Torna per la sua diciassettesima edizione Archivio Aperto, il Festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia. Dal 23 al 27 ottobre in diversi luoghi di Bologna, tra cui l’ex Chiesa di San Mattia, oramai vera e propria casa del festival, si avrà dunque modo di vedere – o meglio esplorare, perché in questo caso come in nessun altro è necessaria la curiosità – la selezione del meglio del cinema di found-footage. Il titolo di quest’anno è “The Art of Memory”, che richiama “L’arte della gioia” opera postuma – e divenuta di culto – di Goliarda Sapienza, che ha visto quest’anno anche l’arrivo della trasposizione televisiva a cura di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini. Salta subito all’occhio, nel programma del festival di cui Cabiriams è per il secondo anno media partner e che accompagnerà con approfondimenti in anteprima, la presenza di un grande nome, riemerso con ancor più prepotenza dopo la sua morte avvenuta nel 2015: sarà l’omaggio dedicato a Chantal Akerman, nella sezione Storie sperimentali, dedicata a filmmaker che hanno fatto la storia del cinema d’avanguardia, a portarci l’anteprima italiana di 4 film 8mm girati nel 1967 come parte degli esami di ammissione all’Istituto d’Arte di Bruxelles, al quale fu ammessa ritirandosi però pochi mesi dopo, come rigetto degli schemi scolastici. Quattro ritratti del quotidiano che abbracciano la poetica degli home movies in una immersione attraverso lo sguardo dell’autrice poco più che adolescente. Visioni rarissime e imperdibili di una regista d’avanguardia che deve essere riscoperta anche al di fuori del nostro momento storico e della scelta – giusta e provocatoria – di Sight and Sound di mettere il suo Jeanne Dielman al primo posto della classifica dei migliori film di tutti i tempi.
Per il terzo anno il programma vede la presenza del concorso internazionale di opere costruite a partire dall’utilizzo del patrimonio filmico amatoriale. Sedici le opere selezionate per il concorso, 18 i Paesi coinvolti tra produzione e coproduzione, da tutti gli angoli del mondo. Altro punto di forza di Archivio Aperto è infatti quello di essere un festival realmente trasversale, nonostante la sua quasi estrema specificità, e di essere così raggiungibile da qualsiasi latitudine. E cosa c’è di più interessante che scoprire le vite e le storie degli altri, soprattutto se così lontane dalla nostra, con un linguaggio così personale? Qualcuno potrebbe obiettare che una rassegna così formata possa risultare poco appetibile perché non aderente all’odierno, ma sarebbe un errore grave: le opere sono attraversate da temi di attualità, in cui il recupero del passato si configura come chiave di lettura della complessità del presente. Come accade per esempio in A Fidai Film del regista palestinese Kamal Aljafari, che parte dalla sottrazione degli archivi del Centro di ricerca palestinese da parte dell’esercito israeliano nel 1982, durante l’invasione di Beirut; o Silence of Reason di Kumjana Novakova, realizzato con i video utilizzati come prove nel processo contro gli autori di violenze sessuali durante la guerra nell’ex Jugoslavia, il primo a considerare lo stupro, la tortura e la schiavitù sessuale crimini contro l’umanità (che nella radice processuale e nella situazione di annullamento dello stato di diritto ricorda molto il vincitore della scorsa edizione, lo stupendo El Juicio di Ulises De La Orden).
Tante le anteprime italiane, tra cui gli attesi Les Mots qu’elles eurent un jour (The Words Women Spoke One Day) di Raphaël Pillosio (Francia), sulla ricerca e l’incontro, 50 anni dopo, di un gruppo di militanti algerine rilasciate nel ’62 dalla prigione francese nella quale erano state rinchiuse; Triton (Merman) di Ana Lungo (Romania), che attraverso storie di donne vissute nella Romania di Ceaușescu indaga il rapporto tra i generi; Ali je bilo kaj avantgardnega? (ALPE-ADRIA UNDERGROUND!) di Jurij Meden e Matevž Jerman (Slovenia), che fa riemergere l’immaginario socialista attraverso il patrimonio filmico privato sloveno tra le Alpi e l’Adriatico, paesaggi che qui conosciamo e riconosciamo; A PORTAS FECHADAS (BEHIND CLOSED DOORS) di João Pedro Bim (Brasile), con le registrazioni, desecretate dopo decenni, della convocazione fatta dal governo militare brasiliano nel 1968 al Consiglio di Sicurezza Nazionale che ha poi dato vita al periodo più violento della dittatura; LAS NOVIAS DEL SUR (Southern brides) di Elena López Riera (Spagna/Svizzera), un potente ritratto corale di donne che in tarda età parlano del loro matrimonio, della loro prima volta, del loro rapporto intimo con la sessualità, in un tentativo senza eguali di abbattere tabù apparentemente incrollabili; ma anche il cortometraggio SOME THOUGHTS ON THE COMMON TOAD di G. Anthony Svatek (USA), un collage di found-footage contro il cinismo politico e l’alienazione ambientale, basato sull’omonimo saggio di George Orwell del 1946 e letto da Tilda Swinton.
