Dal 1954, in Algeria si è combattuto per liberare il Paese dopo 132 anni di dominio francese: in quel frangente, le donne algerine si sono spogliate dello stereotipo della donna colonizzata e mite, combattendo a fianco degli uomini e avendo un ruolo fondamentale, poiché sottovalutate dall’esercito occupante, per la vittoria arrivata il 5 luglio del 1962.

Nello stesso anno, Yann Le Masson filmò alcune di queste attiviste algerine liberate dalla prigionia in Francia, donne appartenenti a movimenti di liberazione legati all’FLN (Fronte di Liberazione Nazionale). Quelle immagini, girate nelle sale della Cimade (un’organizzazione non-governativa fondata dopo la Seconda Guerra Mondiale), mostrano una riunione di tante giovani e giovanissime che si confrontano su ciò che hanno subìto, e su quello che si augurano debba essere il futuro dell’Algeria e della donna in un paese finalmente libero, ma con lo spettro del maschilismo pronto a prendere il sopravvento. Tuttavia, il sonoro del documentario è andato perduto (per mettere a tacere quelle voci, secondo Le Masson), lasciando solo immagini mute di un importante momento storico.

Anni dopo, il regista francese Raphaël Pillosio, che aveva conosciuto Le Masson nei primi anni 2000 durante un suo progetto sui cineasti della Rivoluzione, torna a fargli visita. Ormai anziano, Le Masson gli affida il compito di recuperare e preservare la memoria di quelle donne e di quella parte di storia algerina che rischiava di svanire.

Pillosio si mette così a investigare, come un vero detective, per rintracciare, una ad una, le protagoniste del video. Molte di loro sono scomparse, altre non vogliono parlare né rivivere quei ricordi dolorosi. Alcune, però, accettano di collaborare. Insieme, ricostruiscono quei momenti perduti, cercando di ridare voce alle immagini silenziose, che altrimenti sarebbero rimaste come fantasmi di un passato dimenticato.

Il regista intervista queste donne, chiedendo loro di immedesimarsi nelle loro stesse del passato, cercando di ricordare cosa avessero detto e discusso in quegli anni. Le interroga anche su quanto credano ancora nei valori e nelle lotte per cui si erano battute e su quanto i loro sogni e le loro aspirazioni si siano effettivamente realizzati. Attraverso questo dialogo con le immagini, Pillosio offre a noi e a loro un vero e proprio viaggio nel tempo. Il montaggio alterna le vecchie riprese di Le Masson con le testimonianze odierne, creando un ponte emozionale tra passato e presente.

Pillosio, con Les mots, realizza una sorta di remake dell’originale, e al contempo un esempio virtuoso di ricostruzione del suono: servendosi di alcuni esperti di labiolettura, riesce a riportare fedelmente alcuni discorsi, sottotitolando in parte il vecchio filmato. Siamo davanti a un lavoro filologico e investigativo, articolato in un processo di ricostruzione e riflessione che restituisce nuova linfa a una storia che rischiava di essere dimenticata.

Tommaso Quilici