Vent’anni di Lost Highway, il capolavoro di David Lynch

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Il 28 Dicembre 1997 usciva in Italia Lost Highway (tradotto come “Strade Perdute”), il settimo lungometraggio del celebre regista di culto statunitense David Lynch, noto in tutto il mondo per i suoi lavori surreali e inquietanti.

In questo articolo cercherò di raccontare quanto più possibile sul film, senza rivelare troppo a chi non ha avuto ancora il piacere di vederlo.

Lost Highway è il primo lungometraggio di Lynch, dopo il successo della serie televisiva Twin Peaks, e vede il celebre regista tornare alle atmosfere noir di Blue Velvet del 1986, questa volta sublimandole in un racconto onirico fatto di illusioni, violenza, doppelgangers, capovolgimenti e passioni pericolose. Scritto assieme allo scrittore Barry Glifford (autore del libro “Wild at Heart”, dal quale Lynch ha tratto l’omonimo film del 1990), il film narra la storia di Fred Madison, sassofonista jazz che vive un rapporto teso e ormai sciupato con la moglie Renee, che lui sospetta lo tradisca. Una mattina, al citofono di casa Madison, si sente una voce pronunciare la misteriosa frase: “Dick Laurent è morto”. Fred non dà peso a tale annuncio, non conoscendo nessuno con questo nome, fino a quando una serie di videocassette viene recapitata a casa sua: viene mostrato che qualcuno, senza apparentemente aver forzato nessuna serratura, è entrato in casa e ha filmato Fred e Renee mentre dormivano. La faccenda diventa ancora più strana e inquietante quando, ad una festa, Fred fa la conoscenza di un uomo misterioso dalla pelle pallida che, parlando con un tono minaccioso, gli mostra una presunta capacità di onnipresenza. Questo è solo l’inizio del film, altri personaggi e protagonisti faranno la loro comparsa lungo la pellicola, infittendo il mistero fino al finale tanto enigmatico, quanto adrenalinico. La pellicola rappresenta, in qualche modo, il ritorno di Lynch all’oscurità e all’angoscia del film d’esordio “Eraserhead”, questa volta declinato in forma di noir; ogni fotogramma, dalla superba sequenza della casa, rappresentata come una caverna terrificante e asfittica, alla memorabile sequenza d’apertura con i fari dell’auto che illuminano l’asfalto percorso ad alta velocità, è carico di angoscia e di incubi che accompagneranno lo spettatore per tutto il film.

Il tempo e lo spazio nell’arte cinematografica sono semplicemente due degli strumenti a disposizione dell’autore e Lynch ce lo dimostra in questa opera, dove i personaggi sono e non sono così come il tempo e i luoghi, dove il confine tra vero e falso finisce per sparire proprio come nei sogni (e negli incubi) e dove tutta la forza dell’inconscio esplode assieme a desideri e istinti, con conseguenze devastanti. Come nella più classica tradizione surrealista, quindi, sono i temi del sogno e dell’inconscio a farla da padrone in tale pellicola, ma questa volta David Lynch ci vuole portare dentro la nostra parte oscura, mettendoci faccia a faccia con le debolezze, i desideri più nascosti e le nostre paure, operazione che riprenderà con i successivi “Mulholland Drive” nel 2001 e “Inland Empire”nel 2006 (altri due film di cui consiglio la visione), che andranno a costituire una trilogia ideale su questi temi, assieme a “Lost Highway”.

Io ho conosciuto l’opera di David Lynch grazie a questo film e per me è stato l’inizio di uno splendido viaggio non solo nel suo cinema, ma in una porzione di cinema che fino a quel momento per me era inesplorata, perciò sembrerà ovvio che io ne canti le lodi in questo articolo, ma trovo doveroso invitare i nostri lettori alla visione di quella che considero una delle pellicole più significative degli ultimi vent’anni e, possibilmente, ad entrare in contatto con una sensibilità esemplare del variegato e affascinante mondo delle immagini in movimento.

Marco Andreotti

 

 

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