Partition
di Diana Allan (Libano, Palestina, Canada)
Concorso lungometraggi +
The Flowers Stand Silently, Witnessing
di Theo Panagopoulos (Regno Unito (Scozia))
Concorso cortometraggi
Quante volte vi è capitato di vedere immagini di un territorio invaso? Quante volte il territorio era occupato anche nel momento stesso in cui le stavate guardando, quelle immagini?
Partition, di Diana Allan, è un film sperimentale che utilizza le immagini girate in Palestina durante l’occupazione britannica, dunque tra il 1917 e il 1948, preservate nelle collezioni imperiali di Londra. Essendo tutte riprese mute, il suono che vi è stato montato sopra deriva da altre risorse archivistiche, ovvero registrazioni effettuate in altri siti sul territorio e voci di rifugiati palestinesi in Libano.
Le camere alternano uno sguardo dall’alto al basso, il punto di vista classicamente più dominante di chi deve mantenere il controllo, a quello basso dei soldati e delle truppe che entrano in contatto con i luoghi e i cittadini della Palestina, sfilando tra la folla come alieni. Diversi abiti, diverse abitazioni, fiumi e strade che non sono quelle dove ti aspetteresti di trovare questi uomini, bianchi e armati, e che anche nei momenti di (straniante) relax non possiamo non vedere come un serpente tra l’erba alta.
Spari. Un proiettile attraversa il Novecento grazie a un montaggio cinematografico. Questi suoni, come dicevamo, partono da un film che mostra anni precedenti a quelli da cui è partito il rumore, volano toccando la propria epoca di provenienza e con uno shock arrivano a noi, alle nostre immagini, trasportandoci in un tempo che è l’oggi, in un luogo che è ancora occupato, cambiano soltanto i costumi di chi opprime. Ci pensa una tromba che chiama l’adunata a ripescarci dall’abisso, per tirare un breve, ingiusto e inutile sospiro di sollievo. Altro punto di vista: un cannocchiale; lo vediamo e ci vediamo attraverso. “Cosa ci viene in mente?”, sentiamo chiedersi. “Sembra una luce lontana che riflette su qualcosa, da una montagna, un segnale o un messaggio per qualcuno forse”. Siamo forse noi i destinatari di quel messaggio, invitati a guardare dentro un occhio dell’Impero Britannico e a doverci mettere finalmente in un punto di vista scomodo? Sono voci di chi sta guardando il filmato per la prima volta, come noi, al sicuro, e che si domandano se non ci sia una trama, una storia, dietro queste immagini. Ma la storia non c’è, sono solo giochi.
Ci sono anche testimonianze di chi ha fatto proprie, per darsi una spiegazione razionale a quanto gli succede attorno, le parole dell’oppressore o ne è diventato parte. Vediamo infatti immagini di Winston Churchill e di un arabo, Hammoud, entrato nell’esercito inglese e per questo chiamato “il traditore”, e il viaggio impressionante di ufficiali britannici verso un aereo, mentre ovunque ai lati della strada ci sono i palestinesi che osservano. O una signora araba mandata via dalla propria casa: “ci hanno detto di fare i bagagli un paio d’ore prima della partenza. Vivevamo in montagna. Ci manca il nostro paese. Se Dio avesse creato tutti poveri… come sarebbero vissuti i ricchi senza i poveri? Dipendono l’uno dall’altro.” Ritorna lo sguardo dall’alto, da una mongolfiera, che come un rapace contempla e attende di distendere le proprie grinfie su chi gli si muove sotto. A un tratto il film compie un salto nel contemporaneo trasformandosi in un desktop movie che ci mostra la lavorazione sul suono: alcuni bambini commentano immagini di una scuola dell’epoca, distrutta, comparandola con quelle di adesso. Nulla è cambiato in cent’anni o poco meno. Altre voci immaginano chi siano o come siano le persone che intravediamo ai margini delle riprese, sempre a lato, sempre sul bordo dell’inquadratura o tutt’al più casualmente al centro per una frazione di secondo, un errore esotico. Cosa provano? Come la storia della Palestina, queste persone sono state cancellate e il ricordo flebile, il di loro fantasma che è rimasto impresso su pellicola è, ugualmente, da reinventare.
