“Non ho bisogno di arance. Ho bisogno di gridare.
Ho bisogno di afferrare un mitra e sparare.” June – The Handmaid’s Tale
C’è bisogno di coraggio per essere una donna nel nostro mondo. C’è sempre stato bisogno di coraggio per essere ciò che si è, per autodeterminarsi in quanto persona all’altezza di chiunque altra, ovunque ci si trovi.
È il coraggio di Margaret Eleanor Atwood, autrice di The Handmaid’s Tale, opera edita nel 1985, e dei creatori dell’omonima serie televisiva ancora in produzione. La prima stagione del 2017, a cui poi ne sono seguite per ora altre quattro, si è ormai diffusa a macchia d’olio anche nel nostro Paese sin dal primo anno di distribuzione, vincendo premi ambiziosi tra cui l’Emmy a Elisabeth Moss per la categoria Miglior attrice protagonista in una serie drammatica.
Una distopia in cui il mondo cade nella disperazione, in cui il pianeta è stato distrutto dalle radiazioni, rendendo il terreno infertile. Proprio come la Terra, ecco che anche l’umanità rischia di soccombere davanti alla mancata procreazione, perché le donne non fanno figli (e degli uomini non si può parlare). Le uniche che hanno ricevuto il “dono divino” della fertilità, le ancelle, vengono allora messe a disposizione dei più alti gradi dello stato, uomini sposati, e delle loro mogli, per portare avanti una gravidanza e dare loro dei figli.
Una cultura dello stupro esplicita, orientata al ripopolamento di Gilead, nuovo Paese nato dagli ex Stati Uniti d’America, in cui la legge è diventata la religione, e viceversa.
“La colpa è loro, non dovevano darci un’uniforme se non volevano che diventassimo un esercito.” June – The Handmaid’s Tale
Le vittime si uniscono, i ruoli si mescolano, si crea sorellanza, nel mondo descritto da Atwood come nella vita reale.
Il coraggio dell’Ancella nello sfidare il mondo che la sottomette è quello di Chimamanda Ngozi Adichie, che nel 2012 porta sul palco di TEDxEuston un discorso dal titolo We should all be feminists/ Dovremmo essere tutti femministi – peccato notare come, in questa traduzione, un plurale neutro avrebbe reso ancor meglio l’idea – da cui poi è nato un saggio omonimo, edito per la prima volta in Italia nel 2015.
L’autrice illustra al suo pubblico cosa significa vivere oggi in una cultura che spinge l’uomo ad essere in un certo modo e la donna a subire, inesorabilmente, in un altro. Due – e solo due – poli opposti, in cui solo uno di questi generi detiene il potere.
“Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci <<naturale>> che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende” Chimamanda Ngozi Adichie
A queste parole dell’autrice nel saggio potremmo contrapporre quelle dell’attrice Ann Dowd nei panni di Zia Lidia, personaggio di The Handmaid’s Tale:
“So che tutto questo vi sembrerà molto strano ma la normalità è ciò a cui siete abituate, questo potrà non sembrarvi normale per il momento ma dopo un po’ di tempo lo sarà. Tutto ciò diventerà normale.”
Tutto può diventare normale. Il gesto violento del maschile sul femminile può diventarlo, lo è.
Ben ce ne racconta Paola Cortellesi nel suo primo film da regista, C’è ancora domani, di cui si è ampiamente parlato. Quanti sono gli schiaffi che arrivano sulle guance di Delia da parte del marito Ivano. Quante le percosse, quante le umiliazioni.
La violenza diventa la danza quotidiana, così “normale” da far sembrare strana la sua assenza. E quanta resistenza ci sia velata dietro un silenzio, solo lei può raccontarcelo.
E qual è la normalità attuale, o per meglio dire, la norma da seguire oggi?
Rispondere a questa domanda sarebbe come incappare nel peggiore dei trabocchetti. La normalità è un fattore culturale e la cultura, ovunque, è sempre in cambiamento.
In un mondo come il nostro, poi, in cui la globalizzazione è ormai entrata in essere, il cambiamento è sempre più repentino.
E perché allora non sfruttarlo, perché non attingere dalle parole di grandi autrici, dalle esperienze di grandi personaggi per cambiare, modificare, rinnovare il mondo che abitiamo.
Questo bisogno di unione avrebbe cambiato forse la cronologia degli eventi nella vita di una donna che, giovanissima, ha terminato il suo esistere, lasciandoci delle opere in cui più che di femminismo si parla di dolore, dell’abbandono, della solitudine di un disagio mentale, di abusi, della caoticità della vita. L’artista cui faccio riferimento è Sarah Kane, drammaturga britannica morta suicida all’età di 28 anni, famosa in particolar modo per la sua opera 4:48 Psychosis.
