«Se il teatro ritorna alla parola originaria può, anzi deve fare a meno di tutto, di ogni scenografia, di ogni oggetto». (G. Testori, 1988)
Il bambino si pone delle domande ma non sempre ottiene le risposte che cerca. Un performer si trova a dover affrontare una crisi e decide di intraprendere un viaggio, a piedi, percorrendo metà della penisola, da Torino a Roma. Il suo percorso si popola di persone – nella finzione personaggi – ai quali l’artista pone sempre la stessa domanda: Cosa è per te il sacro? Un quesito impegnativo che qui esula dai confini del religioso in cerca di un significato più laico del termine; quindi, sacro come importante per l’essere umano, come la libertà e il diritto alla vita.
Farsi Silenzio, prodotto da Elsinor, nasce dall’esigenza sia artistica che umana di Marco Cacciola di rallentare, di ‘elogiare la lentezza’ e uscire dalle quattro mura del teatro per condurre la propria ricerca tra la gente e con la gente. Lo spettacolo diviene quindi il racconto di questo pellegrinaggio laico, di quasi mille chilometri, compiuto dall’artista, che, come una sorta di Caronte-Virgilio, conduce con sé ogni singolo spettatore, e lo fa attraverso la parola, senza bisogno di sovrastrutture sceniche.
Ad ogni viaggiatore viene assegnato un posto a sedere e uno strumento, delle cuffie wireless, per facilitare l’ascolto e riportarlo a una condizione più intima e privata. Marco Cacciola improvvisa in ogni replica, certamente seguendo una griglia di partenza, e ciò fa sì che lo spettacolo non sia mai uguale a sé stesso. Cambiano le persone e la loro partecipazione, cambia l’emozionalità e cambiano i luoghi in cui avviene il rito. Al luogo fisico si aggiunge quello sonoro creato da Marco Mantovani, e Cacciola ne aggiunge un terzo, quello mentale, costruito a partire dal silenzio, che diventa lo spazio per l’ascolto dell’altro.
Il veicolo silenzioso su cui viaggiamo come spettatori è alimentato dalla parola, che innestata in una drammaturgia scritta a quattro mani diventa universale. Ascoltando il viaggio sonoro dell’artista scopriamo qualcosa in più su noi stessi e avvertiamo una certa vicinanza coi nostri compagni di viaggio, avventori sconosciuti del Lavoratorio di Firenze, luogo anch’esso e spazio in cui ci si sente protetti. Come bambini su uno scuolabus non chiediamo al conducente di portarci a destinazione, non vorremmo mai scendere dal mezzo ecologico, restiamo seduti in ascolto e, curiosi, cerchiamo risposte che forse non otterremo mai.
Tommaso Quilici