Ma il calendario di Archivio Aperto non è solo fatto di proiezioni, bensì anche di incontri, retrospettive, eventi speciali, sonorizzazioni dal vivo delle pellicole e workshop che lo portano a diventare vero e proprio laboratorio d’archivio, spazio di riflessione e riferimento sull’uso pubblico delle immagini private. Testimonianza di questo è la presenza, domenica 27 ottobre, della scrittrice e giornalista tedesca di origine ucraina Katja Petrowskaja, protagonista della sezione Poetry, Diaries and Novels, inaugurata nel 2022 dal Nobel per la Letteratura Annie Ernaux, con protagonisti di rilievo internazionale le cui opere partono dal tema della memoria. Il suo ultimo libro, edito da Adelphi, è La foto mi guardava (2024), in cui a partire da un lento e minuzioso lavoro di osservazione di fotografie in cui si è imbattuta si dipana una narrazione che nasce dal tentativo di descriverle, decifrarle e comporle in una possibile storia.
Nella sezione La natura dell’archivio, che racchiude le intersezioni tra archivio e mondo naturale, è presente l’installazione site-specific in 16mm dell’artista Adelaide Cioni Kew. A conversation in green. Visibile dal 22 al 27 ottobre nel Complesso dell’Ex Chiesa di San Mattia, l’opera utilizza il pattern della foglia di palma facendo confluire due brevi film in Super8, da lei realizzati nel 2019 all’interno della Palm House, la grande serra ottocentesca di palme dei Royal Botanic Gardens di Londra, che seguono le linee e le forme delle foglie, nel tentativo di registrarne il ritmo, le vibrazioni, il colore, ritrovando la propria eco della memoria e restituendone la profondità e la fisicità grazie all’uso della pellicola.
Ancora nella sezione Storie sperimentali il focus sulla ‘corrispondenza’ tra Carolee Schneemann e Stan Brakhage, con una selezione di opere proiettate in pellicola 16mm. Lui, uno dei più importanti esponenti del cinema d’avanguardia del Novecento, lei pittrice, performer, scrittrice, regista e artista visiva pioniera dell’arte femminista. Un dialogo, quello tra le loro opere, attorno al tema del corpo nudo e delle sue rappresentazioni attraverso la lettura femminista di una delle più importanti figure del cinema sperimentale americano. La sezione vedrà la presentazione di alcuni titoli iconici di Carolee Schneemann – tra cui Fuses (1964-67), film rivoluzionario e senza precedenti – una donna che filma la sua attività sessuale – che sarà in grado di liberare, come contro-narrazione al cinema domestico di Brakhage, il potenziale erotico e politico dello spazio della casa, esplorando da un punto di vista totalmente femminile la beatitudine del rapporto sessuale – e di Stan Brakhage, tra cui Window Water Baby Moving (1959) e Anticipation of the Night (1958).
L’evento di apertura, il 23 ottobre, sarà l’anteprima italiana di Sulla terra leggeri (Italia/Francia), lungometraggio d’esordio di Sara Fgaier (vincitrice dell’European Film Award col suo cortometraggio Gli anni (2018) nonché montatrice e produttrice di La bocca del lupo (2009) e Bella e perduta (2015) di Pietro Marcello), presentato in anteprima mondiale in Concorso internazionale al Locarno Film Festival: una fiction con materiale d’archivio cha narra una storia d’amore che oltrepassa decenni, distanze, sentimenti, oblii della memoria.
Un’occasione unica per immergersi nel cinema della memoria del quotidiano, un cinema che, come ci ricordano i direttori artistici Giulia Simi e Sergio Fant, si fa “talismano del ricordo, attivatore di narrazioni dove la vita si espande nella dimensione immaginifica, propulsore di un futuro da scrivere” e che porta “il nostro sguardo e il nostro pensiero verso le traiettorie rischiose di un tuffo, di un salto, di una capriola in discesa, di un vorticoso girotondo da fare assieme. E sì, assieme possiamo cadere e può cadere anche il mondo, come nella filastrocca che abbiamo cantato da bambini, ma questo si chiama rischiare la rivoluzione del cambiamento. Apprendendo l’arte della memoria e quella, come ci insegna Goliarda Sapienza, della gioia”.
Federico Benuzzi
dal materiale di Luciana Apicella, Ufficio Stampa Archivio Aperto