È difficile illustrare in breve ciò che la sua produzione davvero approfondisce, come lo è trovare un unico filo conduttore all’interno di anche solo una delle sue opere, tante hanno provato ad esporre il suo operato, per questo io non tenterò neanche. Soffermiamoci a leggere alcuni tratti di Crave/ Febbre, sua sceneggiatura teatrale composta nel 1998, riproposta in scena da diverse compagnie (non ultima la rappresentazione italiana con la regia di Pierpaolo Sepe, che ricostruisce fisicamente la gabbia mentale dell’autrice).
Un insieme di personaggi che si possono identificare in: A (author, abusator, actor), B (boy), C (child), M (mother).
C - Ascolta. Sono qui per ricordare. Ho bisogno di…ricordare. Ho questa tristezza addosso e non so perché.
A - Sei sempre bellissima, ma quando vieni sei ancora più bella.
C - Quella bambina terrorizzata paralizzata violenta.
[…]
C - Fate che il giorno in cui sono nata muoia
Fate che l’oscurità della notte lo spaventi
Fate che le stelle della sua alba siano buie
Che non possa vedere le ciglia del mattino
Perché non sbatté la parte del grembo di mia madre
E facciamo tutte noi, persone, un passo in avanti invece. Facciamo un’ode alla vita di tutte quelle che ci circondano. Ricordando che siamo persone tutte, tutte di carne, tutte capaci di sentire. E proprio come in C’è ancora domani facciamo unione.
M - Il dolore è un’ombra.
A - L’ombra della mia bugia
C - Rossa roccia di secoli
B - Non sei una cattiva persona, solo pensi troppo.
C - Lasciate che mi nasconda.
M - Puoi
B - Vuoi
M - Muoviti
Il coraggio si muove anche nella scelta delle parole giuste per diffondere un messaggio. Sarah Kane nella sua breve vita ne ha scelte soprattutto per dire addio. Ma nelle sue drammaturgie il potere delle parole è centrale, nella scelta di dialoghi all’apparenza non intrecciati l’uno con l’altro, nell’espressione e nelle multiple interpretazioni che potrebbero suscitare nei lettori e/o spettatori.
Alcune parole rimangono ben salde nell’immaginario collettivo. Pensate a I have a dream. Difficilmente queste parole non vi faranno pensare a M. Luther King.
The personal is political , celebre e iconico motto dei movimenti femministi, è il titolo di uno scritto pubblicato all’interno della rivista “Notes from the Second Year: Women’s Liberation” (1970), a firma di Carol Hanisch.
“Vivere è un gesto politico”, direbbe Michela Murgia. L’eredità culturale di The personal is political / Il personale è politico è stata fondamentale per scuotere parte della società.
“Personal problems are political problems. There are no personal solutions at this time. There is only collective action for a collective solution. […] The most important is getting rid of self-blame. Can you imagine what would happen if women, blacks, and workers (my definition of worker is anyone who has to work for a living as opposed to those who don’t. All women are workers) would-stop blaming ourselves for our sad situations? It seems to me the whole country needs that kind of political therapy.”
Il personale è politico e il politico è personale. Ogni atto influenza la collettività, anche impercettibilmente. Ogni miglioramento, porta miglioramento.
Le vittime si uniscono, i ruoli si mescolano, si crea sorellanza. Sorellanza, vicinanza e immedesimazione. Gloria Riggio, nella sua esibizione in concorso al IX Campionato Nazionale di Poetry Slam L.I.P.S 2023, presenta il pezzo, senza dubbio coraggioso, “Ave Maria piena di rabbia”.
“Ave Maria che, amica mia,
ci hanno fatto una sorda violenza
lunga secoli di educazione,
in sequenza:
l’amore si nutre a pane e obbedienza
il bene ha un prezzo da pagare con croci di ogni forma,
sempre più o meno sempre:
dipendenza, possesso, consenso, e senso di colpa”
Riggio, giovanissima, classe 2000 originaria di Agrigento, vince il Poetry Slam con questo pezzo. Un manifesto femminista, in cui alla rabbia si contrappone la rivendicazione. Perché, come ben si esprime nel finale:
“Ave Maria,
piena di grazia,
renderemo giustizia
tu non temere,
noi non abbiamo ancora finito di dire
quello che abbiamo da dire.”
