Venerdì 26 settembre, come già anticipato nel nostro articolo di apertura, avrà inizio a Bologna la diciottesima edizione di Archivio Aperto, il festival di Fondazione Home Movies – Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, che porta in sala opere cinematografiche che utilizzano materiale d’archivio. Una delle sezioni parallele al concorso, Storie Sperimentali, dedicata ai filmmaker che hanno fatto la storia del cinema d’avanguardia, omaggerà Kenneth Anger. Pionere del cinema sperimentale, Anger è conosciuto al grande pubblico soprattutto come l’autore dei due volumi Hollywood Babilonia, editi in Italia da Adelphi, che dipingevano una Tinseltown sconosciuta e nera. Nelle sere che vanno dal 27 al 29 settembre sarà invece possibile apprezzare dodici dei suoi film, la maggior parte dei quali verrà proiettata in pellicola. Il programma è stato curato da Cecilia Ermini, che abbiamo avuto il piacere di intervistare.

F.B: Raccontaci un po’ di te e di come nasce il tuo amore per il cinema.

Cecilia Ermini: Fin da bambina ho sviluppato un forte interesse per il cinema grazie alla conoscenza di Franco Piavoli, un regista che abitava dalle mie parti, nelle campagne di Mantova. Piavoli è uno dei maestri del cinema indipendente italiano e, nonostante abbia prodotto solo quattro lungometraggi in quarant’anni, ha ottenuto riconoscimenti come la partecipazione in concorso al Sundance Film Festival di Robert Redford, al Festival di Locarno, e al Centre Pompidou di Parigi che, nel 2015, gli ha dedicato una retrospettiva completa all’interno del festival Cinéma du Réel.

Finito il liceo, ho studiato cinema a Venezia e a Roma, e successivamente ho iniziato a lavorare come film programmer e critica cinematografica. Attualmente lavoro per la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e scrivo per Il Manifesto. Quest’anno, in concomitanza con il mio trasferimento a Bologna, sono stata contattata dalla co-direttrice di Archivio Aperto, Giulia Simi, che mi ha chiesto di occuparmi della sezione Storie Sperimentali. Era da un po’ che pensavano ad Anger e per me è stato naturale accettare.

F.B: Anger è forse più conosciuto in quanto autore dei due volumi Hollywood Babilonia, che per il suo lavoro da regista.

Cecilia Ermini: Uno dei motivi per cui Giulia Simi ha trovato il mio entusiasmo è stato appunto questo. Negli ultimi anni il nome di Anger è diventato “pop”, cosa che probabilmente non gli sarebbe nemmeno dispiaciuta. Al di là dei libri, pochi anni prima di morire era stato protagonista di un’importante campagna pubblicitaria di Gucci e spesso si vedono ragazzi con magliette con scritto “Lucifer” e l’arcobaleno, tratti da una delle scene più famose di Lucifer Rising. È un po’ come se si fosse perso il focus sulla sua importanza come cineasta tout court e come pioniere che ha attraversato l’arte dagli anni ’40 fino ai 2000. L’occasione, preziosa, è quella di poter mostrare al pubblico quasi tutti i suoi film in pellicola 16mm – tranne due girati in digitale – per tornare a pensare, a concentrarsi e riflettere sul cinema che Anger ha prodotto, senza i vari corollari.

F.B: Chi era Kenneth Anger? E chi è il tuo Anger?

