Jay Kelly
di Noah Baumbach (USA) con George Clooney, Adam Sandler
Concorso ufficiale

Jay Kelly (George Clooney) è una star di Hollywood, forse l’ultimo grande divo del cinema. La sua vita, fatta di set e privilegi, viene scossa dalla morte del regista che per primo l’ha lanciato (Jim Broadbent), a cui però l’attore aveva da poco rifiutato una parte nel suo ultimo progetto. Al funerale incontra Timothy (Billy Crudup), suo vecchio compagno di stanza ai tempi della scuola di recitazione, che lo accusa di avergli rubato la vita e di essere una persona vuota. Il giorno dopo, l’attore, che dovrebbe prepararsi per il prossimo set, decide di cambiare i piani e partire per Parigi, dove la figlia minore è da poco arrivata per una vacanza con le amiche, prima di lasciare casa per sempre per andare al college. Il film si apre con un piano sequenza all’interno del set nel quale si sta per registrare l’ultimo take di Jay Kelly nella pellicola Eight Men from Now. La scena è molto buia e non inquadra i visi delle persone. Si odono solo voci tra le quali quella inconfondibile di Clooney, che risponde a complimenti esagerati (“You’re the best”, sei il migliore) ricevuti per aver svolto delle inezie, ripetendo poco convintamente “Yeah, yeah… I’m the best”, e con “ci sarà qualcuno di meglio”. L’inizio della crisi è già qui. “Essere se stessi è una grossa responsabilità. È più facile essere qualcun altro”, riporta il cartello a inizio film, riprendendo le parole di Silvia Plath.
Jay Kelly è ricchissimo e ha due figlie – avute da due relazioni separate – che conosce a malapena. Non ci è dato sapere se abbia amici, le uniche persone che gli gironzolano attorno come formiche operaie sono quelle del suo entourage, tra cui gli onnipresenti Ron (Adam Sandler) e Liz (Laura Dern). Ma soprattutto Jay non appare mai genuino, nemmeno quando sembra davvero ascoltare o compiere azioni per gli altri. In una telefonata, la figlia Jess lo apostrofa come “un contenitore vuoto”; o solo un nome, per dirla in un altro modo, quel nome che lui stesso ripete davanti allo specchio, inframezzandolo ad altri grandi nomi (realmente esistiti) del cinema, come a volerlo rendere più concreto, esistente. Talmente preso da sé da non sentire che fuori, in quel momento, c’è la figlia per la quale si è messo in viaggio, o da insistere affinché il padre rimanga per il tributo che un festival gli ha riservato, dopo che questi, anziano, è stato male.
Jay Kelly è un film su qualcuno con troppo potere, troppa libertà e nessuna remora nell’usarli: che sia decidere improvvisamente di partire per un viaggio quando il lavoro e la vita di chi ti è vicino dipende da un contratto che si sovrappone ai tuoi capricciosi piani, o più stupidamente nel mettere nelle richieste di ospitalità la presenza di una cheesecake, che poi dice di odiare. Ma quel pezzo di torta non è arrivato lì da solo, qualcuno ha speso il suo tempo per prepararlo e portarlo, eppure al nostro protagonista non interessa. Così come non gli interessa invitare un intero vagone di sconosciuti a una cerimonia, saranno poi affari degli assistenti, l’importante è la figura, la faccia che ci metto qui e ora. È questo il discorso di maschere che vuole fare Baumbach, ma quella di Kelly è saldata al suo corpo, e il tempo passato dal suo indossamento è talmente tanto da essersi innestata al suo corpo. Chi è Jay Kelly? Non è un amico, come dice il personaggio di Adam Sandler (“You don’t know how to be a friend”, non sai come essere un amico) e non è un padre (“bastava scegliere di esserci”, gli dice la figlia Jess dopo una fallimentare seduta di terapia assieme): è solo ed esclusivamente una star di Hollywood, immersa in un mondo ultracapitalista e performativo come quello americano, dove – soprattutto in ambito artistico – sei il tuo lavoro. Dove il non essere solo equivale all’avere sempre a fianco un servitore che ti appoggia in mano un bicchiere quando hai sete.
