Ainda estou aqui (I’m still here)
di Walter Salles (Brasile, Francia)
con Fernanda Torres, Selton Mello, Fernanda Montenegro
Concorso


Nel Brasile degli anni ’70, la numerosa e felice famiglia dell’ex deputato socialista Rubens Paiva (Selton Mello) vive in una grande casa in riva al mare di Rio de Janeiro. Le lunghe giornate spensierate passate tra amici e musica sono interrotte solo da poche notizie – e posti di blocco – della dittatura militare in atto. Fino a quando un giorno le milizie vengono a prelevare Paiva per interrogarlo: le teoriche poche ore di domande si trasformeranno in giorni interi, senza ricevere sue notizie, mentre nel frattempo la casa viene occupata e tenuta sotto controllo. Maria Eunice Facciolla (Fernanda Torres), moglie di Rubens, dopo essere stata lei stessa interrogata per giorni, comincerà una lunga ricerca del marito scomparso.
A dodici anni dalla sua ultima opera – On the road, tratto dal classico di Kerouac – Salles torna alla regia con un film che non è insensato definire personale, visto che la sua stessa famiglia era solita frequentare la grande casa dei Paiva. La pellicola ha richiesto sette anni di lavorazione sul testo omonimo di Marcelo Rubens Paiva, figlio dei protagonisti della storia, più un lavoro di fino che di tecnica, dal momento che la complessità è stata probabilmente quella di trovare quadra, ritmo e consequenzialità tra la parte burocratica, storica e politica e quella personale ed emotiva. E come spesso il cinema sudamericano ci ha abituato, ci riesce. Basta ricordare Argentina, 1985 di Santiago Mitre, passato sempre in concorso al Lido tre anni fa, No di Larraìn e, facendo un salto più ampio nel tempo, I diari della motocicletta dello stesso Salles. Il più grande pregio di I’m still here è senza dubbio quello di contrapporre in maniera perfetta il calore e la rilassatezza delle scene familiari, scritte con precisione e sensibilità dagli sceneggiatori Murilo Hauser e Heitor Lorega, per le quali non possiamo provare che simpatia e trasporto, e il gelo e la tensione dei momenti concitati, dove il mondo esterno, la delicata situazione politica, piomba come una scure sul presente di una famiglia che voleva soltanto vivere in pace e aiutare gli altri, godendo di una posizione di agiatezza privilegiata. Un contrasto che esplode nelle sequenze finali tra notizie di ritrovamenti, che come un fantasma piomba in una quotidianità stravolta e che dà l’impressione di una verità che non finirà mai di svilupparsi, e le (finte) pellicole di famiglia, dove riviviamo un’atmosfera commovente, ora solo un ricordo. Il resto del lavoro lo fa la figura di Eunice Facciolla, una composta e chirurgica Fernanda Torres, il vero vessillo portato in trionfo dall’opera: una persona che, ripartendo dallo studio, senza esitazioni si è caricata sulle spalle il passato e il futuro di una famiglia, nonché forse consapevolmente quella di una nazione intera, alla ricerca soltanto della verità che le era sempre stata negata.


Peacock
di Bernhard Wenger (Austria, Germania)
con Albrecht Schuch, Julia Franz Richter, Anton Noori
Settimana internazionale della critica


Matthias (Albrecht Schuch) lavora per l’agenzia MyCompanion. Di cosa si occupa? Semplicemente di vestire pubblicamente i panni della persona di cui avete bisogno. Che sia un fidanzato colto, un figlio amorevole, qualcuno con cui esercitarsi per discutere, Matthias è in grado di trasformarsi a vostro piacimento. Un giorno però la fidanzata lo lascia, oramai stufa di lui e soprattutto della sua mancanza di personalità. Perché, nel tentativo di essere il migliore nell’essere qualcun altro, Matthias non riesce più a essere sé stesso.
In un’edizione del concorso principale che fino a qui ha portato più facce storte che sorrisi, sembra ancora più sensato prendersi pause per esplorare le sezioni più “piccole” del festival. Prendersi un momento per Peacock, primo lungometraggio dell’autore austriaco Bernhard Wenger e sviluppato presso la Residance du Festival de Cannes, è risultata essere una buona idea. Introdotta alla presentazione del programma della 39° SIC come un’opera ironica dagli echi östlundiani, senza voler ledere alcuna maestà, ci è sembrata alla fine molto di più. Innegabile l’influenza del regista svedese, nelle inquadrature ordinate e geometriche, nell’umorismo inatteso e nell’ironia silenziosa, nelle minuzie e nelle grandiosità (l’enorme alano), nell’introdursi dell’arte nella vita quotidiana, in soldoni, nell’originalità delle situazioni di tutti i giorni (come già in apertura con il golf kart in fiamme). Ma nel momento in cui Matthias inizia a vivere il proprio dramma personale (simile se vogliamo a quello del protagonista di Forza maggiore), Peacock smette di condividere i binari con gli illustri predecessori, per intraprendere la strada dell’esplorazione personale. Non si va molto a fondo della questione, è comunque un’opera prima, ma laddove nella chiusura di The Square o Forza maggiore la strada percorsa è più quella sensazionale a scapito di una parte di intimità ed emotività, questo film tenta di scavare unendo allo shockante un lato più personale. Tutto alla fine torna – forse anche eccessivamente – senza lasciare troppo all’immaginazione, ma ringraziamo Wenger che, nel tentativo di semplificare e non appesantire, non pecca affatto di didascalia, riuscendo sempre a divertire.

Federico Benuzzi