Nühai (Girl)
di Shu Qi (Taipei) con Roy Chiu, gm88
Concorso ufficiale

Lin Hsiao-lee (Bai Xiao-Ying) è una ragazza adolescente che vive con la sorellina minore, la madre (9m88), che lavora in un salone di bellezza, e il padre (Roy Chiu), un meccanico alcolizzato e violento, spesso assente. La bambina è spesso triste, testimone dei continui litigi dei genitori e la conseguente violenza nei confronti di sua madre. Questa tristezza, già caratteristica intrinseca dell’adolescenza, è amplificata dalla stessa madre, che sfoga su di lei la frustrazione e il senso di colpa urlandole addosso (anche in pubblico), non dandole fiducia e colpevolizzandola a sua volta. La situazione a casa è insostenibile e Hsiao-lee non viene vista per quello che è: una persona che sta crescendo e che ha bisogno dei propri genitori, o quantomeno di un ambiente stabile e sano. Altrimenti, il rischio è di alimentare un circolo vizioso di frustrazione, che infatti non tarda ad arrivare. Quando, infatti, a scuola arriva una nuova compagna che le dà subito attenzione per via dei due nomi simili, Hsiao-lee, inizialmente reticente, si lascia pian piano andare, fino alla forzata sbocciatura. Si troverà infatti a indossare vestiti e trucco per niente adatti a lei, col solo scopo di sentirsi finalmente vista, di sentirsi più grande, importante, come a tutti prima o poi capita di voler fare. Ma quando sua madre la trova in quelle condizioni, sfogandosi per l’ennesima volta, la ragazzina deciderà di prendere in mano la propria strada.
Opera prima della star del cinema asiatico Shu Qi (nonché unico esordio nel concorso principale), Girl è una classica storia di trauma e crescita adolescenziale che la regista ha raccontato essere ispirata alla propria storia. È un film delicato, che impiega il proprio tempo per cambiare marcia, ma non senza motivazioni. La prima parte, anche se più ordinata e ordinaria, è infatti funzionale al resto della storia, perché, come da manuale, getta le basi dei personaggi e dell’ambiente in cui ci troviamo, cose che altrimenti, in un’opera così intima e realistica, sarebbe più difficile creare. Se avete dimestichezza col coming-of-age, non c’è niente di particolarmente originale in questo Girl, eppure risulta significativo e particolare il finale, che forse squarcia quel velo romantico che spesso accompagna film di questa fattura. Un buon inizio dietro la macchina da presa per l’attrice taiwanese.
Elisa
di Leonardo Di Costanzo (Italia, Svizzera), con Barbara Ronchi, Roschdy Zem
Concorso ufficiale

Elisa Zanetti (Barbara Ronchi) è da dieci anni in carcere per un omicidio di cui non ricorda nulla, quello della sorella, strangolata e poi data alle fiamme. Al termine di un corso tenuto nella struttura, il criminologo Alaoui (Roschdy Zem) riceve una sola richiesta per poter cominciare delle sedute settimanali. Sarà proprio Elisa che comincerà un percorso con il professore, atto a comprendere le motivazioni più profonde alla base del gesto irreparabile compiuto da lei compiuto.
Il nuovo film di Leonardo Di Costanzo si svolge all’interno delle mura di un carcere come il precedente Ariaferma, passato fuori concorso sempre a Venezia nel 2021. Ma tra le due opere ci sono pochissime affinità. Nemmeno il luogo in cui ci troviamo è un classico carcere, bensì una struttura atta più alla riformazione, nascosta tra le montagne svizzere, in cui le celle sono piccole baite e dove le detenute possono lavorare e interagire tra loro. In questo contesto, la fragile psiche di Elisa viene analizzata e aiutata a ripercorrere i motivi che l’hanno portata a compiere un gesto di incalcolabile mostruosità. Un vero e proprio dramma familiare, basato su una storia vera raccolta nel volume Io volevo ucciderla dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, non solo per il delitto ma anche per tutto ciò che vi ruota attorno, e che colpisce per la banalità e la semplicità del movente in relazione alla lucidità del personaggio, interpretato con anima e corpo da una perfetta Barbara Ronchi (così come l’interpretazione del coprotagonista Zem). Un dramma che pecca di dinamicità nelle scene extra colloqui, e che forse risulta eccessivamente secco dal punto di vista visivo. C’era infine bisogno delle due apparizioni del personaggio interpretato da Valeria Golino, solo per ricordarci che è difficile perdonare quando sei la vittima?
Silent Friend
di Ildikó Enyedi (Germania, Francia, Ungheria) con Tony Leung Chiu-wai, Luna Wedler
Concorso ufficiale

