Sotto le nuvole

di Gianfranco Rosi (Italia)

Concorso ufficiale

Nello scantinato di un museo, assieme a delle ricercatrici, vediamo quanto del patrimonio archeologico e della storia della città non può essere mostrato al pubblico. Al numero di emergenza dei vigili del fuoco sentiamo le telefonate più bizzarre, e quelle preoccupate di chi sta vivendo momenti dove la terra trema. Sotto terra, i carabinieri e il procuratore mappano gli scavi dei tombaroli, che depredano la città dei loro gioielli. In un sito archeologico, ci vengono mostrate figure ferme a migliaia di anni prima, catturate per sempre dalla violenza della natura, mentre, in un altro, degli studiosi giapponesi da vent’anni scavano alla ricerca di nuovi tesori. Una nave carica di grano approda al porto e la sua ciurma, di nazionalità siriana, scarica il proprio contenuto, prima di ripartire verso le pericolose coste ucraine. Un anziano maestro apre il proprio spazio per aiutare i bambini e i ragazzi a fare i compiti.

Sono queste le tante storie parallele che ci vengono raccontate nel nuovo documentario di Gianfranco Rosi, che torna al Lido dopo il passaggio avvenuto nel 2022 con In viaggio, il film sulle missioni estere di Papa Francesco, e dopo il Leone d’Oro ricevuto nel 2013 con Sacro GRA (primo a portare a casa il massimo premio della Mostra per un film documentario). La città in cui si svolgono queste storie è Napoli, in un ritratto in bianco e nero che, a detta del regista, è stata una delle prime decisioni che ha preso, atta a togliere a questo luogo il marchio di città colorata. Ed è in fondo questo il film: una lotta contro gli stereotipi, senza finzioni o mascheramenti. Non si vede infatti la città che tutti conosciamo, anzi, a malapena si vede la città. È un’opera fatta di persone (e che cos’è una città se non soprattutto le persone che la vivono?), e anche qui il lavoro di ricerca è stato compiuto in modo egregio. Perché le lingue parlate in questo film sono sì il napoletano – che però sentiamo esclusivamente nelle telefonate effettuate dalla popolazione ai vigili del fuoco –, ma sono anche l’arabo siriano dei marinari approdati a Torre Annunziata che, dovendo tornare in Ucraina, pensano a Napoli come a una città in pace e tranquilla (a dimostrazione di quanto possa essere facile ribaltare la concezione di un luogo), il giapponese parlato dagli archeologi dell’Università di Tokyo che da ventidue anni lavorano agli scavi di Villa Augustea e l’inglese dei turisti di Pompei, ma anche dei bambini e ragazzi che si fermano a studiare da Titti, un anziano signore che contribuisce al loro avvenire facendogli da doposcuola. Una città che non è dunque solo quella che conosciamo, ma è fatta di vite nascoste, come le rovine delle ville romane oramai sommerse che solo un occhio attento può vedere (al contrario di chi contribuisce alla solita narrazione, quella del turismo di massa che non ha tempo per osservare). Ha lavorato tre anni Rosi a questo documentario, un tempo passato a capire come restituire giustizia a un luogo oramai depredato (non solo dai tombaroli) di un’identità, senza però nascondere quel che non va. Come dice il regista: “la terra intorno al Golfo è un’immensa macchina del tempo” a cui, aggiungiamo noi, film come questo possono aiutare anche a mostrare un futuro. Alle bellissime immagini (volutamente prive di scorci mozzafiato) e alle storie che il regista è riuscito a raccogliere, è stata affiancata la perfetta musica di Daniel Blumberg, fresco premio Oscar per la colonna sonora di The Brutalist di Brady Corbet, a completare il quadro di scelte inusuali ma al tempo stesso piene di senso che quest’opera ci offre.

