Maria
di Pablo Larraín (Italia, Germania, USA)
con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino, Alba Rohrwacher
Concorso

Il corpo di Maria Callas (Angelina Jolie) giace nel suo appartamento di Parigi, ma nessuno degli astanti sembra particolarmente stranito dal ritrovamento. Il lungo flashback che compone il film, partendo da sette giorni prima, ce ne spiega i motivi, dipingendo il quadro mentale e fisico, tragico e irrimediabile, nel quale riversava la cantante lirica.
Questo ennesimo capitolo biografico nella filmografia di Larraín è un’opera abitata da fantasmi, allo stesso modo in cui lo è la mente della cinquantatreenne Callas. Sono fantasmi spaventosi, come la gioventù in Grecia durante l’occupazione nazista caratterizzata dallo sfruttamento da parte della madre, o gloriosi e felici, come la carrellata di momenti di sue performances o gli incontri con Onassis (Haluk Bilginer), ma tutti infestano la mente della Diva. E ai fantasmi la Callas dà sempre ragione, li cerca e li insegue, mentre ai vivi, al presente, si oppone, come fa coi consigli di maggiordomo e cuoca (Favino e Rohrwacher), col medico, e con la voce che non c’è più. Per immergersi tra questi fantasmi è necessario crearne altri, intossicandosi e immaginando intervistatori, adulatori o orchestre ad hoc, mentre scrive la sua autobiografia ma “nella mia testa”, luogo dove si trova anche il palcoscenico su cui si esibisce ora: un altro fantasma – effimero -, nonché unico luogo dove può essere ancora, o forse per la prima volta, libera. Anche di morire.
Maria si inserisce, come detto con Jackie e Spencer, nel filone biografico del regista, che un anno dopo la “pausa” di El Conde ritorna su una grande figura femminile del Novecento. Questo filone non esiste solo per queste poche caratteristiche, ma ha ovvie congiunzioni anche stilistiche, di forma e di contenuto. Tanti i rimandi registici di questo tipo alle due opere precedenti, che fanno apprezzare il lavoro filologico svolto tra questa piccola cerchia di titoli. E, come gli altri, Maria è onesto e incorniciato, troppo. El Conde era sì un film imperfetto a essere generosi, ma dava l’idea che lo stesso regista – in quel caso anche autore – non si fosse limitato al compitino. Da sottolineare la prova, molto attesa, di Angelina Jolie, (fortunatamente) non mimetica ma convincente.
El Jockey (Kill the Jockey)
di Luis Ortega (Argentina, Messico, Spagna, Danimarca, Usa)
con Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho
Concorso

Remo Manfredini (Nahuel Pérez Biscayart) quando sale su un cavallo e corre vince sempre. Lo fa per la scuderia del boss Sirena (Daniel Giménez Cacho) nella quale è anche la sua compagna Abril (Úrsula Corberó), incinta di una femmina. Remo prima delle gare è anche solito abusare di sostanze, e un giorno è talmente intossicato da non essere in grado di reggersi al cavallo al momento della partenza. Il successivo tentativo, per ripagare il debito col boss, risulta ancora più disastroso, a tal punto che il fantino rischia di perdere la vita, finendo ricoverato in stato comatoso apparentemente irreversibile. “Apparentemente” perché Remo si sveglia, si veste con i primi abiti – femminili – che trova e fugge dall’ospedale, facendo partire una caccia all’uomo.
La trama semplice di El Jockey ha l’ulteriore pregio di nascondere tanti temi e letture e di mostrarsi sotto vari generi. L’inizio è da stramba commedia sudamericana, una di quelle che con pochi elementi e tanto ritmo e maestria (del regista e sceneggiatore Ortega) incolla lo spettatore al mondo proiettato. Dal momento dell’incidente (quasi, o sì) fatale in poi, il film si ripiega su sé stesso, aggiungendo strati e – appunto – generi, ma rimanendo leggero (si passa dal gangster al queer almodovariano con estrema maneggevolezza). Centrale è il travestimento di Remo: in principio sempre in mise da fantino, virile a modo suo, all’uscita dall’ospedale con pelliccia e borsetta si potrebbe pensare sia solo una svista dovuta alla contusione ricevuta durante l’impatto a cavallo. Il protagonista però continua a indossare tale costume che, come il simbionte di Spider-Man che avvinghiatosi all’ospite porta in superficie l’“io” violento, fa emergere aspetti della personalità di Remo di cui lui per primo non si stupisce, ma che anzi accoglie. Remo diventa quindi Ursula, o forse lo è sempre stata, e per rinascere come tale deve prima morire, o forse, come ci suggeriscono le pesate post-incidente, quasi un tic della sua vita da fantino, e le sue pose fluttuanti che richiamano un realismo magico di stampo jodorowskiano, lo è già da tempo.
Sanatorium Under the Sign of the Hourglass
dei Quay Brothers (Regno Unito, Polonia, Germania)
Giornate degli autori

