The Sense of Violence

di Kim Mooyoung (Corea del sud)

Concorso lungometraggi

He dreamed of one people under one national flag

The Sense of Violence di Kim Mooyoung sarà il primo lungometraggio in concorso e verrà riproiettato martedì 30 settembre, alla diciottesima edizione di Archivio Aperto.

Il film si apre con una preghiera dell’autore, su sfondo nero, che invita a lasciarsi andare e a farsi guidare dalla voce narrante, seguendola e affondando nella memoria delle immagini da egli tracciate. Non c’è fretta, bisogna rilassarsi e concentrarsi sulla voce. Al “tre” sentiremo le onde.

Siamo in Corea del sud. Ci troviamo tra i monumenti che ricordano i caduti anti-comunisti, gli studenti anti-comunisti, e tutto ciò che può essere etichettato come anti-comunista. E il contrario di comunista è “Freedom”, “libertà”, come il nome del maestoso Freedom Center, che ci viene descritto nel dettaglio e di cui vengono mostrate scene dell’inaugurazione.

In The Sense of Violence non si parla di cronaca storica. Non ci sono date, fatti storici. Non c’è alcun tipo di giudizio sulla guerra di Corea, sulla scissione, sulle motivazioni che hanno portato alla separazione. Si parla invece di propaganda, di convincimento delle masse attraverso strumenti come i media, tra usi patetici e orrorifici, e i significati che un’arte che consideriamo erroneamente “muta” come l’architettura è capace di trasmettere. In un mondo in cui le briglie del reale si stanno per distaccare del tutto dalle nostre stanche prese, lasciando spazio alla forza squassante di chi, per tenerle alte, nutre le proprie putrescenti ragioni del relativismo più assoluto, per vincere uno scontro verbale o guadagnare un minuto di potere in più, un film come questo va ben oltre la testimonianza che porta, lo studio e l’approfondimento di un tema. Con un uso sapiente e differenziato del materiale d’archivio, Kim ci mostra un’analisi architettonica e urbanistica, un viaggio dentro una manifestazione nazionalista e ideologicamente pro postcolonialista – con le bandiere sudcoreane che si intrecciano con le altrettanto numerose statunitensi -, pezzi di vecchi film, animazioni, video, trasmissioni televisive e telegiornali. Tutto veicola un messaggio anti-comunista. Propaganda, propaganda, propaganda. Tutto ci viene mostrato per come è stato unito premeditatamente, creando un muro che non lascia alcuno spiraglio di ricongiunzione, per costruire e raccontare una verità soggettiva, per non dare speranza, per odiare i propri fratelli. Dentro questo muro la si pensa in un solo modo. Da qualche parte, da diverso tempo, è già realtà. In altre lo è stato. In altre, troppe, lo sta diventando. E, come visibile nelle immagini delle parate militari degli anni ‘40, laddove queste servivano a re-infiammare il senso della violenza provato durante la guerra dandogli nuova luce, non possiamo non venire catapultati bruscamente sulla nostra sedia, ad ascoltare di nuovo le parole che escono dai media contemporanei e a rileggerle.

Tracce del passato sono cancellate dal presente. Ma alcune cose rimangono. Cose che spariscono, ma rimangono”.

E se non ci spaventa quanto accade nella quotidianità del più “occidentale” dei paesi asiatici, quello dalla “forma mentis” più simile alla nostra, l’unico consiglio è quello di vedere “The Sense of Violence” il prima possibile.

Infinite immagini sommergono la mia memoria, ma nessuna immagine è abbastanza.”

Federico Benuzzi