Frankenstein

di Guillermo Del Toro (USA) con Oscar Isaac, Jacob Elordi

Concorso ufficiale

Metà ‘800. Quando la madre di Victor muore dando alla luce il fratello William, giura al padre (Charles Dance), un chirurgo che (forse volontariamente) non è riuscito a salvarla, che un giorno riuscirà a fermare la morte. Da adulto il fumantino Victor (Oscar Isaac) sta facendo progressi enormi, ma è quando Henrich Harlander (Christoph Waltz) decide di finanziare la sue ricerche che il Professor Frankenstein inizierà ad assemblare parti del corpo di persone morte per ridare vita alla materia inanimata. Uno dei film più attesi del festival, il Frankenstein di Del Toro parte dal presupposto – non per forza banale – di essere un adattamento diretto del romanzo di Mary Shelley, madre del genere horror gotico, che ideò la storia ad appena diciotto anni. E adattamento è la parola giusta, dal momento che della storia originale rimangono tanti elementi che vengono però messi al servizio di un’idea diversa rispetto a quella di partenza. Non che sia un bene o un male, lo prendiamo più come un dato di fatto. Per semplificare: se il classico dell’autrice inglese si basava su due pilastri principali, ovvero la bruttezza del mostro come fattore della sua inaccettabilità in società e la stupidità umana nel non saper andare oltre a questa bruttezza, di queste due idee rimane solo la seconda, comunque riproposta in maniera non così devastante.

Il mostro creato da Del Toro, interpretato da Jacob Elordi, non è brutto, e forse su questo c’è un po’ di delusione, ma viene maltrattato e disconosciuto per via della sua iniziale difficoltà a comprendere, e solo successivamente per la sua pericolosità, che però è una differenza sostanziale. Cambia dunque di conseguenza anche la gravità della solitudine che prova, nell’ottica di regalare esempi virtuosi di persone in grado di andare oltre, a cui viene data vita dal personaggio dell’anziano cieco (David Bradley), che lo istruisce e ne diviene amico, e di Elizabeth (Mia Goth), personaggio rivitalizzato da questa rilettura e che se ne innamora. Un invalido e una donna, dunque, contro la vera cecità di tutti gli altri personaggi, maschi e guerrafondai, a partire dal Professor Frankenstein, a cui il mostro rivolge una delle frasi più belle del film: “il vero miracolo non è che io sia vivo, ma che tu riesca ad ascoltare”. A fianco di queste figure non secondario è il peso del mondo animale, a partire dalle alci che il mostro incontra e accarezza subito fuori dal luogo della sua creazione, ai tre topolini che gli tengono compagnia nel fienile (una delle tante citazioni un po’ gratuite provenienti dal mondo delle fiabe Disney), alle farfalle e gli insetti di Elizabeth (elemento sempre presente nel cinema del regista messicano), fino ai lupi che attaccano la casa dell’anziano a più riprese, dalle quali trae un’importante lezione: “l’uomo non odia il lupo, il lupo non odia le pecore, è solo il modo in cui va il mondo”. A questo va aggiunto che il mostro, come nel romanzo, si ciba solo di ghiande, bacche e radici, e uccide i lupi soltanto quando è costretto a difendere sé e il suo amico, facendosi carico di un importante messaggio animalista.

Altra tematica importante è ovviamente quella del rapporto tra creatura e creatore (e dunque tra potere e chi ne è sottomesso), sviscerata in tantissime declinazioni: Frankenstein e il suo mostro, padre e figlio, Dio (a cui Victor dà dell’inetto, sostituendosi subito a lui) e umano. “Solo i mostri giocano a fare Dio”, cita la frase di lancio del film, e, aggiungiamo noi, solo la società umana può creare mostri, che siano scienziati, padri, dittatori.

Al di là delle tante, forse troppe, tematiche accumulate in questo film, il Frankenstein di Del Toro resta comunque un prodotto godibile, che lodevolmente cerca di svecchiare il soggetto di partenza, ma che soffre con tutta probabilità della mano troppo leggera dell’autore e di quella troppo pesante di Netflix, che edulcora, smussa e alleggerisce, al fine di renderlo un pacchetto più vendibile sulla propria piattaforma. Avremmo forse preferito più coraggio, anche da un regista che sa come essere popolare, di rimanere più stupiti, shockati e afflitti, di sentire di più la gioia e l’urgenza di qualcuno che da una vita attende di prendere in mano la storia che più di tutte si ripete e si intravede con frequenza all’interno della propria filmografia.

Federico Benuzzi