agghiacciante battuta, dal marito di colei a cui apparteneva il corpo della ora Bella Baxter. Ognuno di essi rappresenta un ostacolo sempre maggiore, un gradino più alto da scalare: il padre preoccupato ma aperto ai cambiamenti, l’amante possessivo che non può sopportare di vedere il proprio “amore” (non corrisposto) calpestato, e il marito padrone per il quale la vita della consorte ha valore soltanto se vissuta legata a sé.
È un film femminista come pochi finora, perché il tema viene declinato sin dai primi battiti nelle sue forme più ampie arrivando a toccare l’antica e mai antiquata questione del possesso del proprio corpo e di quello degli altri e delle altre, della paternità e maternità come creazione di un altro e dei diritti che questi ruoli comportano, trovando appunto una giusta e rispettosa rivisitazione ed evoluzione del Frankenstein di Mary Shelley. Con buona pace di Greta Gerwig e del suo rispettabilissimo prodotto, Poor Things è un Barbie meglio riuscito, con altri intenti di visione, di box office e di pubblici, certo, ma che riesce anche laddove Barbie forse ha trovato i maggiori punti di forza e di fidelizzazione: gli spiegoni. Il film di Lanthimos riesce infatti, nonostante alcuni momenti necessariamente verbosi, a non risultare eccessivamente didascalico e soprattutto a non ribadire in maniera esauriente lo stesso identico messaggio per tutta la durata del film, cosa che invece non succede nel prodotto della Mattel. Ulteriore parallelo tematico interessante è quello con Her di Spike Jonze, nel quale un sistema operativo, dunque un artificio creato per servire gli uomini, prende pian piano sempre maggiore consapevolezza del sé, fino ad abbandonare il proprietario/amante per inseguire la propria fame di conoscenza, liberandosi nell’etere digitale.
Declinazione del tema principale, forse un po’ sottovalutata da chi ha già potuto visionare il film, è anche quella della scoperta della povertà: Bella, che ha vissuto tutte le sue vite in ambienti privilegiati, per quanto simil carcerari, scopre uscendo dal proprio guscio dorato che le persone non vivono tutte nella sua condizione. La sua coscienza infantile, qualcosa da riscoprire tutte e tutti in una certa misura, la porta a porsi poche domande sulla questione e a donare quanto in suo possesso (e in possesso di Weddeburn, in alcune delle scene più divertenti) a una comunità di persone in grave difficoltà. Ed è questo il seme di ciò che poi, una volta arrivata a Parigi in un momento estremamente significativo per l’opera, germoglierà nell’interesse della ragazza per il socialismo.
Due questioni tecniche da sottolineare sono l’eccellenza recitativa dell’intero cast – davvero nessuno escluso – per aver saputo comprendere e restituire in maniera differenziata ma omogenea un tono e un sapore ben precisi, e gli stupefacenti costumi, curati da Holly Waddington (War Horse e Lady Macbeth), che senza dubbio influenzeranno artiste e artisti di ogni disciplina.
Un ultimo pensiero, in conclusione, va a una delle scene finali, che non vi descriveremo ma che non può non far pensare al concetto di famiglia portato alla ribalta – e tornato nelle ultime settimane per tristi e noti motivi – dalla nostra Michela Murgia. Un quadretto che la scrittrice sarda avrebbe sicuramente apprezzato.
DATA PRIMA PUBBLICAZIONE DELL’ARTICOLO 7 SETT. 2023
Federico Benuzzi
