Beetlejuice Beetlejuice
di Tim Burton (Usa, Regno Unito)
con Michael Keaton, Winona Ryder, Catherine O’Hara
Fuori concorso, film d’apertura

Beetlejuice (Michael Keaton) torna a perseguitare il mondo terreno di Lidya (Winona Rider) nel frattempo diventata presentatrice – di un noto programma su case infestate, guarda un po’ – e madre mal rispettata di Astrid (Jenna Ortega). Intanto, sulle tracce dello Spiritello Porcello si mette una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), capace di succhiare le anime anche dei già trapassati.
Il film è limpidamente divertente e può essere seguito anche da chi non ha mai visto l’opera madre, di cui ricorre il trentacinquennale. A parte la Ortega – intrappolata in un perenne Mercoledì – e la Bellucci – ottima idea darle tre battute di numero – buona prova corale su cui spiccano un Keaton che brillantemente sguazza nel suo stagno e un Willem Dafoe ormai incapace di sbagliarne una. Tentativo, quello di ricreare le atmosfere dell’epoca tra musiche, animazioni, trucchi, costumi e set design, riuscito parzialmente forse per via delle tecnologie di ripresa, anche se il mondo attorno è rimasto pressoché invariato, al contrario per esempio dei nuovi Jumanji. Applausi e risate in sala strappati con slancio viscerale dalla fine che fanno gli influencers invitati al matrimonio: chissà cosa ne hanno pensato quelli invitati alla prima.
Nonostante
di Valerio Mastandrea (Italia)
con Valerio Mastandrea, Dolores Fonzi, Lino Musella
Orizzonti, film d’apertura

Le persone in coma vivono in un limbo, una dimensione sovrapposta alla nostra in cui possono comunicare tra loro, viaggiare, innamorarsi, ma non vengono visti da chi è a tutti gli effetti in grado di muoversi nel mondo. Seguiamo quindi le vicende dello spirito (essenza? semifantasma?) di un uomo, (Valerio Mastandrea) ricoverato da tempo, e delle altre persone presenti nel suo stesso reparto, tra spostamenti, chi si sveglia e chi arriva, tra cui una ragazza (Dolores Fonzi), di cui il protagonista si innamorerà. Ma come fare se chi rinviene si dimentica di tutto ciò che ha vissuto dall’altra parte?
Mastandrea, qui al secondo lungo da regista dopo Ride (2018), ritorna sul tema della fine, stavolta staccandosi parzialmente dal lato terreno e provando a lasciarsi alle spalle la pesantezza dell’opera prima, tra svolazzi, mondi paralleli e innumerevoli tentativi di farci piangere. Purtroppo il risultato convince poco in partenza, già dal soggetto: troppo complesso sospendere l’incredulità su alcuni passaggi, soprattutto quando si notano forti manchevolezze tecniche a fronte di riprese tanto realistiche. C’è anche un altro aspetto apparentemente secondario vista la natura romantica della storia: quello dell’eutanasia, che qui non viene mai nominata se non dal personaggio interpretato da Laura Morante, che timidamente si fa scappare un “se dev’essere così, tanto meglio finirla”. Ma i sentimenti tra anime in coma lasciano sul palato una patina di conservatorismo difficile da ignorare, e Mastandrea non è così ingenuo dal farci credere di non averci pensato. Menzione dovuta per Lino Musella, che speriamo esca presto dal pozzo senza fondo del non protagonismo.
Super Happy Forever
di Kohei Igarashi (Francia, Giappone)
con Hiroki Sano, Yoshinori Miyata, Nairu Yamamoto
Giornate degli autori, film d’apertura

I due amici Sano e Miyata sono in villeggiatura nell’hotel dove cinque anni prima Sano conobbe Nagi, diventata nel frattempo sua moglie e morta nel sonno da qualche giorno. Il ragazzo è alla disperata ricerca di un cappello che in quell’occasione regalò a Nagi e che la sbadata ragazza perse scattando foto in riva all’oceano.
Il film è diviso in due metà invertite cronologicamente: prima la tragedia, il lutto, l’ottusità dell’amico e delle ragazze conosciute in hotel – adepti di questa sorta di setta di tutto-va-bene-men, chiamata appunto Super Happy Forever – di fronte al malessere incolmabile di Sano. Nella seconda parte veniamo invece accontentati di quello che avremmo voluto vedere fin dall’inizio, ovvero la nascita del sentimento, la scoperta, che con coscienza del presente acquista così un peso e una tragicità ancora maggiori. È un film di ripetizioni e di ritorni – il berretto, la maglietta, la ragazza dell’hotel, il mare – inseriti in maniera quasi chirurgica che portano, grazie al montaggio, il significato del titolo da critica del contemporaneo a un manifesto emotivo dalla leggerezza calviniana. Rappresentazione perfetta ne è il ritornello di Beyond the Sea nella versione storica di Bobby Darin che, seminato nei punti giusti, compreso il commovente finale, forma un riverbero infinito nel quale i due amanti possono finalmente amarsi per sempre.
“Sano: Cosa fai adesso?
Nagi: Continuo a cercare.
Sano: Cerchiamo assieme?”
Separeted
di Errol Morris (USA, Messico)
con Gabriela Cartol, Diego Armando, Lara Lagunes
Fuori concorso – Non fiction

Le politiche di Trump hanno avuto tanti momenti negativamente memorabili, ma uno di quelli che più è rimasto impresso per ottusità e distopia è il muro eretto al confine tra Messico e Stati Uniti e la separazione tra bambini e genitori nelle famiglie di migranti che tentavano di attraversarlo. Il documentario cerca di ricostruire come è stato possibile arrivare a una decisione simile, quali danni può aver provocato e a che punto siamo con la faccenda “ricongiunzione”.
Aveva basi interessanti e tanti buoni propositi il nuovo doc del premio Oscar Morris, che da sei anni non usciva con una nuova opera. Uno di questi era aggiornare il mondo, che nel frattempo è stato investito da miliardi di altre informazioni non più e non meno importanti, su cosa diavolo fosse successo a quei bambini barbaramente separati dalle proprie famiglie con una politica alla Hunger Games, capace di abbattere il record temporale di concretizzazione di una distopia letteraria in effettiva. Ma nel tentativo di destreggiarsi tra l’enorme complessità burocratica, di distinguere a tutti i costi i buoni dai cattivi (un numero di persone impossibile da inquadrare ed etichettare in così poco) e di semplificare i passaggi con interfacce e-mail posticce (dal sonoro fastidiosissimo), con l’unico risultato di perdere tempo e spazientire e confondere lo spettatore, il film è un grande, noioso, buco nell’acqua. Dal quale, oltretutto, si impara poco o niente. Da non salvare anche la parte di finzione, unica peraltro in cui compaiono persone non bianche non statunitensi, come se il film parlasse di un genere di persone inventato, che non esiste nella realtà, private completamente della parola se non per micro-inutili-dialoghi.
Federico Benuzzi