Nel 1908, una ragazza è la prima a essere ammessa in un’università. Nel 1972, una coppia di studenti osserva un geranio, mentre tra di loro cresce l’interesse reciproco. Nel 2020 un neuroscienziato di Hong Kong passa dall’esplorazione della mente dei neonati agli studi sulle piante. Cosa unisce queste tre storie? Il luogo in cui si trovano, o meglio, l’enorme Ginko Biloba che vive da secoli nel giardino dell’università che tutti i personaggi frequentano. La ragazza dei primi del ‘900, infatti, entra nell’istituto dopo aver subito un colloquio di becere domande sessiste travestite da quesiti sul sesso delle piante, trovando nell’albero un riparo a cui aggrapparsi per far fronte al mondo pieno di pregiudizi nel quale si affaccia. Ispirata dalla sua presenza, troverà nella fotografia un nuovo strumento di studio delle piante (e di sé). La coppia di fine secolo invece scoprirà le emozioni (e le contraddizioni) della vita adulta all’ombra del Ginko, portando avanti un esperimento primordiale su una piccola pianta di appartamento. Le faccende del nostro contemporaneo ruotano d’altro canto completamente attorno al vecchio albero, ispirate da una sua collega che studia le risposte delle piante alle sollecitazioni esterne. Trova dunque una connessione con i suoi esperimenti atti a studiare le risposte neurologiche nella mente dei neonati, finendo col tentare di capire cosa “prova” il Ginko quando sottoposto a impulsi presenti in natura. La regista ungherese Ildikó Enyedi (Orso d’Oro a Berlino con Corpo e anima nel 2017 e Camera d’Or a Cannes nell’89 per Il mio XX secolo) torna al Lido a distanza di più di trent’anni dal suo Magic Hunter, presentato nell’edizione del ’94. Lo fa con un film che parte da importanti piccole storie umane per esplorare in profondità il vasto ed enigmatico mondo delle piante. Tre episodi (ripresi ognuno con mezzi e su supporti differenti) che si intersecano con ritmo – sia per la frequenza dei salti temporali che per le azioni che si sviluppano in ogni segmento – capaci di reggere centocinquanta minuti di pellicola avviluppati attorno a un singolo albero. Un esperimento che parla di esperimenti, e parallelamente di relazioni tra esseri umani, microcosmi complessi ma che a confronto della solennità di un piccolo seme che germina e di un albero che attraversa il tempo, perdono il loro peso, guadagnandone in leggerezza. Sono questi i tratti distintivi (e inattesi) del film: leggerezza e godibilità. Grazie a una scrittura fluida, leggibile e appassionata, a storie semplici raccontate attraverso dialoghi divertenti e azioni puntuali, il film scorre a bordo di una regia che ne mantiene costantemente saldo il timone. Il risultato è un’opera talmente rotonda che sembra essere stata partorita già conclusa, grazie anche a degli attori (tra cui non può non essere citato un sorprendente Tony Leung) che trasmettono sintonia e omogeneità nonostante non ci sia interazione tra loro. Punte di diamante, qualora ce ne fossero, immagini citologiche mozzafiato, a ricordarci che se anche i nostri coinquilini non si muovono alla nostra velocità e non utilizzano parole per comunicare, sono esseri viventi che chiedono di poter continuare a convivere e ad accompagnarci (reciprocamente) su questa Terra. La risposta europea a Here di Zemeckis, senza alcuna autoimposizione di inquadratura, capace di raccontare meglio, anche se solo di rimbalzo, il mondo degli umani.
Un film fatto per Bene
di Franco Maresco (Italia) con Franco Maresco, Umberto Cantone
Concorso ufficiale

Franco Maresco è scomparso. Dopo l’ennesimo intoppo sul set del suo film, che ricostruiva l’incontro tra Carmelo Bene e un insegnante di scuola elementare siciliano esperto di agiografia, e le proteste del produttore Andrea Occhipinti, il regista ha lasciato il progetto e si è nascosto. Uno dei suoi co-sceneggiatori, Umberto Cantone, si mette sulle sue tracce, mentre viene ricostruita la vicenda dell’ennesimo disastro cinematografico di Maresco, nonché di tutta la sua carriera.
Il regista siciliano torna al Lido dopo aver vinto il Premio Speciale della Giuria nel 2019 per La mafia non è più quella di una volta, a cui fece seguito un’aspra diatriba con la Rai fatta di conferenze stampa e minacce di azioni legali, accusata da Maresco di aver censurato il suo film (anche se, da contratto – purtroppo –, sembra proprio fosse tutto legittimo). Che dire di questo nuovo film che non sia già stato detto di tutti i suoi precedenti (o dell’autore stesso)? Oramai il regista siciliano è così: ogni tanto fa uscire una nuova fatica che tenta di (ri)aggiornarci sulle condizioni del maestro, una sorta di bollettino delle sue turbe, dei suoi odi, delle sue lotte contro i mulini a vento e delle sue idee in-compiute. Lo si odia, perché ci fa sentire sempre parte di qualcosa che non ci piace, un mondo da cui lui si esclude, issandosi a membro di una razza di puri che include solo lui stesso. Lo si odia perché un attimo dopo instilla il senso di colpa dell’averci creduto, perché probabilmente è tutto una bugia e anche lui si odia, come odia tutti gli altri. Lo si odia perché appare un uomo retto e dalle pretese disumane, ma solo nei confronti degli altri, giustificatorio nei propri. Ma anche in questo caso sembra cogliere in fallo, perché può essere tutto uno scudo dietro il quale egli stesso per primo si batta col cilicio. Lo si ama, perché come è capace di creare film lui – anche se giura che il cinema sia morto o che non sia mai esistito – non è capace nessuno. Ripetizioni, autocitazioni, finzioni sceniche, realtà, piedistalli, ridicolizzazioni, egocentrismi, egotismi. Maresco è così: da prendere a male parole, e da prendere appunti.
Federico Benuzzi