Cecilia Ermini: Anger nasce nel 1927 in California da una famiglia tedesca il cui vero nome era Anglemyer. Già in tenera età è ossessionato da Hollywood che vede come un Mecca. Questa fissazione deriva della storie hollywodiane scandalose e contemporaneamente “fantastiche” raccontategli da sua nonna che aveva lavorato come costumista negli anni ‘10 e ’20. Queste storie entreranno a far parte di “Hollywood Babilonia”. Anger si iscrive poi a una scuola di danza e viene notato da un talent scout che lo chiama a recitare, seppur in una minuscola parte, in un adattamento di “Sogno di una notte di mezza estate”. Trasferitosi a Los Angeles, il cineasta si avvicina alla sua El Dorardo potendo scorgere, dai banchi del liceo, quegli studios della 20th Century Fox attraversati da attori e attrice in costume, la cui visione contribuì ad alimentare la sua fascinazione per il culto delle star. Anger comincia dunque a girare i primi cortometraggi già da bambino ma putroppo sono tutti andati perduti. L’unico superstite è “Fireworks” (1947), in cui troviamo già una buona parte delle tematiche e delle ossessioni che caratterizzano la poetica del regista e che torneranno anche nei suoi successivi lavori. “Fireworks” oggi è considerato un film antesignano del cinema queer: in un’America nel quale l’essere omosessuali era ancora fuori legge, Anger compie il suo coming out mediante l’utilizzo dell’espediente onirico. Non solo: egli esprime anche le proprie preferenze sessuali fatte di violenza, masochismo e sadomasochismo. Parallelamente, in “Fireworks” Anger omaggia il cinema che lo ha influenzato, unendo suggestioni provenienti dal Surrealismo francese, da Jean Cocteau e da René Clair (“Entr’acte” ) e infine da Ėjzenštejn, che ritroviamo chiaramente nel modo in cui Anger taglia le inquadrature, crea contrasti di bianco e nero, e monta il film. La pellicola, pur circolando in una cerchia ristrettissima, riesce ad arrivare in Europa, dove viene visionata dallo stesso Cocteau che invita il regista in Europa per realizzare altri film. Anger accetta l’invito, trasferendosi negli anni ‘50, trascorrendo dieci anni in Francia (e un breve periodo in Italia) dove realizzerà alcuni corti. Tra questi “Rabbit’s Moon” (1971), girato a Parigi negli anni ’50 e montato vent’anni dopo. Qui Anger omaggia un’altra sua influenza fondamentale che è Meliès, cineasta apprezzatissimo per la sua inventiva, nonostante i budget limitatissimi. Un altro corto decisivo è “Eaux d’Artifice” (1953) girato in Italia, tra le fontane della Villa D’Este a Tivoli. Dopo il periodo europeo, Anger ritornerà negli U.S.A. negli anni ’60 dove realizzerà i suoi film più famosi, a partire da “Scorpio Rising” (1963), opera fondamentale per la sua carriera, che lo renderà famoso grazie anche alla contemporanea esplosione della controcultura e dell’interesse per l’underground. In questo senso, gioca un ruolo fondamentale la figura controversa di Aleister Crowley, un occultista inglese morto negli anni ’40 che aveva fondato una sua religione, un suo sistema filosofico chiamato Thelema. In “Inauguration of the Pleasure Dome” (1954), che proietteremo, le idee di Crowley vengono materializzate per immagini. Probabilmente è questo il fil rouge che attraversa il suo cinema: le ossessioni e lo studio dei culti contemporanei. Se si pensa a un altro classico di Anger, “Scorpio Rising”, questo è evidente. Il film segue un gruppo di giovani motociclisti, ispirati al Marlon Brando de “Il selvaggio”, vestiti di pelle e carattrizzati dal feticismo delle motociclette e della velocità. Anche “Kustom Kar Kommandos” (1965) è un esempio paradigmatico della poetica angeriana. Qui il cineasta mostra dei teenagers che lucidano i motori delle loro macchine modificate con una passione e con un feticismo che sfociano nell’attrazione erotica. All’indagine cultuale si unisce chiaramente il genere musicale del momento: il rock. Questo non a caso viene incluso in “Invocation of My Demon Brother” (1969), la cui colonna sonora ossessiva e ipnotica è stata realizzata mediante l’uso di un piccolo sintetizzatore portatile dall’amico Mick Jagger. È infatti risaputo che molte star del rock nutrissero fascinazioni occultiste. Lo stesso Anger dichiarò che la celebre “Simpathy for the Devil” sia stata scritta dopo una chiacchierata con Mick Jagger e Keith Richards. Che questi aneddoti siano riferiti a cose reali o meno, non importa: Anger si è sempre divertito a maneggiarli, a giocarci e al tempo stesso a fabbricare una propria mitologia personale che lo ha reso il personaggio che oggi ricordiamo.