Lo spirito di rivalsa caratterizza queste opere. Rivalsa su noi stesse, rivalsa verso una società – la nostra – che ci spinge in basso e innalza il ruolo di vittima e carnefice, più che di persona. Non si può essere altro, solo uno di questi, anche questi, poli.
Si generano differenze fondate sull’essere femminile o maschile, sull’essere cis o no, sull’essere bianche o no, sull’essere alte, basse, magre, grasse, belle o mostruose, in carriera o casalinghe, suore o puttane, mai perfette e – per citare Amadeus nella sua prima edizione da conduttore del Festival di Sanremo nel 2020 – sempre un passo indietro a grandi uomini.
“Forse sono donne che non sposereste o che non vorreste come amiche però mettetevi l’anima in pace, non sono mai stati questi i loro obiettivi. Vogliono piacersi, non compiacervi.” Michela Murgia e Chiara Tagliaferri – Morgana
Le parole di Michela Murgia ci portano a concludere questo breve cammino. L’ultima, non per importanza, che ha reso la sua vita un esempio per le giovani generazioni – mi auguro – perché possano cambiare e rivoluzionare quello che in questa società non può essere più tollerabile.
Stai Zitta!, edito nel 2021, riporta questa frase nella sinossi utilizzata per la promozione: “Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la piú sovversiva.”
In accordo con questo, Murgia non ha mai smesso di farlo, parlare. Neanche nei suoi ultimi momenti di vita, occupata a dettare con le forze che le rimanevano il suo ultimo libro, Dare la vita, edito postumo a gennaio 2024.
Murgia ha descritto Stai Zitta! come un libro riot, militante.
“Una donna che parla in contraddittorio <<provoca>>. Il resto può passare, ma l’atto di esprimere opinioni divisive va sempre contestato.”
Nel 2019 la stessa autrice espone presso l’Auditorium Vasari di Firenze una lezione intitolata Il corpo dello Stato. La carne della donna come spazio politico.
Il contenuto della lezione è fitto e articolato, la registrazione è disponibile su YouTube dal canale Uffizi TV.
Come nella sua produzione letteraria, il ruolo della donna è centrale. Il ruolo inteso come ciò che la cultura – la nostra – si aspetta da ciò che è visibilmente interpretabile come femminile.
Lungi da me parlare della donna in quanto donna e dell’uomo in quanto tale. Lungi da me parlare di un binario in cui il genere è prestabilito alla nascita, perché non è questo l’intento.
Nella nostra società, come descrive Murgia nel suo intervento, “tutti e tutte nasciamo maschilisti”, perché non potrebbe essere altrimenti in questo tempo, come lo è stato per quelli passati. L’intento potrebbe essere allora quello di cambiare questa imposizione culturale nell’immediato futuro. Allenare il nostro intelletto a porci esattamente alla pari, perché se ancora in questo Paese c’è anche solo una donna felice dell’uomo che le apre lo sportello della macchina per farla entrare, se ancora all’uomo viene richiesta la galanteria che esprime virilità, viene richiesto di avere potere, essere sicuro, non essere fragile, viene giustificata la gelosia, il possesso, la violenza, se anche fosse rimasta solo una donna con la convinzione che debba entrare prima lei in una stanza mentre lui le tiene la porta, tutto ciò sarà fallito alla base. Persone, dovremmo essere tutte persone per dare una svolta, per provare a fare scacco matto a chi ci vuole divise, a chi ci vuole sempre e comunque relegate in poli, opposti o contingenti, ma pur sempre poli.
Il patriarcato ha radici profonde, in tutte noi. Il maschilismo è ben radicato, e sradicarlo significa rivoluzionare il nostro pensiero. La rivoluzione inizia dai banchi di scuola, inizia dal modo in cui cresciamo i nostri figli. Inizia da ciò che ci aspettiamo per noi stesse. Inizia e continua nelle strade, nelle piazze, nei luoghi che attraversiamo.
Continua nelle nostre opinioni, in ciò che guardiamo, in ciò che pensiamo mentre stiamo guardando, è una questione politica, economica, identitaria.
“Ho l’impressione che questa società sia ancora pronta a sacrificare il corpo delle donne per farsi buon vento e che non esistono diritti che ci possano proteggere da questo. Noi oggi disponiamo soltanto dei diritti che siamo in grado di difendere. Nel momento in cui noi dovessimo perdere la volontà o l’attenzione di difesa di quei diritti, quello che consideriamo acquisito ci si mostrerebbe nella sua precarietà. Per cui riflettere oggi di questo non è un atto di trastullo intellettuale. È un atto di resistenza.” Michela Murgia
Buon 8 marzo, buono sciopero, buona lotta.
Sarah Corsi