Le donne dell’epoca nascondono le facce alle telecamere, qualcuna sorride timidamente dietro il velo. Una bambina, bellissima, fissa la camera: la commentatrice la battezza “Meiroun”, come il villaggio da cui la nonna è stata mandata via. Siamo dentro Fahrenheit 451, ma alle persone non vengono dati nomi di libri per impararne le parole e tramandarli prima che l’ultima copia venga cancellata dal fuoco. Qui il nome di una città distrutta viene regalato a una bambina anonima e irrintracciabile: in Palestina non è rimasto più nulla di vivo che ricordi altro, e il nome di un morto viene dato a qualcos’altro di morto. È il corpo che si fa ricordo, ma non c’è un corpo. Nessuno salva nessuno, tanto meno la memoria. “People still dreams to return”, ma le persone che sognavano non esistono più, e il sogno con loro.
È tutto nero, su schermo, ora. “Gli inglesi hanno permesso agli israeliani di spartirsi la terra, dividendo le persone come volevano, espellendole, spargendo quelle di una stessa famiglia in tanti paesi diversi.” Chi parla è una di queste. Il padre è morto nell’invasione quando lei aveva nove anni. La causa palestinese si tramanda ai figli, anche attraverso canzoni di resistenza, che parlano di mare e di cari perduti.
Il cannocchiale si apre, ci avviciniamo a un particolare. La luce intermittente in lontananza continua a brillare. Un arabo a cavallo si avvicina. Mare, sabbia, esplosioni. Queste immagini iniziano ad entrare in contrasto tra loro assieme a tutto ciò che abbiamo visto finora. Sovrapposizioni, immagini incomprensibili, rovinate, marcescenti, rumore di intermittenza, disturbo. Tutto si inscurisce, si scompone. Si perde pian piano l’ultimo residuo di umanità, un ultimo sorriso che si spegne.
Non è un film semplice, Partition. Al di là delle tematiche, è una piccola maratona di un’ora, un tuffo nel cinema sperimentale che ci testa per sapere chi siamo, come la più classica delle cartine tornasole. Come accennavamo all’inizio, il film di Diana Allan lascia addosso un sentimento di straniamento e malessere, per quello che stiamo vedendo, essendo raro vedere riprese tanto datate di un posto che, tutt’ora, versa nelle stesse condizioni. Non ci è data questa consolazione stavolta. Uscendo dalla sala non tireremo un sospiro di sollievo pensando che tutto è passato. Tutto è passato, è presente, e sarà futuro, probabilmente. Il lavoro della regista, che per non dover pagare il diritto d’autore ha ri-fotografato il materiale coloniale – soggetto a restrizione – in 16mm, è stato un atto completamente politico in ogni sua fase, sia tecnica che artistica: una “riappropriazione e redistribuzione”, come da lei dichiarato. Un atto di cura – da parte di chi si occupa di antropologia degli archivi viventi – per non lasciare decadere la memoria, e di denuncia nella denuncia contro chi sotterra e oscura e lascia, ancora una volta, morire.
Ad accompagnare Partition nelle proiezioni ad Archivio Aperto, il cortometraggio The Flowers Stand Silently, Witnessing di Theo Panagopoulos, costola ideale del film di Diana Allan. Al suo interno, visioni di vegetali, campi rigogliosi. Donne e uomini bianchi passeggiano sorridenti, raccogliendo fiori. Ogni tanto, aliena, appare una persona in tipici vestiti arabi, dalla carnagione più scura. È sempre sullo sfondo o a lato, mai centrale, quasi un oggetto di scena, ma non è importante, potrebbe anche non esserci. Il montaggio, però, non appena percepisce una di queste figure, si ferma, si avvicina, la centra. Le dona importanza. Così un momento casuale, una fotografia in mezzo a quello che assomiglia alla gita filmata di qualche borghese britannico, acquista risonanza. Una signora bianca, in mezzo alle piante, ride mentre strappa dalla terra. Un uomo bianco con un bambino in braccio sorride. In un territorio in cui l’ambientazione stride con l’abitante, quasi come fossero immagini dell’allunaggio, un cammello passa e anche lui è alieno.
Il corto sembra darci un messaggio simile alla celebre “’a livella” di Totò: siamo tutti uguali nella morte, ma anche nella vita oppressa. Umani, altri animali e vegetali. Sarebbe forse auspicabile tendere all’uguaglianza anche in vita.
Il corto restituisce alla luce filmati d’archivio trovati alla National Library of Scotland, risalenti agli anni ’30 e ’40, quindi ancora in piena occupazione britannica. Sono “images of colours for the first time”, come viene detto, alcuni dei primi filmati a colori mai registrati, nei quali però solo due minuti su quarantacinque mostrano arabi palestinesi. Il paesaggio bucolico e vigoroso si scontra con le immagini dei nostri giorni. Fa strano pensare che da quello strappare, da quel gesto di minima e forse ingenua violenza, tutto ha avuto inizio.
Federico Benuzzi