F.B.: Questa sua ossessione per Hollywood e le star sembra quasi stonare con il suo cinema, soprattutto se lo confrontiamo con colleghi che sembravano far parte di un altro mondo, quasi disinteressandosene.

Cecilia Ermini: A differenza dei colleghi dell’underground a lui contemporanei come Jonas Mekas e Stan Brakhage, Anger è sempre stato un solitario, non ha mai aderito a cooperative o gruppi di cineasti e cercava finanziamenti in maniera autonoma per i suoi film. L’ossessione e il culto per Hollywood, che poi si è tradotto nella scrittura degli “Hollywood Babilonia” – realizzati principalmente per motivi di sostentamento, avendo vissuto una vita non certo opulenta – si trovano anche in un film come “Scorpio Rising”, dove nella stanza del protagonista scorgiamo una foto di James Dean e di Marlon Brando. È la mitologia della star che lo ha ossessionato, a 360 gradi: anche in “Mouse Heaven” (2004), ultimo film del programma, il regista si reca in un museo americano nel quale sono stati collezionati tutti i giocattoli e memorabilia esistenti di Topolino e Minnie – ovvero le star dell’animazione – dando vita a questi pupazzi mediante l’utilizzo di tutti i “topoi” caratterizzanti la poetica. Anger non era una persona che ricercasse l’attenzione dei grandi produttori, non aveva mai voluto diventare un regista da studio hollywoodiano, anche se senza dubbio ha provato a girare un lungometraggio – il suo film più lungo è di 38’ -, ha sempre preferito definirsi più artista che regista. Dopo l’ennesima fregatura da parte di un finanziatore, nel 1967 comprò un’intera pagina di giornale per stamparci sopra la propria lapide, in polemica con il fatto che non c’erano sovvenzioni per realizzare film indipendenti. Era una sua ossessione l’epoca della Golden Age hollywoodiana, ma non sognava di chiamare attori o attrici famose per un personaggio. Hollywood lo affascinava, e lui ha affascinato – e ispirato – Hollywood: “Scorpio Rising” è il film di cui Scorsese ha detto che gli ha fatto capire di poter fare cinema. Non a caso, è un film dove canzonette d’amore pop sono accostate a scene di violenza, e proprio il contrappunto tra musica e girato gli fece pensare che poteva farlo anche lui, e in effetti, pensando a un qualsiasi film di Scorsese, ritroviamo tante scene simili con canzoni anni ‘50 e ‘60 pop, blues e rock. Anche Nicolas Winding Refn è un regista che lo ha citato come influenza, e basta soffermarsi sui colori acidi di alcune scene di “The Neon Demon” per capire che si tratta di omaggi al lavoro sul colore fatto da Anger.

F.B.: Quale criterio di scelta hai adottato per i film da programmare?

Cecilia Ermini: Negli ultimi 20 anni di carriera, Anger ha girato tanto, ma soprattutto fashion film o film molto brevi, dunque si può dire che abbia praticamente avuto un periodo di pausa dall’80 al 2000, mentre si muoveva soprattutto per università e festival, tenendo masterclass. La sua filmografia dunque non è ampia e non c’è stata necessità di lasciare fuori qualcosa, anzi. Ho voluto piuttosto aggiungere un paio di lavori girati negli anni 2000. Il blocco principale va dal ’47 all’80, opere che lui stesso mise insieme in un gruppo denominato “Magick Lantern Cycle”. Ho scelto di programmarli per quanto possibile in ordine cronologico, in modo da rendere il suo lavoro più accessibile anche ai neofiti. Dei lavori più recenti, fuori dal Cycle, ho deciso di proiettare “Mouse Heaven”e uno totalmente di found footage in omaggio al festival, “Don’t Smoke that Cigarette” (1999), un montaggio di spot e pubblicità progresso dell’industria americana del tabacco. Un altro suo breve corto, “The Man We Want to Hang” (girato in una galleria d’arte a Londra in cui erano esposti quadri di e su Crowley), ho deciso di inserirlo come cintura fra “Invocation of My Demon Brother” (con le musiche di Mick Jagger) e “Lucifer Rising”, perché la complessità del pensiero occultista di Crowley, che per tanti accademici era un ciarlatano, può servire per leggere meglio quest’ultimo. Infatti, occultismo non vuol dire satanismo, così come anche in “Lucifer Rising” – probabilmente il suo film più famoso – Lucifero non è Satana, ma è etimologicamente portatore di luce, così come il cinema è fatto di luce.

