The Voice of Hind Rajab

di Kaouther ben Hania (Tunisia, Francia) con Saja Kilani, Motaz Malhees

Concorso ufficiale

È il 29 gennaio del 2024. Al call center della Mezzaluna Rossa situato a Ramallah in Cisgiordania, a un’ottantina di chilometri da Gaza, squilla il telefono di un operatore (Motaz Malhees). È una ragazza palestinese e si trova in una zona che è appena stata occupata dall’esercito israeliano. È in automobile, circondata. Il collegamento dura poco, interrotto da urla e spari. Poco dopo, gli stessi operatori ricevono alcuni messaggi di un parente della ragazza che li informa che nella stessa automobile c’è ancora una bambina di sei anni. È l’unica sopravvissuta all’interno del mezzo e ha bisogno di aiuto. Cominciano così le operazioni per garantire un percorso sicuro all’unica ambulanza rimasta attiva nell’area, mentre i volontari rimangono al telefono con Hind Rajab, che li implora di salvarla. Se c’è una cosa che chiunque abbia seguito un corso di critica del cinema ricorda, è la prima volta in cui ha iniziato un articolo con la locuzione “È difficile scrivere di questo film”: tutti siamo sicuramente stati ripresi dall’insegnante, essendo all’unanimità riconosciuto come il modo più sbagliato con cui cominciare. Se però in alcuni casi è giustificabile, questo è uno di essi. Dunque: è difficile scrivere di questo film, e il testo che segue è forse un tentativo di elencare e motivare queste difficoltà.

Kaouther Ben Hania torna alla Mostra del Cinema dopo essere passata nella sezione Orizzonti nel 2020 con The Man Who Sold His Skin (che fu candidato all’Oscar internazionale per la Tunisia). Lo fa con un altro film che parla di guerra, anche se The Man era un’opera provocatoria e al limite del surreale, che trattava della libertà di un profugo siriano e del paradosso di trasformare la sua pelle in un’opera d’arte, e dunque renderla libera di circolare (cosa invece a lui vietata, in quanto essere umano). The Voice of Hind Rajab invece è tutto tranne che surreale. L’opera viene scolpita attorno a due fulcri: il primo sono i ricordi degli operatori che erano presenti durante quel turno, il secondo sono le registrazioni delle telefonate intercorse tra loro e la bambina. Sì, perché questa è una storia vera. E nel film, come già anticipato dal direttore Barbera alla presentazione delle opere in concorso, vengono utilizzate le vere registrazioni, la reale voce registrata di Hind Rajab. Attorno a questa e ai già citati ricordi, si articola un dramma a cavallo tra realtà e finzione che si svolge in un’unica stanza (e che entra in una sorta di genere di opere centralinistiche assieme a The Guilty (2018) di Gustav Möller). La quota di realtà è rimpinguata dalla presenza di un piccolo filmato girato dai familiari, e da una breve intervista alla mamma. Come ha comunicato la regista alla conferenza stampa tenutasi qui al Lido poche ore fa: “il limite tra finzione e realtà è per me come un confine geografico: è solo una linea”; e la sensazione vedendo il film è che non sia importante distinguere. Ma cosa è importante? La risposta semplice è: tutto e niente. Ha senso parlare, davanti a una pellicola del genere, di recitazione, di sceneggiatura, di regia, di interfaccia grafica, ispirazione, temi, questioni personali? No, o meglio sì, ma solo se combaciano con il suo cuore pulsante, l’unico grande pilastro che regge la baracca, laddove con baracca non si intende il film, ma il senso di umanità, di limite umano, di empatia, della distinzione tra un essere dotato di sentimenti complessi e coscienza e un mostro. Deve dunque sovrapporsi con l’urgenza e la rabbia che ci provoca la storia di una bambina di sei anni, lasciata intrappolata volontariamente per ore in un’automobile, in compagnia di sei suoi familiari morti ammazzati per mano di altri esseri appartenenti alla specie umana. Ha senso dunque parlare della recitazione se, come uno dei protagonisti, Motaz Malhees, ha specificato, “non è stato difficile perché tutta la mia infanzia è stata così, e io sono un privilegiato a essere qui oggi”. O come un’altra attrice, Clara Khoury, in risposta all’interrogativo se sia stato difficile o meno interpretare il proprio ruolo, risponde “era un dovere”. Un film così politico, grave e drammatico rischia in tutta probabilità, purtroppo, di attirarsi dietro delle critiche, che in qualche modo sono state già avanzate sotto forma di domanda preventiva in sala stampa. Cosa rispondere a chi potrebbe parlare di sfruttamento della voce di una bambina, di una situazione così delicata, di quel dolore? La regista lancia un secco “non ho niente da rispondere a questo”: anche stavolta il film parla da solo. E aggiunge “La giustizia è importante, non solo simbolica, e siamo molto lontani da questo, ed è anormale” a chi chiede se il film può restituire una qualche sorta di giustizia simbolica, consolatoria. Ma il film, a nostro parere, non può restituire giustizia e non è questo il suo compito. Il compito, in un filo che unisce Hind Rajab a A House of Dinamite, di cui vi abbiamo parlato nel pezzo precedente, è restituire semmai umanità, riconnetterci a quanto di più ancestrale c’è dentro di noi, un’empatia spoglia di bandiere, nazionalità, confini, religioni. Una fratellanza empirica che una bambina di sei anni che chiede di essere salvata, che implora di venirla a prendere, che ha paura e non può e non deve capire quali sono gli ostacoli che non permettono alle persone con cui parla semplicemente di raggiungerla e portarla al sicuro, non può non farci provare. Aggiungiamo che sovente, in casi come questo, si sente dire che sia facile girare un film del genere, che è ovvio che poi vincano premi e vengano unanimamente riconosciuti. Ci si domanda allora come mai non sia una pratica così comune, e come sarebbe se invece nessuno girasse pellicole di questo tipo. Non lo nascondiano: The Voice of Hind Rajab è una tortura psicologica. La differenza è che la nostra dura un’ora e mezza, al termine della quale rimangono solo i ricordi e quello che vogliamo farcene. Qualcuno invece, tutti i giorni, la vive per davvero. Hind Rajab, ricordiamolo, è l’unica di cui conosciamo la storia, mentre quelle di tutti gli altri, compresi i tre cugini morti prima di lei, non le conosceremo mai. E soprattutto, loro non avranno mai modo di viverle. Un film, in conclusione, semplicemente da vedere.

Federico Benuzzi