Una camera ottica di legno con sette lenti viene battuta all’asta. Al suo interno, un cassetto nascosto con la retina del suo proprietario defunto che, pare, si sciolga una volta all’anno quando è posizionata correttamente, mettendo così in moto le sette immagini finali presenti all’interno. Nei corridoi labirintici del Sanatorio, Jozef è alla ricerca del padre, che scopre essere defunto ma al tempo stesso vivo in una semi-realtà fatta di ricordi, fantasie, visioni e ripetizioni.
Tratto da un’opera di Bruno Schulz, del quale esiste già un live action del ’73, i fratelli Quay, registi e videoartisti con una forte inclinazione alla sperimentazione, portano a Venezia un film cupo che ibrida riprese e animazione con marionette in live action. La storia è labirintica e non lineare, e per comprenderla lo spettatore si può avvalere di pochissime battute e immagini che possono essere chiamate rivelatorie. Difficile capirci qualcosa, arrivando impreparati alla visione, dunque. In generale di non facile digestione, ha sicuramente come punti di forza la tecnica e le atmosfere – i pupazzi e la fotografia – che sono in grado di catapultarci all’interno del Sanatorio e della follia in esso ospitata. Echi neanche troppo sottili di Eraserhead di Lynch e, in maniera più puntiforme (dall’occhio secco contenuto nella camera ottica), di Le armonie di Werckmeister di Tarr.
Marco
di Aitor Arregi e Jon Garaño (Spagna)
con Eduard Fernández, Nathalie Poza
Orizzonti

Enric Marco Battle (Eduard Fernández) è il presidente e portavoce dell’Associazione Deportati Spagnoli di Barcelona. Prigioniero dei nazisti nel campo di concentramento di Flossenbürg, grazie alla sua straordinaria capacità oratoria sta contribuendo all’incremento dell’attenzione mediatica, oltre che della rivalsa sociale, verso coloro che hanno condiviso il suo stesso destino. Mentre la delegazione spagnola si prepara a organizzare le cerimonie per il sessantesimo anniversario dalla liberazione del campo di Mauthausen, alle quali parteciperà il presidente Zapatero, qualcuno insinua pian piano un atroce dubbio: Marco non è mai stato in un campo di concentramento.
Basato su un’incredibile e dolorosa storia vera dei primi anni duemila, il film è una buona opera corale, che si avvale di una sceneggiatura ad alto ritmo (ottima a costruire tensione la scelta dei vari flash-back e flash-forward) con un’ottima direzione degli attori su cui svetta la prova del protagonista Fernàndez, circondato da un cast di perfetti comprimari. Sul finale, tutto questo viaggiare nel tempo si trasforma in un andare sempre più avanti, con l’obiettivo probabilmente di scolpire la figura di Battle nella maniera più rotonda e approfondita possibile, laddove forse non era necessario, finendo invece con il ripetere situazioni già viste e appesantendo e annacquando la conclusione.
Rimane comunque un prodotto onesto e che porta anche a riflettere anche su come la memoria di quel periodo venga a volte utilizzata, invece che per farci i conti per davvero, come uno show, finendo preda di mitomani e personaggi di dubbia eticità.
Federico Benuzzi
