La prima, la migliore


Testo e Regia Franco Berardi e Gabriella Casolari.

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“[…] Gli eventi ci hanno consumato, siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai, non siamo più spensierati ma atrocemente indifferenti, sapremo forse vivere nella dolce terra ma quale vita?”

Questa una delle frasi iniziali dello spettacolo. Già veniamo introdotti all’ idea di giovinezza bruciata dalla guerra, che pochi mesi fa ha compiuto cento anni di ricorrenza. Ma è la stessa idea di conflitto che accompagna il lavoro teatrale di Berardi dal 2003. Il conflitto come evento dal quale scaturiscono dinamiche e mutamenti sempre interessanti da analizzare a livello performativo.

L’ idea della generazione bruciata è subito chiara dall’ inizio dello spettacolo: giovani buttati nelle trincee per la patria, per l’onore del popolo. Per una patria che non aveva idea, per un popolo ceco, distante dai potenti che lo comandano.  Il testo dello spettacolo è stato in gran parte desunto dal romanzo confessione di Eric Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, che racconta lo scontro di popoli e fa riflettere sulla situazione di noia e di disperazione che avvolge sia la società della guerra sia la quella contemporanea.

Quando veniamo introdotti, con grande efficacia narrativa, al campo di battaglia, la recitazione di Berardi si fa più veloce lanciando vere e proprie immagini di guerra: da una parte corpi dilaniati, dall’ altra soldati che corrono disperatamente per agguantare pochi metri di terreno fangoso, coperto di sangue e morti. La narrazione ritmata e aumentata ci fa correre con il protagonista vedendo le tragedie che vede lui e sentendo la paura metro per metro, parola per parola. La paura di morire e accasciarsi a terra come uno dei tanti, essendosi sentito uno dei pochi speciali. In questo caso è bene citare la scena del bombardamento al cimitero dove in preda alla fuga, il protagonista si rifugia vicino a una lapide e sente la mano di un morto, afferma: “La morte che protegge la vita”. Solo questo rimaneva ai soldati la speranza che non fossero loro i bersagli delle raffiche nemiche, ma che qualcun altro debba proteggere con la sua morte la vita altrui.

La narrazione è spesso interrotta da canzoni popolari suonate dal fratello di Gianfranco Berardi, il cantautore Davide Berardi. Egli propone ballate meridionali trasmettendo non solo l’idea che tutta l’Italia è costretta a combattere, ma che sono presenti le classi sociali più umili: contadini e operai.

Particolarmente interessante è la soluzione scenografica di trincea, attraverso linee elastiche che si tendono da un palo all’altro, rendendo appunto l’idea di filo spinato. Ciò produce almeno due soluzioni performative interessanti nello spettacolo: una è quella dei molti corpi morto in trincea, l’altra è quella dell’esecuzione di un disertore. Quest’ ultima è realizzata tirando le corde al massimo e poi lasciandole riproducendo i suoni dei colpi dei fucili.

Solo un intermezzo che definirei tragicomico interrompe la narrazione al fronte. Quando il soldato ritorna al suo paese per una licenza e tutti lo accolgono invidiandolo perché è in prima linea a combattere. Forse questa è più grande solitudine dell’uomo in guerra che non conta su chi è stato vicino a lui per una vita, ma sui nuovi compagni di trincea che non sa se ritroverà alla conclusione di un altro attacco.

Alla fine dello spettacolo il palcoscenico sembra aver vissuto una vera e propria guerra a partire dagli abiti insanguinati appesi sulle corde elastiche, dalle cartacce lanciate di qua e di là riproducendo il suono delle bombe e da corpi morti.

Berardi afferma “Fare teatro è come cucinare!”, in una visita agli studenti del DAMS il 14 ottobre si possono avere tutti gli ingredienti e fare un piatto orribile e avere poche cose e fare pietanze da tre stelle Micheline.  In questo caso molteplici sono gli ingredienti utilizzati in una soluzione complessiva dalla grande efficacia narrativa e performativa. Questo spettacolo che sottolinea la distanza oggi come allora da chi comanda sacrificio e spende il sangue degli italiani per riempire trincee e terre di nessuno.                                                                                          Emanuele Regi 

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