Sta acquistando complessità circoscrivere i confini di un film all’interno di un genere? Probabilmente sì, e forse, se parliamo di cinema contemporaneo indipendente, anche se tentiamo di trattenere un’opera tra i ranghi di più generi, spesso finisce con il liberarsene. Perfino barando, utilizzando come categorie “documentario” o “animazione”, si finisce col non azzeccarci. Il buon vecchio “sperimentale” può funzionare? Potrebbe, ma non risulta del tutto corretto se parliamo di Una cosa vicina.
Il piccolo Loris cresce in una Salerno ancora convalescente dalle fratture scomposte causate dall’alluvione di più di trent’anni prima. Vive nella cosiddetta Z.O., un quartiere tirato su per dare nuovi spazi a chi non poteva più abitare nel centro storico dilaniato dall’acqua e dal fango. Per chi è di casa, Z.O., Zona Orientale, fa rima con zona criminale. Ma la malavita, come invece ci aspetteremmo dai dintorni del protagonista, non viene da fuori casa, bensì si trova con lui e la sua famiglia. E la vita di Loris non può che intrecciarsi suo malgrado e in maniera inevitabile con la criminalità: un giorno, quando ha appena quattro anni, vede per l’ultima volta suo padre. Assieme a lui tanti altri maschi con lo stesso cognome perdono la vita. Loris non sa perché, forse non lo sa nessun altro. Di certo non se ne parla, né in casa né fuori. Resta una famiglia mutilata, un bambino che cresce senza padre, senza risposte e senza sapere se si ha il permesso di potersi fare delle domande.
La storia del piccolo Loris e della sua famiglia è quella che ci viene raccontata da lui stesso. Loris Giuseppe Nese è infatti regista e sceneggiatore di Una cosa vicina, sua prima incursione nel lungometraggio, che ha iniziato il proprio percorso nella selezione de “Le Giornate degli Autori” dell’ultimo Festival di Venezia.
Il film è, senza ombra di dubbio, una commistione di tecniche sapientemente amalgamate. È un documentario nel quale vediamo la madre, la zia e gli amici di una vita rispondere per la prima volta a quesiti mai posti sul passato familiare, su questa figura paterna che è fantasma senza volto. Un Re Amleto che invece che apparire sui bastioni di Elsinore si manifesta nei filmati di famiglia, scavallando nell’Home Movie. È film d’archivio che si nutre delle immagini dell’alluvione e dei telegiornali dell’epoca, in un montaggio sincopato arricchito da una colonna sonora che rimanda ai poliziotteschi all’italiana. Non manca l’animazione, già stilisticamente sperimentata nel precedente film, il cortometraggio (guarda caso) Z.O. (2023), con il ritorno ai temi dell’infanzia, dei giochi cari ai nati negli anni ‘90, al diventare grandi troppo presto, alla perdita dell’innocenza e al mondo dei grandi che irrompe con prepotenza. Ma non ci sono didascalie: siamo in un mondo in bianco e nero in negativo, dove lo spirito del primo David Lynch si manifesta per portarci con sé nelle riprese più inquietanti e orrorifiche, dove un uomo senza faccia e suoni angoscianti (quelli che solo nell’apparente sicurezza di casa propria si possono udire) ci fanno sentire ancora meno orientati. Fino a che tutto si cancella, inglobato in stop-motion da un materiale plasmabile, un Blob di plastilina che inghiotte ogni cosa: simboli sacri, volti, giocattoli, l’arredamento barocco concretamente svolazzante dell’appartamento di famiglia. Un altro modo di “ricostruire ricordi che non avevo”.
È una storia strana quella che ci racconta il regista. Semplice, dall’esterno, e forse il contemporaneo ci ha anestetizzato quel tanto che basta da pensare che, alla fine, non sia nemmeno così speciale. Pensarla in questo modo è, invece, un grave errore. Non si avrebbe così modo di apprezzare il coraggio intrinseco all’opera, non soltanto perché la storia fa paura, ma perché riviverla riaprire le casseforti della memoria, è un atto di partecipazione, di non indifferenza a quello che è l’ordine delle cose. È un bene che Nese decida di condividere questa sua esperienza con tutti noi, permettendoci di fare i conti con quanto di nostro e spaventoso abbiamo seppellito, inglobato e risputato fuori, ricoperto da uno strato di plastilina, a cui abbiamo potuto dare, raccontandoci che è tutto a posto, le sembianze di qualcosa che non ci fa più paura, senza domandarci dove sia finito ciò che ci tormenta. Ma a che prezzo?
Vestiremo ora i panni di una persona qualsiasi che dovesse leggere la sinossi del film e vederne distrattamente qualche immagine. Una cosa vicina è un film che dialoga con la sperimentazione, e di conseguenza di non facile lettura a uno sguardo appannato dal pregiudizio. Inutile raccontarselo: c’è il bianco e nero, c’è un’animazione non canonica, ci sono interviste, immagini che sarebbero state bene sul televisore a tubo catodico (altra presenza costante, non a caso). Non è Marvel, non è Pixar, non è Ozpetek. Per chi non è abituato ad andare al cinema tutto questo può fare rima con noia, ed è legittimo averne paura. Ma è forse qui che sta la chiave di volta del bravo sceneggiatore (menzione speciale al Premio Solinas) – e della montatrice Chiara Marotta, che con Nese ha ormai un sodalizio artistico -: il film è scorrevole, godibile, o per essere chiari, semplicemente non noioso, riuscendo anche nell’impresa tecnica di unire un grado elevato di sperimentazione a una storia ben raccontata. Fino al finale, dove capiamo che una cosa vicina a volte non si può prendere mai, ma forse possiamo riuscire almeno vederla e, perché no, provare a capirla.
Federico Benuzzi
