Martedì 25 marzo sarà l’occasione per il pubblico di Indocili, giunto al quarto appuntamento della sua quarta stagione, di vedere sul grande schermo due film indipendenti che sfidano – a dir poco – le convenzioni e che, soprattutto, interrogheranno in profondità il pubblico su temi universali, pur ponendosi in contesti geografici e sociali ben precisi. L’appuntamento, come al solito al Cinema Beltrade di Milano, propone una serata con opere che, seppur lontane geograficamente, condividono una sensibilità, politica e non solo, capace di valicare confini: Taxibol di Tommaso Santambrogio e Majonezë di Giulia Grandinetti offriranno al pubblico uno spunto per riflettere sulla condizione umana.

Con Taxibol, Tommaso Santambrogio ci trasporta in una Cuba inedita, avvolta in un bianco e nero penetrante e impastato, figlio della scelta di riprendere principalmente interni con poca presenza di luce. Su un vecchio taxi guidato da Gustavo, un uomo parla delle disgrazie del mondo e di come il cinema, e l’arte in generale, possono essere mezzi di risveglio, di ribellione, di avanguardia culturale: fuck art for art’s sake. Quel passeggero è Lav Diaz, noto regista filippino – militante – Leone d’oro a Venezia nel 2016, qui nei panni di una persona che, alla ricerca di giustizia per il suo popolo, vuole vendicarsi di un ex generale complice della dittatura criminale di Marcos. I due passeggeri, Gustavo e Lav, si capiscono nonostante non parlino la stessa lingua grazie alla “familiarità che distrugge le barriere” (un po’ come i due film della rassegna, lontani geograficamente ma con due anime vicine, che parlano tra loro). Con un veloce stacco, la scena viene catalizzata dall’ex generale Juan Mijares Cruz: come descritto da Diaz, si è rifugiato a Cuba dove grazie al suo fenotipo (dato dalla discendenza malese e ispanica) gli è possibile nascondersi agilmente. Solo e solitario, vive in una grande casa con i suoi servitori e i suoi operai che gli consentono di mantenere uno stile di vita agiato grazie alla proprietà di un’azienda agricola. In questa ambientazione, sono i rumori a farla da padrone: tutt’attorno regnano i richiami e i silenzi della giungla (che rimandano, così come la figura del poster, a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti), i suoni lenti e sordi e animaleschi dello stesso Cruz, e quelli altrettanto disumani che si risvegliano durante il suo sonno. Cruz non esce quasi mai dalla casa; succede solo in rare occasioni, una delle quali è per uccidere un maiale che diventerà poi la sua cena. Ma tutte le pareti della sua enorme tana sono piene di trofei di caccia: un uomo che vive di sofferenza sia umana che animale. Un cacciatore, un carnefice, ma che a propria insaputa è già prigioniero di sé, e che forse, a breve, diventerà preda: un trofeo (ambulante) tra i trofei.

La collaborazione tra Santambrogio e Lav Diaz aggiunge una maggiore dimensione di profondità politica e senso cinematografico alla pellicola, arricchita da una fotografia monocromatica – citazione dello stesso regista qui nelle vesti di attore, attaccato quasi in maniera morbosa al bianco e nero – che si fa simbolo, assieme alle poche importanti immagini di repertorio, di una realtà dalla quale è difficile emergere senza dover fare i conti con il proprio passato: la potenza visiva e narrativa di Taxibol si fa invito a riflettere su quanto quest’ultimo continui a influenzare il presente e su come la giustizia sia un concetto che difficilmente può essere separato dal contesto storico, in questo caso – e nella maggior parte dei casi – complesso.

Dall’altra parte del mondo, in Albania, l’opera di Giulia Grandinetti ritrae la dura realtà di una giovane ragazza, Elyria, che si scontra con le strutture sociali delle rigide tradizioni patriarcali: la sedicenne è infatti costretta dal padre a sposarsi con un uomo repellente e molto più anziano. La mattina del matrimonio, un ragazzo slavo con cui Elyria passa il suo tempo – e che si dice innamorato di lei – si presenta fuori dalla loro casa e intima alla ragazza di scappare con lui. Ma Elyria vuole solo essere libera. Majonezë, questo il titolo del potente cortometraggio, è un viaggio rapsodicamente emotivo, ma capace proprio per questo di dipingere chiaramente il ritratto di un paese dove le disuguaglianze sociali e le opprimenti regole familiari dominano la vita quotidiana, ma anche una riflessione sulla forza dell’individuo che cerca di cambiare il verso del proprio futuro attraverso un atto di pura ribellione.

La regista, che ha debuttato nel 2020 con il lungometraggio Alice and the Land that Wonders, dimostra ancora una volta la capacità di rappresentare il conflitto interiore dei suoi protagonisti anche grazie a una fotografia in bianco e nero che conferisce al film un’atmosfera onirica – un aggettivo che associamo spesso alla filmografia di Grandinetti – in contrasto con l’alterità austera dei personaggi. L’opera si inserisce in una trilogia di cortometraggi distopici che Grandinetti ha realizzato negli ultimi anni, con Majonezë che ne diventa cuspide stilistica e tematica.

L’incontro con i registi Giulia Grandinetti e Tommaso Santambrogio sarà un’opportunità unica per il pubblico di conoscere più a fondo il processo creativo che ha portato alla realizzazione di queste loro affascinanti pellicole. Prima della proiezione, alle 20:00 al Bar Rondò, sarà inoltre possibile partecipare alla masterclass gratuita con Alessandro Del Re, senior programming manager di Mubi, che fornirà ulteriori spunti di riflessione sul cinema indipendente e sulle sfide che affrontano i giovani registi italiani.

Indocili continua a dimostrare di essere una rassegna imprescindibile per chi vuole esplorare il cinema contemporaneo, giovane e audace, in grado di porre domande difficili, raccontando storie che non hanno paura di guardare oltre i confini.

Federico Benuzzi