“I’m the only one who’s here”, dice Don alla fine, quando Jay chiede a lui, come ultima spiaggia (ma anche qui senza ammettere la verità), di rimanere per il suo tributo. Quando comincia la proiezione del montaggio nel quale viene celebrata la carriera di Kelly, l’attore vede apparire in platea tutte le persone della sua vita, come se oramai non fosse in grado di accettare il rifiuto, il non essere considerato da chi ha capito di non contare nulla per lui. Sono tutti lì, eppure non c’è nessuno. Al termine della proiezione continua a vedere sullo schermo sé stesso a casa, con le figlie che inscenano una recita: l’attore sembra inizialmente lasciarle per andare al lavoro, mentre loro lo pregano di rimanere. Divertito, torna indietro. Solo un sogno, purtroppo. Il filmato finisce, lo schermo è a nero e Jay ripete la frase che diceva alla fine di ogni take che il regista considerava buono, ma che nella sua insicurezza sommersa, che si curava oramai solo del suo lavoro, non gli faceva piacere quanto appena prodotto: “Can I go again? I’d like another one.” (Posso rifarla? Vorrei provarla un’altra volta.) Nella vita, però, non si torna indietro.
Più che un film sulle maschere che indossiamo e l’identità, come dichiarato da Baumbach, Jay Kelly sembra dunque un’opera sui rapporti umani e sul potere, sul sacrificio e sulle priorità, nell’infinita lotta duale tra lavoro e famiglia, nella sua accezione più ampia. La bellezza del film di Baumbach sta forse proprio in questo: per quanto il protagonista stia capendo dove ha sbagliato (una fetta di cheesecake, alla fine, la mangia), la sua posizione non gli permette di vedere fino in fondo chi è e fungerà sempre da capro espiatorio per divincolarsi dalle responsabilità. Jay Kelly, dunque, ci dicono gli autori, non può cambiare. Sarà sempre e solo Jay Kelly, un nome, una maschera che è un tutt’uno con la sua persona. Ed è questa la sua tragedia.
Bugonia
di Yorgos Lanthimos (Regno Unito) con Emma Stone, Jesse Plemons
Concorso ufficiale

Teddy (Jesse Plemons) e Don (Aidan Delbis) sono cugini, abitano assieme e si lavano poco. Il primo è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), a capo di una gigantesca azienda chimica, sia un’aliena mandata a sterminare il genere umano. Non resta dunque altro da fare che rapirla e chiedere di incontrare l’Imperatore di Andromeda per fermare il grande complotto celato. Quarto film girato con Emma Stone, secondo con Jesse Plemons e terzo film in tre anni consecutivi, Bugonia di Yorgos Lanthimos torna a solleticare lo splendore visto in Poor Things! che, presentato anch’esso a Venezia, aveva vinto il Leone d’Oro nel 2023, dopo il dimenticabile Kinds of Kindness (2024). Il regista e sceneggiatore si concentra molto sugli attori, riuscendo a portare a casa prove notevoli dai propri interpreti (attenzione a Plemons per la Coppa Volpi). La scrittura ritmata e il montaggio sincopato, coadiuvati dai suoni e rumori, archi alti e improvvisi, che tanto piacciono all’autore greco, hanno la capacità di tenere lo spettatore sul bordo della poltrona, in uno stato di perpetua tensione – e rabbia e compassione -, per tutta la durata del film. Il risultato è un’opera capace di circondare, avvolgere e stritolare, anche e soprattutto grazie alla gravità e contemporaneità di ciò che racconta.