Un’ulteriore qualità esoterica e occultista di “Lucifer” la troviamo nella colonna sonora, composta da quel Bobby Beausoleil – che prese il posto di Jimmy Page dei Led Zeppelin col quale Anger litigò – con cui aveva già lavorato per il film precedente. Bobby, fra i due film, si era affiliato alla Manson Family ed era stato uno dei protagonisti dell’omicidio di un discografico. La colonna sonora venne dunque composta dal carcere dal quale egli stava scontando, e sconta tutt’ora, l’ergastolo.

F.B.: Visto che ci troviamo in ambito archivistico, le copie provengono da un fondo specifico o è stato necessario un lavoro di ricerca esteso?

Cecilia Ermini: Il lavoro è stato piuttosto semplice perché prima di morire Anger concesse in esclusiva i diritti di tutti i suoi film a un distributore francese, Cinédoc, che da tempo ha un rapporto solido con Archivio Aperto e Fondazione Home Movies. Dall’elenco che hanno mandato, soltanto due titoli, i più famosi, “Scorpio” e “Lucifer”, non sono in forma ottimale. Preferisco però che venga proiettata una copia in pellicola non perfetta, piuttosto che un file HD o 4K. Non sono alla ricerca di quella perfezione, preferisco una pellicola che posso sentire più viva. Non è un caso che Anger quasi tutti i suoi film li abbia, nel corso dei decenni, ripensati. Un esempio è “Rabbit’s Moon”, girato negli anni ‘50, ma montato vent’anni dopo e rimontato dieci anni dopo. Anger non considerava mai un film come finito, ma come un’opera viva, aperta, ripensabile, modificabile; di conseguenza anche io preferisco sentire un film che dà dei segni di vita, o anche di morte se vogliamo – quando la copia non è più in buono stato -, piuttosto che un file in alta definizione.

F.B.: Immagino sia una questione di obiettivi e situazioni. Per prolungarne la vita di un’opera in pellicola, per questioni di conservazione, sono spesso necessari anche il restauro e la digitalizzazione.

Cecilia Ermini: Certo, ma siccome poi anche Anger ha sempre vissuto di proiezioni non nelle grandi sale, possiamo pensare alle proiezioni che si terranno ad Archivio Aperto come a una sorta di viaggi nel tempo e nello spazio. Anche l’ex chiesa di San Mattia a Bologna, dove li proietteremo, negli anni ’60 e ’70 sarebbe potuta essere tranquillamente una sala di proiezione, e dunque anche il fatto di essere in un luogo che ricorda qualche vecchio teatro o vecchio cinema, assieme alle pellicole, aiuta a far vivere a pieno l’esperienza dei suoi film, che sono anche esperienze fisiche e non solo per gli occhi. Non a caso, li proiettò tutti assieme nel ’66, preparando un programma con sinossi e titoli, nel quale a un certo punto consigliava di assumere LSD, di modo che l’effetto arrivasse in un punto preciso al fine di poter godere di una visione più espansa delle sue opere. Non è possibile invitare il pubblico del festival a replicare l’esperienza, ma solo il fatto di proiettare copie “vissute” sembrava coerente con lui, con la sua storia.

Federico Benuzzi