Il quinto appuntamento di Indocili, la rassegna milanese organizzata dall’associazione Tafano ospitata al cinema Beltrade, si chiamerà “La guerra delle immagini”. La serata presenta tre cortometraggi per tre autori, di cui due parte dello stesso progetto.

Il primo, del giovane regista sardo Alberto Diana, intitolato Carta urgente para Colombia, ci mostra video amatoriali girati da suoi amici e conoscenti (e pochi estratti televisivi) delle rivolte avvenute in Colombia nel maggio del 2021 e delle conseguenti rappresaglie della polizia, vere e proprie forze presidenziali di repressione.

Bottled Songs 1-2 sono i primi due episodi di una miniserie di quattro. La finestra di visione è quella di una schermata di un computer, e non poteva essere altrimenti visto che i due autori sono Chloé Galibert-Laîné e Kevin B. Lee, pionieri ed esploratori del desktop movie, un genere di recente invenzione che grazie a loro è arrivato a festival importanti, o a riconoscimenti come alla classifica di «Sight & Sound» dei migliori documentari (con Transformers: The Premake, di Lee). 

I due progetti sono accomunati, come già detto, dalla volontà di ri-mediare immagini scaturite da conflitti in stati di guerra. Non solo, i punti di contatto tra Carta urgente e Bottled Songs sono svariati: entrambi utilizzano una struttura epistolare, mettendo l’interlocutore/spettatore in una condizione di passività. Nel film di Diana l’autore tenta di mettersi in contatto con vecchie conoscenze i cui messaggi di risposta, intervallati dalle numerose ore di differenza di fuso orario, diventano strumento principale di un’angosciosa denuncia che non trova spazio sui principali media. Similmente, Galibert-Laîné e Lee impostano una conversazione tête-à-tête che apre una riflessione sulle immagini di propaganda terroristica, nello specifico quelle prodotte dallo Stato Islamico. Il confezionamento del video come registrazione di schermo riporta  immediatamente agli innumerevoli filmati di gameplay che affollano piattaforme come YouTube e Twitch. Qui, come in Bottled Songs, la condizione dello spettatore di sovrappone del tutto a quella del fautore del video (colui che di fatto agisce sullo schermo), creando una sorta di soggettiva ‘estrema’ per cui non vi è più distinzione tra chi guarda e chi agisce. A differenza del carattere ludico dei vari gameplay di celebri war games come Call of Duty, in Bottled Songs ci si scontra con la crudeltà di una realtà del quale non esiste joystick.

Le immagini di guerra arrivano sullo schermo in maniera diretta, senza filtri. La forma in cui i video sono stati girati è principalmente quella amatoriale, modalità che viene riorganizzata dai tre autori per dare vita a un prodotto mediale ex-novo. Viene così messo in pratica una sorta di found-footage del ventunesimo secolo che ha l’intento di accorciare le distanze e denunciare la parzialità dei nuovi e dei vecchi media, preda sempre più facile di ogni sorta di manipolazione. 

In Bottled Songs le immagini terroristiche godono del canale privilegiato de Les Observateurs France 24, acquisendo il carattere di informazione travestita da giornalismo partecipativo, come un moderno cavallo di Troia, tralasciando la motivazione originaria di tali immagini: la propaganda terroristica. La facilità con cui un simile filmato acquista rilievo nazionale è l’altra faccia della medaglia di un sistema giornalistico scadente, che si avvale di prodotti mediatici al mero scopo di auto-alimentare il meccanismo di interattività. 

Diversamente, nel lavoro di Diana l’impossibilità di passare la barriera per alcune immagini e notizie risulta essere il motivo fondante del film. Nel maggio del 2021 in Colombia, Medellín, si assiste a delle vere e proprie “prove di dittatura”: atti di violenza messi in atto dalle forze dello stato e piani di legge disumanizzanti, come già Argentina e Cile ne conservano memoria. In Italia, a quell’altezza storica, il paese stava finalmente uscendo dalla condizione pandemica, motivo sufficiente per cui la quasi totalità dei media fosse focalizzata sulla tematica, scegliendo di trattare poche altre notizie tra le quali non era presente la situazione colombiana, vittima quindi di una oligarchia dell’informazione tendente a un monotematismo caratterizzato da una retorica soggettivistica. 

Degni eredi del Kino-Pravda di Dziga Vertov, che già nella Russia degli anni ’20 si avvaleva di sequenze filmiche rappresentanti l’attualità di allora, provenienti da fonti differenti tra loro, sembrano essere i due ambiziosi e lodevoli progetti di questo appuntamento di Indocili, dai quali scaturisce la voglia e la necessità di un cinema che ci mostri la verità.

Lara S. Lensi e Federico Benuzzi