Il complottismo e le echo chambers, la questione ambientale e la malattia mentale, la dipendenza e l’intricato garbuglio tra comparto chimico, alimentare e farmaceutico statunitensi vengono impressi alla perfezione nei dialoghi e nella storia. Ma tutte queste tematiche in fondo si riducono a due soltanto: famiglia e status (e quindi potere). “You needed a mother” (Ti serviva una madre), dice Michelle Fueller a Teddy una volta scoperto il motivo inconscio che si cela dietro al suo interesse per lei, per poi urlargli poco dopo, in un momento di euforia, quando crede di essere vicina al liberarsi dalla loro prigionia: “You can’t beat me, because you’re a loser and I’m a winner, and that’s fucking life” (Non mi puoi battere, perché tu sei un perdente e io una vincente). E tutto questo sarebbe vero se negli ultimi dieci minuti Bugonia non facesse tre capriole su sé stesso e cambiasse tutte le carte in gioco, saltando a piè pari da un genere all’altro. Come spesso ci ha abituati (ma qui di più), Lanthimos fa e disfa, compiendo in questo caso un esercizio di anarchia totale che sicuramente risulterà divisivo a livello (non solo) di pubblico. Aveva senso procedere nella direzione iniziale e portare a casa un film più centrato sul nostro tempo, o perseguire l’originalità, la libertà autoriale senza alcun vincolo? L’autore ha scelto, e forse ha poca importanza, così come poco importa che, alla fine, niente abbia davvero senso perché tutto è fuori dal nostro controllo, come ci viene ricordato nella grandiosa sequenza di chiusura.
After the Hunt
di Luca Guadagnino (USA) con Julia Roberts, Ayo Edebiri
Fuori concorso – fiction

Alma (Julia Roberts) è una professoressa di filosofia di Yale che sta aspettando di ricevere “la cattedra” e a cui piace organizzare feste dal sapore castamente bohemienne con colleghi e studenti brillanti. Al termine di una di queste, Maggie (Ayo Edebiri), ricca studentessa nera e queer, accusa di essere stata violentata da Hank (Andrew Garfield), collega e amico di Alma. Le versioni dei due divergono e sono convincenti per differenti motivi: a chi credere?
Guadagnino torna al Festival di Venezia già un anno dopo essere stato in concorso con Queer, che non vinse niente nonostante fosse uno dei titoli più attesi. Questa volta, come dichiarato dallo stesso Direttore Alberto Barbera, scegliendo di non partecipare al concorso. Da qui i sospetti che il regista sia uscito molto deluso dalla scorsa edizione. O forse semplicemente questa volta Guadagnino ha preferito non partecipare perché pienamente consapevole del film che ha girato.
È la prima collaborazione tra il regista siciliano e la giovane sceneggiatrice (e attrice) Nora Garrett, qui al suo primo (impressionante) copione, ed è un cambiamento del quale si vedono cospicuamente i frutti, anche dal punto di vista registico.
Il film è politicamente scorretto, o perlomeno fa del politicamente scorretto il suo tema principale: è quasi facile prendere la parte di chi è svantaggiato, delle minoranze, dei deboli, comodamente seduti in un appartamento lussuoso mentre bevono drink costosi. Ma quando è un tuo amico, o sei tu stesso, a essere in mezzo? E ancora, quando la vittima sembra avere tutte le ragioni per star raccontando una bugia? E, quando succede, di chi è la responsabilità? Chi ha il potere, di chi è la colpa? Attraverso una serie di coincidenze al limite del paradossale (o forse no, ma per un film che ha una spina dorsale così fortemente filosofica, può andare), l’autore è in grado di portarci al centro di queste domande. After the Hunt è un film intrigante, contemporaneo, forse urgente, senza dare risposte e rimanendo equilibrato. Qualcuno dice che non vincerà niente, che Guadagnino si è già giocato tutti i premi della prossima stagione scegliendo di andare controcorrente. Sarà, ma per una volta, da un autore la cui crescente istituzionalità (tematicamente parlando) stava iniziando a spaventare, apprezziamo il coraggio di mettersi in gioco anche politicamente, piuttosto che seguire le mode, come stava ormai facendo da troppo tempo. Va segnalata l’ultima discutibile e accantonabile scena, forse un tentativo di tamponare quanto fatto fino a quel momento, con intrusione finale, nella quale si riconosce ancora una volta l’ego ingombrante del regista. Apprezzabili invece i titoli di testa, citazione al cinema di Woody Allen sia nel font che nella scelta dell’accompagnamento musicale di stampo jazzistico, e la scena iniziale i cui movimenti di macchina e i dialoghi hanno ricordato alcuni dei migliori lavori del regista newyorchese.
Federico Benuzzi
